Commentando l’annuncio del numero straordinario di Pensalibero per i 150 anni
dell’unità d’Italia, un lettore, che si firma Giuseppe Quarto, da Brescia, scrive che “lo Stato italiano dovrebbe avere l’onestà intellettuale di raccontare…i massacri dell’esercito piemontese”, che “in Italia ricordiamo il Risorgimento solo con frasi retoriche “, che “il segreto di Stato ancora chiude in polverosi sotterranei dei ministeri centomila documenti… della carneficina risorgimentale” e acclude un lungo elenco di arrestati, fucilati, caduti.
Rispondo
Vedo, signor Quarto, che “il segreto di Stato che ancora racchiude “ ecc., non deve essere così
“segreto” se le permette di trasmetterci un lungo elenco di cifre, nomi e ruoli. E infatti non è per niente segreta quella storia: la relazione della commissione d’inchiesta, voluta dal governo
della destra storica, fin dall’inizio resa pubblica , illustrata e firmata da Giuseppe Massari, risale
al 1863; delle condizioni , delle cause , dei possibili rimedi, scrissero Pasquale Villari ( le magistrali “Lettere Meridionali” ) e Giustino Fortunato ; del 1876 è l’inchiesta sulla Sicilia, documentata, senza veli, dei deputati della destra storica Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti. Sono venuti poi i grandi storici della questione meridionale, da Adolfo Omodeo a Gaetano Salvemini, che hanno analizzato il fenomeno del brigantaggio, le sue antiche origini, l’esplosione violenta nella Basilicata del 1861. I manuali di storia del secondo dopoguerra ( dallo Spini al Lepre, dal Camera Fabietti al Sabbatucci-Giardina-Vidotto, per non parlar degli altri ) hanno tutti riferito dei 120.000 soldati del regio esercito impegnati nella guerra ai briganti , della legge Pica, dei tribunali speciali, delle fucilazioni , degli incendi. La “Storia del brigantaggio dopo l’Unità”, scritta da Franco Molfese, consiste di 300 pagine più cento di appendici, documentate con nomi, luoghi e tabelle. Le cifre divergono da quelle da lei trasmesse a Pensalibero, ma l’esagerazione dei suoi numeri ( corregga, tra l’altro, il refuso: i “militi della guardia nazionale” inviati al sud furono, semmai, 8.327, non 83.927 ) non fa certo sottovalutare la violenza della repressione.
I fatti di Bronte ( sempre ) e quelli di Pontelandolfo ( meno, è vero ) sono citati e documentati in decine e decine di libri ( per non parlar del film, del 1972 ). Senza dimenticare le pubblicazioni, con documenti di archivio, dell’ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito ( Oreste Bovio, Storia dell’esercito italiano dal 1861 al 1890; Umberto Govone, Il generale Giuseppe Govone, frammenti di memorie, prima ed. 1902 ), che hanno descritto episodi di raccapricciante ferocia da parte di chi aggrediva ( i briganti ) e di spietata durezza da parte di chi reagiva ( l’esercito italiano ).
Quale “segreto”, dunque?
Quali “frasi retoriche”? . C’è stata , la retorica , talvolta, come nel ventennio; o come in alcuni testi, nazionalistici,non patriottici. Però, cosa veramente avvenne al sud è stato detto e ridetto,
raccontato abbondantemente, ripetutamente, puntualmente.
E bisognerebbe avere la “onestà intellettuale” di ammettere che i “massacri dell’esercito piemontese” seguirono gli assalti, risposero alle violenze, alle torture, ai massacri dei briganti. Ha mai letto, signor Quarto, delle teste mozzate ai bersaglieri e appiccate sugli altari delle chiese? Dei corpi dei bersaglieri torturati incidendo sul petto la croce di Savoia ? Dei soldati catturati e castrati ?
Mancarono le dichiarazioni di guerra ? Imprecisione a parte, vorrebbe qualcuno dirci se i Borbone e gli altri sovrani assoluti “dichiararono” a qualcuno , dopo il 1849, che stavano occupando di nuovo trono e territorio con la prepotenza delle baionette austriache , con soldati – loro, sì – mercenari ? Chiesero il permesso ? Indissero libere elezioni ?!
Oppure è vero – come è vero – che fioccarono carceri, esilio, fucilazioni ?
Ha mai letto, signor Quarto, le Memorie di Luigi Settembrini ? E’ , tra i tanti, il patriota napoletano che patì il carcere duro per nove anni consecutivi.
