Tutti si affrettano a dire che il sistema economico-bancario italiano è solido e vogliamo crederlo oltre ogni speculazione. Tanti si premurano di dire che a parte le turbolenze di questi giorni gli investitori internazionali scelgono l’Italia. E anche noi risparmiatori e consumatori vogliamo crederlo.
Certo il balletto delle azioni e delle speculazioni, la gran danza delle accuse e delle controaccuse internazionali dell’ultima settimana non è stata il fior fiore di un rapporto idilliaco o di grande fiducia. Sotto tutto questo gran ballo di posizioni e rivendicazioni, di invocazioni e di provocazioni rimane il gran ballo delle cifre. E quelle purtroppo sono oggettive. Non si cambiano con una dichiarazione d’amore. Miliardi come coriandoli al carnevale della cifre.
Numeri che annunciavano albe radiose smentite da docce fredde di una situazione internazionale alquanto complicata: petrolio ai minimi, Brasile e Cina che invertono i parametri, terrorismo e migrazioni che rendono incandescente ogni misura di prospettiva. Rebus dei rebus. Noi vogliamo credere che le turbolenze siano mondiali più che internazionali e che prima o poi spunterà un raggio di sole. Rimangono tuttavia dei fatti fondamentali che assumono la sembianza dei numeri. Noi in particolare abbiamo ancora un debito pubblico stratosferico e che alla fine del 2015, sui dati della Banca d’Italia, è salito a 2.211,8 miliardi aumentando in ottobre di 19,8 miliardi, sfiorando il record storico di 2.218,2 miliardi registrato a maggio scorso.
Un incremento dovuto più al fabbisogno della macchina statale centrale, dice Bankitalia, con un più 20,6 miliardi in quel mese a fronte di un risparmio sempre in quel mese di 800 milioni delle amministrazioni locali.
Sul fronte del fisco, nei primi dieci mesi del 2015 le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state complessivamente pari a 318,8 miliardi, in aumento del 3,6% rispetto a quelle relative allo stesso periodo dell’anno precedente.
Riscontrando alcune disomogeneità contabili riguardanti le ritenute sui redditi delle persone fisiche e le accise, le entrate avrebbero una dinamica più ridotta. Speriamo per il meglio nel’ultimo bimestre. Dal canto suo in questo bollettino delle cifre da rincorrere da interpretare il Tesoro fa sapere che per esigenze di finanziamento inferiori il debito pubblico potrebbe calare di 30 miliardi di euro. Qualcosa ma sempre una goccia. O, per i più ottimisti, una goccia, ma sempre qualcosa.
Miliardi come coriandoli. Un decimo, a proposito di numeri, della cifra calcolata come la sofferenza globale delle banche, cioè i crediti inesigibili o detti degradati, che sarebbero dai 200 ai 300 miliardi di euro, a seconda che si contino solo quelli già matematicamente persi o anche quelli potenzialmente irrecuperabili.
In tutto questo panorama l’altro giorno Carlo Cottarelli che –ricorderete- è stato commissario alla revisione della spesa nel governo Letta, passando da Cremona ha detto che il livello del debito pubblico italiano è insostenibile: 133 per cento sul Pil, terzo posto nella graduatoria dei Paesi cosiddetti avanzati dopo Giappone e Grecia.
Gran bisogno di certezze in questo carnevale dei numeri, gran bisogno di fiducia in questo calvario delle finanze mondiali. Il famoso lumicino della ripresa economica dovrebbe diventare un lumicino necessario nella riscossa della ragione.

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