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Se la multinazionale siamo noi

Contro la sharing economy politica e interessi costituiti con restrizioni che ledono tutti noi.

di Giacomo Lev Mannheimer | 24 Gennaio 2016

Il braccio di ferro tra Uber e i taxi che negli ultimi anni ha interessato tutto il vecchio continente e non solo si è giocato sostanzialmente su due fronti: l’obbligo delle auto a noleggio con conducente (le berline nere autorizzate a svolgere servizio di NCC) di tornare alla rimessa dopo ogni servizio prestato e il divieto imposto a UberPop, il servizio che permette a chiunque di mettere a disposizione la propria auto, “improvvisandosi” autista senza alcuna licenza o autorizzazione. Curiosamente, ma forse nemmeno troppo, quest’ultima vicenda – molto più della prima – ha riempito le pagine dei giornali e animato discussioni e malumori di autisti e clienti. Come mai? Probabilmente, anche perché nel primo caso le “vittime” della regolazione sono una multinazionale e i suoi dipendenti, per quanto legittime le loro istanze possano essere; nel secondo, a rimetterci siamo, almeno potenzialmente, noi e i nostri amici e parenti che usino la loro auto per “sfruttare” la multinazionale e così arrotondare o sbarcare il lunario. Nel caso di UberPop, il divieto riguarda sì Uber, ma anche la possibilità di usare la nostra auto come e quando desideriamo, e quindi potenzialmente tutti noi.

Ora è la volta di Airbnb, il servizio che permette di affittare la propria casa (o parte di essa), per periodi anche brevissimi di tempo. E che, in questo modo, sta facendo concorrenza al settore alberghiero, suscitando l’immancabile reazione della politica per difendere gli operatori tradizionali dalla distruzione creativa della sharing economy. Peccato che, questa volta, dietro la distruzione creativa ci siano, ad oggi, più di 150.000 persone che hanno deciso di affittare una stanza nel loro appartamento o la loro casa al mare. Se si considera che, secondo le stime, più di una famiglia su dieci in Italia ha una seconda casa, allora si capisce quanto estesa e rilevante possa essere la posizione degli stakeholders di qualsiasi norma che intenda difendere il settore alberghiero dalla concorrenza di Airbnb.

Questa battaglia, in realtà, è già cominciata. Lo scorso agosto, la Regione Lazio ha riformato la normativa sulle strutture ricettive extralberghiere, stabilendo che, “nei periodi di minor flusso turistico e in considerazione del numero complessivo di posti letto offerto dalle strutture alberghiere ed extralberghiere insistenti in zone urbane ad alta concentrazione di strutture ricettive”, i Comuni possano “stabilire, durante l’anno solare, specifici periodi di chiusura, non superiori a due nell’arco dell’anno, limitatamente alle strutture che svolgono attività ricreativa in forma non imprenditoriale”, oltre a quelli già previsti da regolamenti precedenti (art. 3, comma 1, Regolamento n. 8/2015). In altre parole, chi affitta la propria casa su Airbnb o gestisce un B&B in forma non imprenditoriale (secondo parametri relativi al numero di posti letto e al periodo di inattività, definiti dall’art. 9 del medesimo Regolamento n. 8/2015) sarà obbligato a chiudere non solo, rispettivamente, per 100 e per 90/120 giorni l’anno, nel periodo stabilito da ogni singolo Comune, ma anche in ulteriori “periodi specifici di chiusura” determinati dal Comune stesso.

Non solo: la Regione è anche intervenuta sui requisiti strutturali che devono essere garantiti dagli affittuari: per dare un’idea del suo grado di incisività, basti dire che la misura impone – ad esempio – di cambiare la biancheria del bagno agli ospiti ogni giorno, di avere in casa una “sala destinata alla somministrazione di alimenti e bevande” di almeno 14 metri quadri, di avere almeno una lampada da comodino, uno specchio, un armadio a due ante, un cestino e una piantina della città a disposizione, oltre che di installare un “sanitario water-bidet provvisto di doccetta limitrofa” in bagno nel caso in cui, per problemi di spazio, “non sia possibile la posa in opera separatamente del water con il bidet” (Allegato 1, Regolamento n. 8/2015).

Tutto ciò può sembrare – e in effetti è – grottesco. Perché mai non potrei affittare la mia casa, se il mio salotto misura meno di 14 metri quadri? E perché mai non dovrei poterla affittare per 100 giorni l’anno? Qual è la ratio di simili previsioni? La risposta è semplice: si tratta di provvedimenti che, sia pure in misura spesso attenuata, hanno sempre riguardato ostelli, B&B e altre strutture che – per loro natura e modalità di gestione – sono assimilabili agli alberghi. Ma che, al contrario, suonano ridicoli se applicati alla nostra casa al mare, all’appartamento ereditato in attesa di essere venduto o alla stanza di un figlio che è andato a studiare all’estero: cioè a tutti quei casi in cui, più che un business, Airbnb è un’opportunità di non sprecare risorse, condividendole con chi ne ha bisogno.

Dopo qualche mese dall’emanazione del regolamento, l’Autorità Garante della Concorrenza ha pubblicato un parere in cui sostiene che la previsione di periodi di chiusura obbligatoria così estesi comporterebbe “una ingiustificata restrizione dell’offerta […] a danno delle dinamiche concorrenziali nel settore e dei consumatori”, peraltro “proprio nel momento di massima affluenza prevista in occasione dell’avvio del Giubileo della Misericordia” (Bollettino n. 47 del 28.12.2015). Come nel caso di Uber, la politica non ha saputo resistere alla tentazione di regolamentare un fenomeno così nuovo e complesso in categorie vecchie, che con questo fenomeno hanno ben poco a che fare. E, ancora una volta, è stata l’Antitrust a dover intervenire nel difficile equilibrio tra la sharing economy e la sua regolamentazione. Dopo aver ricevuto il parere dell’AGCM, la Regione Lazio ha fatto sapere di ritenere legittimo il proprio operato, perché – fra l’altro – le case-vacanza e i B&B gestiti in forma non imprenditoriale non sono “imprese turistiche” e, di conseguenza, “neppure soggetti di mercato sottoposti ai principi concorrenziali”. Come dire: che cosa siano non l’abbiamo ancora capito, ma nel frattempo no pasaran.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, battaglia, braccio di ferro, disposizione, figlio, giornali, italia, mare, mercato, natura, persone, provvedimenti, regione lazio

Info Giacomo Lev Mannheimer

Giacomo Lev Mannheimer (Milano, 1989) si è laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi sul Partenariato Pubblico-Privato (PPP). Come praticante avvocato, si occupa prevalentemente di diritto amministrativo, diritto pubblico dell’economia e diritto della concorrenza.
Per l’Istituto Bruno Leoni è autore del Focus “I libri non sono tutti uguali. Il caso dell’IVA sugli e-book” e – con Serena Sileoni – del Focus “Città metropolitane: una nuova tappa di una storia infinita”. Scrive inoltre regolarmente su Leoniblog e collabora con diverse testate online.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. lio

    16 Settembre 2016 alle 14:44

    Presto viagggeremo su auto volanti, speriamo che quella che avrà a bordo fugazza precipiti nell’infinito.

    Rispondi
  2. Claudio Fogazza

    24 Gennaio 2016 alle 20:32

    i taxisti si rassegnino – in Olanda i BUS sono senza autista – ora arriveranno i BUStaxi senza autista che si chiamano col telefonino e il più vicino carica il passeggero che avrà già indicato la destinazione

    Rispondi

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