Ci sono numeri che dovrebbero farci riflettere da subito. Classifica dei pendolari sfortunati nelle nostre grandi o media città italiane. A Milano stanno in coda in media 50 ore all’anno. A Bologna sono più fortunati e ci stanno solo 10 ore. A Firenze 18. A Verona 12, Napoli 23, Genova 19 . Non sono le code per comprare un etto di prosciutto al banco alimentare ma sono le code più odiose, quelle in macchina, nella scatoletta più o meno moderna a 4 ruote, in coda nel traffico quotidiano. Non sono cifre da poco perché sono medie. Ci sono tratti di Roma, ovviamente in certi orari, che si possono percorrere solo dopo aver fatto fioretti, digiuni e astinenze sperando in un miracolo, tratti di strade, viali, incroci nei quali come esci dal tuo parcheggio sei già imbottigliato. Due chilometri in un’ora e forse più. L’altro ieri verso le 8 del mattino Roma viveva con l’ansia da blocco di traffico e di trasporti urbani: bastano uno sciopero, una manifestazione, una strada chiusa e un venerdì di normale quotidianità può diventare un venerdì di follia. Siamo troppi e abbiamo troppe macchine? Forse. Ma come diceva un mio amico, che ha fatto per un po’ di tempo anche il ministro dei Trasporti (prima Repubblica, non pensate di intervistarlo ora) il problema è che più che troppi siamo mal assortiti. Nel senso che siamo troppi e ci comportiamo male in certe zone ristrette e in certi orari del giorno e in certi giorni della settimana. Insomma abbiamo bioritmi pubblici e collettivi tutti da ripensare. Ed è ovvio che se l’80 per cento dei genitori di un liceo con 1000 studenti e studentesse porta (l’80 per cento è singolare) i propri figli davanti al liceo con il Suv tra le 7 e 40 e le 8 è facile immaginare che in quella zona per quella fascia ci sia il finimondo. Prima delle regole circolatorie ci dovrebbero essere delle regole mentali. Noi che viviamo in coda è una frase che potremmo dire un po’ tutti noi che viviamo in certi paesi e in certe città a Montecatini come a Bassano, a Castiglione delle Stiviere come a Milano, a Sesto Fiorentino come a Borgo Virgilio. Cioè non è solo un problema di grandi metropoli dove peraltro scattano aree a traffico limitato o vietato ormai tutti i giorni e in tutte le stagioni, ma anche in zone di provincia dove una volta non dico correvi ma insomma andavi. Siamo mal assortiti perché facciamo (un po’) tutti le stesse cose negli stessi momenti costretti dagli orari di lavoro, di scuola di spesa, dei negozi, degli ospedali, delle farmacie, degli uffici pubblici e da tutto il sistema di obblighi orari quotidiani. Da 30 anni si parla di telelavoro e ben pochi hanno fatto cose intelligenti. Da 30 anni si parla di diversificazione di orari di fabbriche ed uffici ed invece ben pochi hanno scelto diversificazioni turni, da 30 anni si studiano rimedi alla drammatica inutile pendolarità e da 30 anni si pesta acqua nel mortaio. Facendo solo schizzi. La vera rivoluzione digitale sarà una rivoluzione umana in favore cioè dell’uomo e della donna, solo quando quella rivoluzione digitale invece di favorire quei 5 grandi gruppi mondiali che ci profilano, ci schedano e ci assillano di proposte diventeranno i grandi server della civiltà: la civiltà di scegliere dove stare liberamente e non in coda al volante per quelle decine o centinaia di ore costretti da un diavolo di modernità apparente che a ben guardare è solo preistoria della mente.
Noi che viviamo in coda: è che siamo malassortiti
Siamo troppi e ci comportiamo male in certe zone ristrette e in certi orari del giorno e in certi giorni della settimana. Insomma abbiamo bioritmi pubblici e collettivi tutti da ripensare. Così invecchiamo al volante

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