E infine: combattevano per la libertà, i briganti ? Per la Costituzione ? Volevano scuole e istruzione per l’Italia meridionale sottomessa ai Borboni , nella quale l’analfabetismo era arrivato a punte superiori al novanta per cento ? Chiedevano l’abolizione dei latifondi ? Si battevano per la pulizia ,per i servizi al cittadino, per i diritti civili ? Erano ribelli disinteressati ? Oppure è
vero – come è vero – che furono protetti, finanziati, sostenuti, moralmente, se così si può dire, e materialmente, dai Borbone, dal Pontefice, da vari proprietari feudali ? E nell’Italia meridionale, in quegli anni, ci furono soltanto i briganti? Oppure è vero – come è vero – che numerosissimi furono i sostenitori di Garibaldi e di Vittorio Emanuele di Savoia ( “Italia e Vittorio Emanuele “ fu il proclama del generale a Salemi, dopo lo sbarco ); tanto che più di 30.000 ( più di trentamila, calcolando solo quelli del meridione ) furono i volontari accorsi in pochi mesi al seguito dei milleottantasette garibaldini, fino alla battaglia finale del Volturno.
C’è una differenza , tra chi, come noi, vuole celebrare i 150 anni d’Italia, e chi , come lei, signor Quarto, dice che non ce ne sono le condizioni.
Noi, non solo non nascondiamo i lati negativi della storia unitaria, ma li conosciamo bene . E pensiamo che debbano essere conosciuti : i drammi, gli errori , soprattutto del periodo post-unitario. Siamo, però, convinti che ci siano stati i lati positivi. Anzi, che abbiano nettamente prevalso: in quello straordinario processo di libertà ( politica, umana, religiosa ) di indipendenza, di cultura, di istruzione, di emancipazione civile, economica, che fu il nostro Risorgimento.
Altri – vuole essere tra questi, signor Quarto ? – ricordano, sottolineano, rinfacciano, solo gli aspetti negativi.
Con insistenza e perseveranza , degne – è il caso di dire – di miglior causa . Ma anche – è il caso di sottolineare – con
quella libertà di opinione che è una conquista, un diritto, un bene, per il quale dobbiamo gratitudine, tra i primi, ai patrioti del nostro Risorgimento. Quella libertà di opinione che Pensalibero, nel suo piccolo, sempre sollecita e garantisce; e in nome della quale la ringraziamo, signor Quarto, del suo dissenso, alle motivazioni del quale abbiamo sentito il dovere di rispondere.
Adalberto Scarlino

Gentile Signor Scarlini
Apprezzo la passione che trapela dalle sue parole e ne ammiro la schiettezza, tuttavia mi permetta di dissentire. Per quanto riguarda l’informazione, è vero – come fa osservare lei – che sin dal 1862 furono pubblicati testi che smascheravano le menzogne risorgimentali, ma è altrettanto vero che la storia ufficiale ancora oggi, dopo 150 anni, censura la verità e non le concede nessuno spazio pubblico. Questo è un dato di fatto! Ancora oggi la verità non è alla portata di tutti, non è offerta gratuitamente alla popolazione, deve essere appositamente voluta e ricercata.
Quando ha parlato di onestà intellettuale ha trascurato un assunto senza il quale, qualsiasi analisi risulterebbe falsata: i piemontesi che secondo lei vennero assaltati, torturati, massacrati dai briganti, non furono attaccati alle spalle nella loro terra natale, mentre manifestavano pacatamente per la pace nel mondo, con rami di palma e d’ulivo tra le mani, usurpavano un regno e impugnavano armi che – di questo devo dare atto alla storia – usavano molto democraticamente verso tutti: uomini, donne, bambini, vecchi, ritardati mentali, gestanti. A fare passare i massacri dell’esercito piemontese come legittima difesa, non basterebbe la fantasia del migliore autore di fantascienza. Ma ammiro il suo sentimento perché autentico. Sulle teste mozzate, le uniche che ci sono giunte sono quelle di briganti immortalate dai fotografi a servizio dell’esercito piemontese e quelle di briganti esposte al museo lombrosiano di Torino.
