La liberazione di Ramadi dai miliziani dell’Isis di fine dicembre è stata giustamente salutata da diversi commentatori come una svolta nella attuale situazione irachena. La città, situata a 100 km ad ovest di Bagdad, capoluogo della provincia d’al-Anbar, era caduta nelle mani dello Stato islamico il 17 maggio scorso, e si era temuto allora che la medesima sorte potesse subire la capitale. La vittoria assume un’importanza particolare dal momento che la città è abitata prevalentemente da sunniti, in posizione molto critica verso il governo iracheno, a guida sciita. Situazione del resto comune all’intero paese, che ha visto con il rovesciamento di Saddam Hussein l’allontanamento dalle leve del potere della componente sunnita, che del regime baathista era l’elemento decisivo, anche se minoritaria nel paese.
Queste circostanze spiegano in larga parte la nascita dell’Isis, uscito proprio dalle fila degli scontenti dell’etnia sunnita irachena, supportati successivamente da elementi militari provenienti dal partito Baath, così come si spiega la poca resistenza delle popolazioni sunnite all’avanzata dei suoi miliziani, vedi il caso di Ramadi, dove, giova ricordarlo, questi ultimi si presentarono in numero non superiore a 300. I tentativi di riconquistare la città nei mesi scorsi erano andati a vuoto proprio perché l’esercito iracheno, sostenuto dalle milizie sciite provenienti dal Libano e dall’Iran, malviste dalle popolazioni locali, si muoveva nell’ostilità generale.
Il sostegno americano
La novità politica della riconquista sta nel fatto che questa volta, in appoggio alle truppe governative, quelle milizie erano state sostituite da elementi sunniti della zona, addestrati dagli americani. L’attacco alle posizioni del Daech (altro nome dello Stato islamico, entrato di recente nel lessico giornalistico) ha visto poi il sostegno continuo dell’aviazione della coalizione internazionale a guida Usa. Dunque gli americani si devono essere finalmente resi conto che bisognava fare qualcosa per rimediare all’errore di aver consentito che ad un governo a guida sunnita se ne sostituisse uno a guida sciita, anch’esso settario verso la parte esclusa. Quel che è certo è che la prospettiva di un “appeasement” tra le due componenti fondamentali che caratterizzano l’area (la terza è quella curda, che però fa storia a sé pur essendo costituita da sunniti) potrebbe non piacere troppo a chi punta a guadagnare politicamente dal conflitto tra di esse.
Dopo la rottura Arabia Saudita-Iran
Sarà quasi sicuramente un caso, ma dopo il successo di Ramadi in tutta l’area medio orientale il contrasto tra sciiti e sunniti è scoppiato più virulento che mai. Prendendo a pretesto le esecuzioni in Arabia Saudita di inizio anno, l’Iran ha pensato bene di contribuire ad innalzare il livello dello scontro facendo ben poco per impedire che nel paese si susseguissero gli assalti alle sedi diplomatiche saudite; tutto ciò ha costituito a sua volta un pretesto per l’Arabia Saudita per la rottura delle relazioni diplomatiche tra i due paesi, decisione che a catena ne ha portato altri ad allinearsi sulle rispettive posizioni. È evidente che in ballo c’è anche il futuro della Siria, e non solo, perché ulteriori focolai di guerra civile caratterizzano la zona sud della penisola arabica.
In Siria i diversi attori in campo stanno cercando di arrivare agli incontri per una soluzione politica del conflitto interno — che, secondo il calendario previsto dagli accordi internazionali, dovranno partire proprio in questi giorni, per arrivare alla formazione di un governo di transizione di unità nazionale, cui dovrebbero seguire una costituzione e infine le elezioni generali — nella migliore posizione possibile sul terreno.
Non solo contrasti religiosi
Di mezzo non c’è solo l’acuirsi di un contrasto storico/religioso tra sciiti e sunniti; questi ultimi hanno la netta sensazione che stia prevalendo nel regime di Teheran la tentazione di ricostituire una sorta di impero persiano, e su questa strada, temono, sarebbe sostenuto da un altro impero rinascente, almeno nelle intenzioni, quello russo.
Insomma, la luce che si era accesa in Iraq con la presa di Ramadi potrebbe anche trasformarsi nella scintilla di un incendio, ma di segno opposto a quello sperato. Le due moschee sunnite fatte saltare a Hilla, a circa 80 km da Bagdad, e l’uccisione di un muezzin a Iskandariyah, sono un segnale di quanto le speranze americane di dare una soluzione finalmente ragionevole ai contrasti politici e religiosi dell’area, a cominciare dall’Iraq, siano lontane dal potersi realizzare.

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