L’ideologia della “necessarietà” di certe politiche alla lunga non può convincere la gente, che avverte come ogni possibilità di decidere del proprio futuro con il voto venga annullata.

Emerge evidente il cortocircuito tra crisi economica e legittimità democratica: i “sacrifici” non sono soltanto impopolari per loro natura, ma appaiono totalmente svincolati dal processo democratico, imposti e decisi dall’alto, addirittura dall’estero. L’ideologia della “necessarietà” di certe politiche alla lunga non può convincere la gente, che avverte come ogni possibilità di decidere del proprio futuro con il voto venga annullata. Come sovente accade nella storia, i riformisti non vengono premiati per l’assunzione di responsabilità al fine di evitare il peggio, al contrario finiscono tra l’incudine e il martello, tra le pretese dei poteri economici e la rabbia della gente. Ecco quindi che i recenti sondaggi in vista delle elezioni greche indicano un crollo dei due maggiori partiti che sostengono il governo tecnico di Papadimos: oggi socialisti e conservatori assieme fanno poco più del 36%, quando solo pochi anni fa si dividevano da soli l’80%. Sale la sinistra d’opposizione, che raccoglierebbe un 40% ripartito tra le sue varie sigle. L’86% dei cittadini si dichiara insoddisfatto delle politiche del governo, anche se il 66% continua a riconoscerne la “competenza”.
E’ questa pretesa di competenza nel governo degli arcani della finanza, sostenuta a spada tratta dai media, che ha reso sinora possibile il governo di Papadimos. E’ incerto quanto questo possa, sul lungo periodo, sostituire la libertà di scelta tra opzioni politiche diverse, cioè la democrazia.

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