Trovo che ci sia una forzatura anche nel voler paragonare l’invasione dei Savoia e quella che lei definisce “occupazione” dei Borbone nel ’49. I Borbone non stavano occupando un regno straniero, i Borbone erano i legittimi sovrani di quel regno da oltre un secolo, legittimità che fu rinnovata e riconosciuta anche nel 1816 quando al Congresso di Vienna i due Regni, quello di Sicilia e quello di Napoli, venivano unificati nel Regno delle due Sicilie. Giuridicamente i Borbone non commisero nessuna violazione, nessun reato, non infransero nessuna legge, nessun trattato. Chi stava violando leggi e trattati erano i liberali (che poi erano i baroni proprietari dei feudi, guarda caso!) che dichiararono decaduto un Re senza alcun diritto. Anche sulle fucilazioni la storia ufficiale riferisce il falso. Dal 1836 al 1847 su 173 condanne a morte ne furono eseguite 16! Dal 1848 al 1861, nel Regno delle due Sicilie, fu eseguita una sola sentenza di morte, quella di Agesilao Milano che aveva attentato alla vita di Ferdinando II. E Ferdinando, al contrario di quanto la storia narra, era molto incline a concedere la grazia! Veniva addirittura accusato di abusarne troppo.
Perfino Settembrini che lei ha citato glielo rimproverò aspramente: “bestemmiate la memoria di Ferdinando II, perché è sua la colpa di questo. Se egli avesse impiccato noi altri, oggi non si sarebbe a questo: fu clemente e noi facemmo peggio”! Le Rimembranze che lei cita di Settembrini furono scritte durante la sua prigionia, ma pubblicate quando lui ormai manifestava apertamente il suo dissenso verso il nuovo governo. E a quanto pare, fu obbligato a pubblicarle… tanto è vero che non si premurò nemmeno di correggerle prima di darle alla stampa! Sono piene di errori giovanili e un professore attento come lui ne avrebbe avuto cura se avesse avuto davvero l’intenzione di pubblicarle. Tra l’altro l’uso di parole che, all’epoca, il dizionario italiano non comprendeva e che appartenevano esclusivamente alla lingua piemontese, fa sospettare che siano intervenute altre mani in quella scrittura. Quanto al carcere duro, fosse stato davvero così duro, il Settembrini non avrebbe potuto scrivere le sue Rimembranze. La verità è che il primo Settembrini aderì alla campagna denigratoria (così potente che resiste ancora oggi) promossa dai liberali inglesi e italiani. Il Settembrini postunitario ripudiava le ipocrisie del nuovo governo e le denunciava.
Per quanto riguarda Garibaldi, reclutare soldati non fu una cosa così semplice per lui. Prima tentò la provocazione “Chi non impugna un’arme è un vile, o un traditore” e dopo un mese di proclami (fatti in nome di un Re inesistente perché il regno d’Italia non esisteva ancora) che davano scarsi risultati (tant’è che continuava a scrivere all’amico Bertani “Mandateci adunque armi, munizioni, ed armati quanto potete”) infine ricorse all’inganno “Sopra la terra dei demani comunali da dividersi, giusta la legge, fra i cittadini del proprio comune, avrà una quota senza sorteggio chiunque si sarà battuto per la Patria”. Inoltre è utile sapere che tantissimi furono i garibaldini meridionali delusi che si misero a combattere a fianco dei briganti, compreso “Ricciotti”, figlio dello stesso Garibaldi, indignato dagli orrori della nuova Italia nei confronti dei fratelli meridionali.
Ritengo che il sud non abbia nulla da festeggiare da tutti i punti di vista. Potrei elencare innumerevoli ragioni ma ne dico solo una.
Faccio un semplice calcolo matematico: in tutti i tempi, sotto qualsiasi dinastia, sotto qualsiasi influenza, il sud è sempre stato fiorente, ricco, celebrato, culla di culture, di lingue, di arte… perfino sotto la “sanguinaria” e “retrograda” e “repressiva” “tirannia” borbonica il sud era rigoglioso… e poi? Poi che è successo? È arrivato il Risorgimento a seppellirci… in tutti i sensi.
Eppure, anche se il mio pensiero è in forte contrasto col suo, io non credo ci siano differenze tra me e lei.
Dice Pino Aprile: Noi la vogliamo festeggiare l’unità, ma prima facciamola!
…eliana
Proprio perché non deisdera nascondere i “lati negativi” dell’invasione/annessione piemontese, provi ad illustrarli se li conosce.
Se Carlo Alianello non basta, provi a documentarsi con Pino Aprile e il suo libro “Terroni”. Buona lettura.
Grazie Adalberto – È triste, a 150 anni dall’unità d’Italia, mentre dovremmo preoccuparci di agire per un’Europa politicamente unita, dover registrare nostalgie borboniche, provincialismi, localismi e campanilismi che tra l’altro, nonostante vogliano separare si denominano “leghe”. Ogni realtà complessa ha le sue ombre, che vanno osservate e indagate in una visione intellettualmente onesta e completa. Chissà se andando di questo passo qualcuno rimpiangerà lo Stato Pontificio? Ma forse questo non avverrà visto che l’Italia mi sembra sia sulla buona strada per trasformarsi in esso.
