Decine e decine di Fasci diedero seguito alla decisione di aderire al Partito socialista rendendo più corposa l’organizzazione che stava compiendo i suoi primi passi nelle varie regioni.

Se il centro – nord contribuiva al grande evento con l’esperienza del Partito operaio, della Lega socialista, ecc., per mezzo dei quali l’aggregazione dei lavoratori aveva compiuto i primi passi, la Sicilia offriva un movimento che, sorto tra il dicembre del ‘91 e i primi del successivo anno, si avviava a raggiungere dimensioni veramente grandi.
A sollecitarne la nascita e la crescita era la somma di deficienze che caratterizzavano l’isola a pochi decenni dall’Unità: l’incuria di cui era stata vittima unita all’arretratezza che in settori fondamentali l’avevano caratterizzata per secoli, i latifondi, presenti soprattutto nelle province centro-occidentali, la prevalenza delle tradizionali colture cerealicole e l’ancor debole presenza delle colture da esportazione (vitivinicole e agrumicole soprattutto), i patti agrari spoliatori, i salari di fame, lo spirito conservatore della classe dirigente, l’estrema fragilità delle poche organizzazioni di lavoratori eredi delle esperienze mazziniane e garibaldine compiute negli anni 60 e 70.
La crisi da cui l’economia isolana venne rovinosamente investita dopo l’85, proiezione locale del fenomeno che colpiva pesantemente l’intero paese, con la paralisi delle attività produttive e commerciali, la caduta dei prezzi agricoli, infine l’epidemia filosserica, gettando in condizioni di vera miseria larghi strati di popolazione li rese disponibili all’ascolto di una propaganda suscitatrice nella quale confluivano molti elementi di socialismo.
Giuseppe De Felice, Luigi Macchi, Nicola Petrina, Rosario Garibaldi Bosco, Nicola Barbato, Bernardino Verro, Giacomo Montalto, Francesco De Luca e altri ancora, giovani che si erano formati in particolare sugli scritti del Colaianni ed erano evoluti dal radicalismo al socialismo, chiamarono i lavoratori alla organizzazione e alla lotta per la soluzione dei problemi del momento interpretandone il bisogno incontenibile di moralità, democrazia, giustizia.
Dalle città pioniere – Catania, Messina, Palermo, Niscemi, Trapani, Caltanissetta, Girgenti, ….- il movimento degli “affasciati” iniziò allora la propria marcia.
La consistenza e l’articolazione del movimento, rivelate tra l’altro dalle 150 sezioni comunali sorte nelle varie province e da quadri dirigenti sempre più rappresentativi, vennero accompagnate dalla graduale precisazione di ideologia, programma e obiettivi, cui diedero importanti contributi il XVII Congresso delle Società affratellate (26-29 maggio 1892), e – sia pure con le difficoltà create da soffocanti misure adottate dalla polizia – il I° Congresso regionale socialista e dei Fasci (21-22 maggio 1893) tenuti a Palermo con larga e interessata partecipazione.
In quest’ultima assise i Fasci si definirono “sezione siciliana del Partito dei Lavoratori italiani” che si era ufficialmente costituito nell’agosto del ’92, e rivelarono di avere raggiunto un avanzato livello di maturazione definendo in buona misura la propria natura, la struttura organizzativa, la piattaforma programmatica, l’ambito delle possibili alleanze, l’azione politica da condurre.
Decine e decine di Fasci diedero seguito alla decisione di aderire al Partito socialista rendendo più corposa l’organizzazione che stava compiendo i suoi primi passi nelle varie regioni.
Nel partito, infatti, le organizzazioni dei lavoratori siciliani portavano 65.000 iscritti, esperienze e contenuti programmatici capaci di sollecitare un positivo dibattito per alcune specificità (adesione di tipo federativo, questione agraria, funzione dei contadini) in una fase di costruzione e di individuazione del soggetto politico nazionale che sarebbe stata travagliata e di non breve durata.
Il movimento dei Fasci suscitava la preoccupazione dei ceti dominanti. In esso si stringevano braccianti, mezzadri, piccoli proprietari, artigiani, intellettuali avanzati, una forza alternativa che sempre più pressantemente chiedeva riforme nelle campagne, lavoro e salari più elevati, un fisco più equo, democrazia e trasparenza nella conduzione della cosa pubblica. A lungo andare sarebbe divenuto pericoloso per la sopravvivenza dei vecchi gruppi di potere, che perciò sollecitarono l’adozione di provvedimenti capaci di fermare la sua azione suscitatrice e aggregativa.
Annunziato dagli eccidi proletari a Caltavuturo, Gibellina, Marineo, Pietraperzia, Giardinello, Santa Caterina, all’orizzonte dell’isola (e del paese) si affacciava Crispi, che all’inizio del ’94 diede concretezza alle spinte reazionarie colpendo duramente il movimento dei lavoratori.
Il proletariato però, come scrisse Antonio Labriola, era ormai “venuto sulla scena” e nulla e nessuno l’avrebbe a lungo fermato. Nelle condizioni via via create dallo scontro tra le forze in campo il Psi ne sarebbe stato a lungo l’interprete e la guida.

Lascia un commento