Pari a zero veniamo considerati. Perché tanto contiamo anche se figuriamo o veniamo rappresentati per cento, duecento o cinquecentomila. Questa è la verità, Signor Presidente.

La preghiamo, allora, di andare oltre lungo questa strada. Per sostenere i diritti di una specie dimenticata da tutti e, quindi, tanto più bisognosa del Suo appoggio: gli iscritti ai partiti.
Siamo, Signor Presidente, se possiamo azzardare un raffronto, un po’ come le anime morte del romanzo di Gogol; diciamo dei numeri, gestiti, ampliati, rimpiccioliti o magari negati secondo le esigenze di questo o quel leader, senza che a nessuno interessi la nostra concreta esistenza.
Ella avrà avuto modo di seguire la recente vicenda del sindacato padano e del suo massimo esponente, Rosi Mauro, e l’ha ritenuta, evidentemente, di livello così basso, da non meritare Suoi richiami e commenti. Non Le sarà sfuggita però l’essenza della questione; che non riguarda tanto la consistenza numerica del suddetto sindacato, ma la sua stessa reale esistenza. “Uno, nessuno, centomila”, scriveva Pirandello; oggi facciamo di meglio; perché i duecentomila significano soltanto zero.
Pari a zero veniamo considerati. Perché tanto contiamo anche se figuriamo o veniamo rappresentati per cento, duecento o cinquecentomila. Questa è la verità, Signor Presidente.
“Colpa vostra”, ci viene detto; o, più esattamente, lasciato capire. E colpa nostra perché finiamo per pagare, per una specie di proprietà transitiva, il discredito totale dei partiti. In parole povere (voglia scusarci la caduta di tono…), se i partiti stessi sono una istituzione inutile, per non dire nociva, perché mai uno dovrebbe sentire il bisogno di iscriversi? E allora questo “uno”o è un ingenuo, per non dire un idiota – nel senso di farsi usare da altri – o è un aspirante corrotto, uno che intende partecipare ad un’iniziativa in vista di un qualche tornaconto.
A questo siamo arrivati, caro Presidente. E, a questo punto, non possiamo certo chiederle, qui ed oggi, di riottenere i diritti perduti – un compito che spetta in primo luogo a noi stessi – ma di veder riconosciuti la nostra dignità e il nostro ruolo di vittime.
Nel rivendicare i nostri diritti non ci avvaliamo di sensibilità recenti o di mode effimere. Perché questi appartengono all’ordine istituzionale di ogni tempo e di ogni Paese. E sono i diritti (e anche i doveri) appartenenti ai membri di qualsiasi associazione: contribuire materialmente al suo sostentamento; discuterne e deciderne le attività e le prospettive; scegliere, col proprio voto, i dirigenti ed anche gli aspiranti a cariche elettive; controllarne periodicamente l’operato. Un sistema che andrebbe difeso e preservato: perché attiene alla normalità istituzionale di qualsiasi sistema di democrazia liberale; e tanto più in un paese, come il nostro, in cui i partiti sono considerati, e dalla Costituzione, come elemento fondamentale del nostro ordinamento politico. E, invece, questi diritti li abbiamo persi tutti, dico tutti; e, cosa ancora più drammatica, nel disinteresse generale.
Oggi, il nostro contributo è e, peggio, è considerato irrilevante nel sostentamento del partito. Oggi, i congressi, celebrazione essenziale del nostro ruolo, sono, peggio vengono considerati non un momento centrale nella vita del partito, ma piuttosto un impaccio da evitare, nella misura del possibile. Oggi, il nostro diritto di vaglio delle candidature e di voto sulle medesime è stato praticamente eliminato; sempre nel consenso generale. E, allo stesso modo, rischia di scomparire anche la nostra ultima prerogativa; quella di scegliere i nostri massimi dirigenti.
Per dirla tutta, siamo state le vittime, insieme, della degenerazione del vecchio sistema e della malaccorte impostazioni di chi intendeva e intende combatterlo.
E vittime, nel primo caso, del leaderismo. Insomma dell’idea che i nostri Capi non fossero soltanto persone scelte come garanti di una costruzione progettuale e politica collettiva, ma piuttosto i titolari permanenti di ciò che veramente importava; vedi la sua rappresentazione propagandistica a uso di un mondo esterno di cui variavano di continuo esigenze e umori. Di qui l’insofferenza per i “lacci e lacciuoli”interni; leggi regole, procedure, controlli. Ed era fatale che questo “diritto alla non interferenza”sia stato poi usato dai tesorieri…
Ma, a spingerci verso l’estinzione, è stata poi è stato la vulgata nuovista. Questa si è misurata con la degenerazione del sistema partitico; ma non si è affatto preoccupata di porvi rimedio, cavalcando piuttosto l’ondata antipartitica. Il risultato è che abbiamo avuto meno partiti e più degenerazione.
Di qui il nostro appello. Non chiediamo soccorsi o rimedi particolari. Chiediamo, piuttosto, che venga semplicemente riconosciuta la nostra esistenza. Dopo tutto, siamo ancora vivi; e non siamo nemmeno pochi…

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