In un precedente articolo dal titolo premonitore “Ma con chi dovrebbero ‘associarsi’ gli inglesi?” scrivevo “e poi l’UK fa parte del Commonwealth, una comunità immensa, tra cui l’India…”, per cui chi si preoccupava troppo del destino dell’isola dopo il voto del Brexit lo faceva a sproposito, dato che l’intento inglese non era certo di rifugiarsi in uno splendido isolamento, magari, aggiungo, con qualche mossa di tipo salviniano o pentastellato, fatta di rimessa in circolo di barriere doganali e restrizioni economiche di vario genere. Anche perché, a dire il vero, minacce di questa natura sono arrivate semmai dall’Europa.
Gli inglesi tuttavia sono molto sensibili verso le limitazioni dell’autonomia politica, in primis nei confronti della gestione della concessione degli ingressi, tanto che una delle ragioni della vittoria del Brexit va ricercata proprio nel rifiuto di far entrare i “profughi”, che poi sono gli stessi che, arrivati a Lampedusa, e portati dopo una settimana in aereo in Italia, si ritrovavano in gran numero nell’immenso campo di Calais, tollerato dall’Europa, e forse sotto sotto incentivato come strumento di pressione verso gli abitanti di oltremanica. E non è certo un caso che proprio questo campo sia stato smantellato di recente, dopo che il voto del Brexit è sembrato irreversibile. Sensibilità inglese a dire il vero estesa agli ingressi degli europei, accusati di riversarsi dai paesi in difficoltà in numero eccessivo nel Regno Unito. Non volendo rimanere ulteriormente invischiati in queste problematiche, il governo aveva accelerato l’inizio della procedura di uscita, fissandola al marzo prossimo.
Poi c’è stato il colpo di scena, con la sentenza dell’Alta corte di Londra a stabilire un cammino più complicato per l’uscita dalla Ue: non più il solo governo a gestirla, ma l’imposizione della coabitazione con il Parlamento (anche se bisognerà attendere la pronuncia della Corte suprema, che discuterà il ricorso del governo entro i primi di dicembre). Coabitazione, non rimessa in discussione come certi frettolosi – e piuttosto interessati – commentatori hanno teso a sottolineare. E forse il giudice non ha avuto tutti i torti nel metter certi paletti, dal momento che si dovrà pur trasporre nella legge britannica le leggi dell’Unione europea, compito che solo un parlamento in effetti è autorizzato a fare, dando certezze a lavoratori, imprese e consumatori.
Che le cose ormai siano indirizzate in un certa direzione obbligata lo denota la notizia fresca fresca che il primo ministro Theresa May ha scelto l’India per il suo primo viaggio all’estero. Nel mio precedente articolo, citato all’inizio, si dava l’impressione che i rapporti economici nel Commonwealth fossero già improntati ad un libero scambio sostanziale, e che quindi l’UK potesse anche snobbare ritorsioni di tipo protezionistico da parte dell’Europa, potendo contare sull’immenso mercato delle ex-colonie. Invece le cose sono molto più complicate. Lo puntualizza bene l’articolo del WSJ, Why Is British Prime Minister Theresa May Visiting India? quando parla dei vincoli che l’Ue ha creato all’Inghilterra, anche nei confronti delle sue ex-colonie, del rapporto di libero scambio da ricostruire con esse senza intralci, come dell’immancabile scoglio delle restrizioni d’ingresso nell’isola, tuttora vigenti.
Senza addentrarci troppo nei dettagli basti qui sottolineare come il viaggio acquisti un valore simbolico, indice non solo del fatto che nel Regno Unito tutto si sta rimettendo in moto su nuove basi, ma che ciò avviene su schemi che ricordano la storia inglese pre-Ue. Insomma si torna all’antico, con un dejà vu anche anche sul piano geopolitico. Perché se è vero che la Russia, che sta giocando una sua partita con gli ex non-allineati e in M.O., non andrà da nessuna parte, viste le disastrose condizioni della sua economia e la sua scarsa credibilità internazionale (basti pensare all’immensa produzione di notizie false messe in giro in Occidente da fonti che si rifanno esplicitamente alla politica del Kremlino o la sterile presenza in Siria), è altresì vero che per salvaguardare certe prerogative di cui l’Occidente è storicamente portatore ci vogliono soggetti attivi e pronti nel gestire le variabili che continuamente si presentano sulla scena politica.
È quindi del tutto naturale che la piena libertà riconquistata dall’UK la riavvicinerà agli Usa, mentre l’Europa andrà avanti stancamente, tra recriminazioni di ogni tipo per l’attenzione posta dagli stati piu’ influenti piu’ verso i loro interessi che non verso quelli comunitari. Mentre dal punto di vista del ruolo internazionale l’Europa ha già fallito, del resto non si vede come la Francia, ad es., possa rinunciare alla sua politica estera a favore di una comunitaria.
E l’Italia? La visita di Renzi è stata mal interpretata, vista più da noi come uno spot elettorale bi-direzionale che come la visita di uno statista. Ma andrebbe sottolineato che in Italia molte cose di sostanza si fanno con la copertura di un polverone mediatico, buono per le masse, in specie quelle facebookkate odierne. E se grattiamo la superficie vedremmo in prospettiva un’Italia ritornata strettamente nell’orbita americana, come è sempre stato dal dopoguerra fino a tutti gli anni Novanta. Nei nuovi equilibri mondiali che si vanno delineando questa sarà la nostra collocazione, in fondo -penseranno in tanti- meglio che sotto la cappa di frau Merkel.
Luciano Priori Friggi

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