America anni ’50. Si respira già un clima di “caccia alle streghe” in questa New York fredda e nevosa della vigilia di Natale, il maccartismo comincia a diffondersi ma stavolta le streghe non sono i rossi né i pericoli del comunismo, la cui ricerca ha allontanato da Hollywood attori e sceneggiatori rendendone altri possibili ‘spie’ nei confronti dei colleghi (Elia Kazan) e ci piace ricordare il coraggio di Humphrey Bogart e Lauren Bacall nel promuovere la marcia contro il maccartismo dilagante.
Le streghe di questo melodramma tratto dal libro autobiografico “The Price of Salt” di Patricia Highsmith (che fu costretta a firmare il libro con uno pseudonimo fino all’edizione del 1990) sono Carol e Therese. Appartengono a classi sociali diverse ma sono accomunate dal sentirsi fuori posto nel luogo in cui vivono.
Come quei film che hanno qualcosa di importante da dire anche questo comincia dalla fine ed è Therese che, in un lungo flashback racconta la loro storia. Il regista , per meglio sottolineare l’atmosfera anni ’50, introduce la scena di Therese che, in cabina proiezione assiste al film “Sunset Boulevard”, anche lì una storia difficile e ‘indicibile’, la vecchia e ricca diva che si innamora del giovane sceneggiatore squattrinato.
Therese, commessa nel reparto giocattoli di un grande magazzino viene colpita dalla dolcezza raffinata di una ricca e bella signora annoiata dai troppi agi e forse alla ricerca di nuove sensazioni specie se ‘indicibili’ e ‘inconfessabili’ nell’America puritana di quegli anni che considerava l’omosessualità una malattia. Il fatto che Carol lasci i guanti sul banco del negozio dà un chiaro indizio sui ruoli di conquistatrice e conquistata, ma come nella vita anche nel film, nel finale della storia, ci sarà un ma.
Carol vuole Therese e l’avrà in una notte di sesso in un motel durante la loro “fuga” versi Chicago, ma vorrebbe anche veder crescere la figlia. Therese che ha la passione per la fotografia diventerà una fotoreporter.
Attraverso il lungo racconto di Therese vediamo nascere una passione che crescerà fra incertezze, dubbi, piccoli gesti (una mano sulla spalla, un sorriso appena accennato, sguardi e silenzi, lo sfiorarsi delle mani), passione che diventerà travolgente nella scena di sesso al di là del ‘genere’.
Benchè il film, grande successo al Festival di Cannes dove Rooney Mara (Therese) ha ricevuto il premio come miglior attrice, sia annoverato fra i 10 più belli del 2015, benché abbia ottenuto cinque nomination per i Golden Globe (non portandone a casa neanche uno), benchè le due protagoniste siano di una bravura quasi ‘intollerabile’ il film non riesce a prendermi l’anima, nonostante il calore di una forte passione, si avverte solo il freddo della separazione, della punizione, il freddo del giudizio implacabile di una società ‘bigotta’. Tutto quanto verrà riscattato dalla scena finale in cui Therese da conquistata diventa conquistatrice percorrendo a testa alta il lungo salone fino a incrociare lo sguardo e il sorriso di Carol.
Carol è un film perfetto dal punto di vista estetico per l’esatta ricostruzione scenografica dello stile anni ’50, per la splendida fotografia di Ed Lachman (i volti di Carol o di Therese dietro i finestrini annebbiati, bagnati dalla pioggia, sfumati nei contorni, sono fra le più belle inquadrature del film), la colonna sonora accompagna e sottolinea le emozioni, ma è un film malinconico, come malinconiche sono le due protagoniste candidate all’Oscar per la miglior attrice protagonista (Blanchet) e non protagonista (Mara)

Lascia un commento