Guidare non è uno scherzo. Veniamo da giorni tragici, da ore di lutti e funerali nel ricordo delle ragazze Erasmus morte, una domenica all’alba su una autostrada catalana, per un probabile colpo di sono dell’autista del pullman.
Pilotare non è un gioco.
Stare al volante è una cosa seria. Fatelo, facciamolo al computer o nei simulatori se vogliamo sperimentare nuove frontiere e provare nuovi visori ma nella realtà dobbiamo stare, e stiamo, con i piedi per terra, con le mani sul volante e con gli occhi sulla strada, e con le orecchie bene aperte.
Ecco le orecchie sono importanti anche per sentire e non solo per ascoltare. Se ci tappiamo le orecchie con cuffie e cuffiette per ascoltare la musica o per rispondere al telefono via auricolare è difficile che possiamo contemporaneamente sentire un rumore, una frenata, un sorpasso che mentre guidiamo possono essere più frequenti di quanto pensiamo e immaginiamo. Se poi accanto alle cuffie incorporate mettiamo gli occhi concentrati più sul navigatore satellitare che sulla linea di mezzeria beh il risultato è quasi scontato. Per non parlare dei conducenti checonducono anche lungi dialoghi in whatsapp. Li vedi con gli occhi giù sul telefonino e ti vien freddo.
Al volante si può vedere anche con le orecchie, se ce le tappiamo blocchiamo una delle vie sensitive più importanti per regolare il nostro comportamento, le nostre reazioni ad eventi improvvisi. E invece, nella realtà quotidiana, il comportamento è tutto all’opposto. Vai di cuffie a ogni ora e in ogni condizione.
Avanti di questo passo invece del solo buon senso qualcuno invocherà un’altra legge sull’uso delle cuffie in condizioni spericolate quotidiane. Le portano tutti, bambini e signore ingioiellate, ragazzini e uomini d’affari, commercianti indaffarati, medici che rispondono e fanno telediagnosi anche mentre operano o fanno carburante, studenti in biblioteca e sacerdoti (è capitato) che confessano. Siamo nell’era della cuffiomania, della cuffiodipendenza.
E non è detto che siano meno pericolose di altre dipendenze. Ci sono fenomeni di costume diffuso che fanno tendenza e moda e ci sono comportamenti sociali, collettivi, che fanno tendenza ma anche danni. Quello delle cuffie, usate laddove è pericoloso usarle, è uno di questi.
Un giorno sono entrati in un bar tre due ragazze e un ragazzo collegati tra loro da cuffie auricolari con filo condiviso. Sembravano automi, in catalessi. Hanno interagito a gesti con il barista, ovviamente tra il sorpreso l’indispettito, per ordinare un cornetto alla marmellata e i cappuccini, che hanno mangiato e bevuto al ritmo della musica, che arrivava ai singoli padiglioni auricolari messi in filiera. Colazione in batteria.
Hanno saldato il conto senza danno e senza proferir parola ma al momento di uscire hanno rischiato di sbattere teste e nasi contro la porta a vetri, spinta da altri clienti, pensata e progettata per far entrare e uscire solitamente individui a sé bastanti e non umani aggrovigliati da cuffie robotiche e cavi sguizzanti.
Sentire, e non solo al volante, è sovente molto più importante che ascoltare.

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