Un recente editoriale del Direttore, sul tema del referendum costituzionale, ha posto domande non secondarie: perchè dovremmo accontentarci di una riforma incompleta, cosa che riconoscono tutti sia i fautori del SI che del NO, e, visto appunto che siamo in presenza di una riforma incompleta, quale sarebbe il “secondo passo” da fare, sulla strada delle riforme, dopo un’eventuale vittoria del SI.
L’articolazione delle questioni rivela una convinzione e una consapevolezza. La convinzione è che si deve puntare ad una riforma perfetta o quasi, senza la quale meglio lasciar perdere. La consapevolezza: che un secondo passo ci sarebbe solo in caso di vittoria del SI perchè la prevalenza del NO lascerebbe le cose come stanno ancora per molti anni. Del resto, se guardiamo la storia italiana (l’esigenza di una “grande riforma” delle istituzioni fu posta da Craxi sul finire degli anni ’70) vediamo che il tempo che è passato fra un tentativo e l’altro di riforma costituzionale si è andato progressivamente allungando.
Se quindi la consapevolezza dei sostenitori del NO trova fondamento nei fatti non così si può dire della loro ricerca della riforma “completa”. La ragione è semplicissima: la riforma “perfetta” non esiste. Esistono solo riforme “possibili”, cioè quelle che si possono realizzare con l’equilibrio politico-parlamentare di quel dato momento. Il solo richiamarsi poi ad un modello “completo” o “perfetto” è tipico di una concezione massimalista della politica, non è proprio di una democrazia. La cosa che bisogna vedere è se la riforma proposta migliora o peggiora la situazione esistente. Ora tutti i tentativi che sono stati fatti per cambiare la Costituzione, non va dimenticato che siamo al quinto, partivano da tre assunti: eliminare il bicameralismo perfetto, rafforzare i poteri dell’Esecutivo, snellire le procedure. Le soluzioni proposte erano diverse, figlie appunto dei diversi equilibri politici del momento, ma tutte avevano quei minimi comuni denominatori. Quegli stessi assunti si ritrovano ora nelle modifiche proposte. Poteva essere fatto di più e meglio? Certamente, ma si va comunque nella direzione giusta. C’è poi da considerare un’altra questione di non secondaria importanza. La positività della riforma, anche al di là dei contenuti, sta proprio nel fatto di riuscire ad arrivare in porto. Rompe insomma una cappa di piombo, un’incrostazione legata alla pretesa sacralità di questa Costituzione, una sacralità che è enormemente negativa perchè più si protrae nel tempo, più si rafforza e rende impossibili i cambiamenti. E qui veniamo al secondo passo e a quelli successivi. Abbiamo detto, ma questo non lo nega nessuno, che la vittoria del SI rafforzerà i poteri dell’Esecutivo. Di conseguenza una maggiore stabilità e governabilità. E con più governabilità chi sarà chiamato dal voto a guidare il Paese potrà fare, domani, riforme più incisive rispetto a quelle che vengono fatte oggi. E’ possibile oggi elencare quelle riforme? No, proprio perchè saranno determinate da un contesto socio-economico in rapido cambiamento e saranno figlie di quei nuovi e più stabili equilibri politico-parlamentari. Sarebbe grave, e pericoloso, se il secondo, terzo e quarto passo fossero già stabiliti e predeterminati. Verrebbero meno le ragioni fondanti del SI che punta non solo a cambiare ma a creare le condizioni per superare l’immobilismo cronico di questo Paese che, anche nella difesa a spada della Costituzione esistente, trova uno dei suoi cardini. “il cambiamento – diceva John Fitzgerald Kennedy – è una legge della vita, e coloro che si ostinano a guardare sempre solo al passato, o si concentrano unicamente sul presente, possono essere sicuri di perdersi il futuro”.
Ecco, noi del SI non vogliamo che il nostro Paese perda il futuro. Questo è il vero e unico “secondo passo”.

Caro Magni, per superare la paralisi legislativa nei rinvii tra Camera e Senato basta cambiare i regolamenti interni alle assemblee. Per quanto riguarda la governabilità ricordo che pure nei partiti padronali come una volta Forza Italia e oggi il PD si creano le correnti, naturalmente o artificialmente calamitate dai problemi della società, e di nominati o non nominati le correnti significano franchi tiratori e caduta dei governi. Sul generico rafforzamento dell’esecutivo ricordo infine che fette sempre più ampie di competenze passano di anno in anno a Bruxelles. E poi mi perdoni, alla fine lei cita un gigante inventato da mezzo secolo di retorica dell’informazione, un John Kennedy e il suo futuro che per fortuna non sarà mai il nostro futuro. Ma si rende conto? Cominci a capire che tutte le battaglie che adorano il futuro sono da tempo battaglie di retroguardia..
infatti perdiamo il futuro
– un esecutivo nominato governa una Camera con onorevoli da lui nominati e ricatta un Senato di rappresentanti regionali – questa è dittatura
i poteri devono essere distinti
un Governo eletto dai cittadino , controllato da un Parlamento di segno contrario
e con una magistratura vigilante – questa è democrazia