Che sia stato luogo di martirio dei primi cristiani, come la tradizione vorrebbe far credere, non sembra corrisponda al vero. Certo è invece che il Colosseo di spettacoli di gladiatori combattenti contro le bestie feroci ne ha visti tanti … e ancora ne continua a vedere, da quando si è scoperto delle sue non buone condizioni di salute. Quel che è cambiato sono i duellanti e le armi in pugno.
Si è appena concluso il restauro della facciata, sottolineato da tanto di solenne cerimonia di inaugurazione, che già la Magistratura contabile e Diego Della Valle sono di nuovo nell’arena dell’Anfiteatro Flavio.
Le vicende di questi giorni, con la Corte dei Conti che ha espresso diverse perplessità quanto alla convenienza economica per lo Stato del restauro del Colosseo finanziato con 25 milioni di euro dalla Tod’s di Della Valle, sono note a tutti.
La stampa ne ha parlato diffusamente così come d’altra parte lo aveva fatto a suo tempo, quando agli inizi del 2012 poco era mancato che Della Valle rinunciasse a sponsorizzare il rifacimento di quello che è per tutti il simbolo di Roma, essendosi messi di mezzo in quell’occasione oltre che giudici e garanti, anche Codacons e Uil.
Andando oltre la vicenda, quel che invece ci pare meriti qualche attenzione in più sono gli spunti di riflessione che vengono dalla deliberazione della Corte dei Conti del 4 agosto, che pur riguardando la specifica questione romana ha un respiro molto più ampio che invece è stato trascurato dai canali di informazione.
Infatti il provvedimento, molto più in generale, riguarda gli esiti dell’indagine condotta in tutta Italia quanto alle “Iniziative di partenariato pubblico-privato nei processi di valorizzazione dei beni culturali”: uno sguardo quindi, quello dei giudici di controllo, a tutto campo, che trova riscontro e analisi nella ricca relazione che accompagna, facendone parte integrante, la deliberazione stessa.
La relazione è volta a verificare, con riferimento al quadriennio 2012-2015, l’effettiva estensione del ricorso agli strumenti della sponsorizzazione nell’ambito delle iniziative di partenariato pubblico-privato finalizzate alla valorizzazione dei beni culturali.
A tal fine fotografa anzitutto la situazione degli interventi complessivamente realizzati in Italia nel quadriennio in esame: diciannove in tutto – per una media di circa cinque interventi annui – effettuati su otto regioni (Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna, Umbria, Toscana, Sardegna, Marche e Piemonte), per un valore di 26 milioni di euro (di cui 25 “assorbiti” dal restauro del Colosseo).
Sul piano delle esperienze applicative, conclude la stessa relazione, il risultato è deludente perché evidenzia uno scarso numero di esperienze di sponsorizzazione, e una ripartizione territoriale che vede assenti le regioni del Sud-Italia.
Tralasciando la parte del documento che reca la doviziosa ricostruzione giuridica dell’istituto contrattuale in questione, ripercorrendone le tappe normative sino al codice degli appalti adottato quest’anno, quel che ci sembra di particolare interesse è la parte contenente l’individuazione delle cause che hanno reso molto poco appetibile il ricorso all’istituto stesso e i possibili rimedi.
Quanto alle cause, non si dice nulla di nuovo se non quello che si va ripetendo da quando è stata introdotta la possibilità anche per le amministrazioni pubbliche di essere “sponsee” (la legge è la n. 449/97): vale a dire la difficoltà di valorizzare l’oggetto della sponsorizzazione e di “fissare un prezzo di scambio”. Gli obblighi dello “sponsee” sono per lo più intangibili, consistendo nel non definibile obbligo a diffondere l’immagine dello sponsor e a darne visibilità. Tale difficoltà per le imprese rende complicato il calcolo del possibile ritorno sugli investimenti e per le amministrazioni causa dubbi sulla ponderazione della somma di denaro da chiedere sicché finiscono con l’”accontentarsi” di un corrispettivo pari al costo dei lavori di restauro da realizzare, senza prestare attenzione all’effettivo valore della prestazione che acquisisce lo “sponsor” con il ritorno di immagine (valore che può essere ben superiore al costo della sponsorizzazione).
Questioni giustissime quelle prospettate dalla Corte dei Conti ma anche note da anni e rimaste sempre nel dimenticatoio.
La ricetta proposta ? La disciplina legislativa, che si presenta assai scarna, andrebbe integrata attraverso la previsione di un “contratto standard” di sponsorizzazione dei beni culturali, con un proprio contenuto minimo ed inderogabile. Una simile normativa recherebbe, da un lato, notevoli vantaggi in termini di semplificazione, agilità ed incentivazione all’investimento da parte dei privati e, dall’altro, consentirebbe di evitare il rischio di “strumentalizzazioni” del bene culturale oggetto della sponsorizzazione. In sintesi, l’individuazione di una disciplina minimale, ma esplicita dei contratti di sponsorizzazione, non potrebbe avere altro effetto che favorire l’applicazione pratica dell’istituto.
Vale la pena di provare perché ricorrere a forme di collaborazione con imprenditori privati, quando le casse delle Amministrazioni sono sempre più vuote, può essere un utile e creativo modo per favorire il risanamento del pubblico erario.

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