Grazie Adalberto – È triste, a 150 anni dall’unità d’Italia, mentre dovremmo preoccuparci di agire per un’Europa politicamente unita, dover registrare nostalgie borboniche, provincialismi, localismi e campanilismi che tra l’altro, nonostante vogliano separare si denominano “leghe”. Ogni realtà complessa ha le sue ombre, che vanno osservate e indagate in una visione intellettualmente onesta e completa. Chissà se andando di questo passo qualcuno rimpiangerà lo Stato Pontificio? Ma forse questo non avverrà visto che l’Italia mi sembra sia sulla buona strada per trasformarsi in esso.
Bravo Adalberto! quest’articolo mi era sfuggito… la storia è sempre la storia!
Un’utile lezione di storia e di etica politica. Grazie, Adalberto.
Condivido i contenuti e le precisazioni di questo articolo, che mi sembrano molto opportune.
Ribadisco l’invito già formulato in altre circostanze sempre su questo blog: leggete Carlo Alianello e soprattutto la sua “Conquista del Sud”.
Buona lettura a tutti per un 17 marzo libero da tutti i falsi ed agiografici condizionamenti storici.
BRAVO BRAVO e BRAVO come sempre grazie!
Bravo Adalberto per la tua risposta così circostanziata e non certo animosa,ma tesa a ricordare i fatti storici. Purtroppo esiste ormai una retorica del “negazionismo” (se così si può dire) alimentata interessatamente da una certa parte politica
e che sembra dare a chi la pratica una certa aura di superiore e segreta conoscenza che lusinga il proprio ego,specie in chi ne sente un pressante bisogno !!!
Grazie e un abbraccio,
Gianfranco
Per cultura e studio credo profondamente nello Stato unitario e non posso che ribadire quanto affermava Giustino Fortunato e cioè che l’unità d’Italia fosse quanto di meglio la penisola avesse sperimentato da Roma in poi. Mi sembra tuttavia che la risposta animosa ch’ella da al suo imprudente interlocutore vada oltre le righe e che tenda a sminuire fatti evidentemente discutibili. Anche l’interpretazione del brigantaggio, fenomeno non certo edificante e sicuramente condannabile, pecca di notevole superficialità semplificatoria. Una celebrazione di una ricorrenza importante come quella del 150 anniversario deve serenamente fare i conti con quanto realmente avvenuto e non può permettersi, come mi sembra dedurre dalla sua risposta, banalità o scorciatoie.
Per cultura e studio credo profondamente nello Stato unitario e non posso che ribadire quanto affermava Giustino Fortunato e cioè che l’unità d’Italia fosse quanto di meglio la penisola avesse sperimentato da Roma in poi. Mi sembra tuttavia che la risposta animosa ch’ella da al suo imprudente interlocutore vada oltre le righe e che tenda a sminuire fatti evidentemente discutibili. Anche l’interpretazione del brigantaggio, fenomeno non certo edificante e sicuramente condannabile, peccano di notevole superficialità semplificatoria. Una celebrazione di una ricorrenza importante come quella del 150 anniversario deve serenamente fare i conti con quanto realmente avvenuto e non può permettersi, come mi sembra dedurre dalla sua risposta, banalità o scorciatoie.
Sottoscritto al 100%. Come tutte le vicende della storia anche il risorgimento ebbe le sue luci e le sue ombre e sicuramente nei confronti del sud d’Italia potevano essere applicate altre scelte politiche. Ma i motivi che spinsero migliaia di giovani a sollevarsi contro dei monarchi che avevano una visione arcaica, assolutistica e quindi ormai antistorica, della monarchia, contro una chiesa che con il controllo delle anime esercitava un controllo delle menti e dei corpi, contro gli eserciti stranieri che volevano conservare il dominio austriaco sul nostro paese, non erano né di interesse personale né frutto di manovre altrui. Quello che spinse migliaia di giovani di tutta italia ad arruolarsi volontari nella prima guerra di indipendenza, nelle file dei garibaldini, nella difesa della repubblica Romana o di Venezia, che li portò a sfidare le orrende carceri austriache o le forche dei vari tiranni, erano Valori di libertà con la V maiuiscola che debbono essere conosciuti e tramandati alle nuove generazioni (le quali, si dice da chi li vorrebbe nutrire solo con la Tv spazzatura e il calcio, sono privi di valori).
Complimenti, è una risposta stupenda!
Comunque, premesso che tutti gli stati dovrebbero avere l’onestà intellettuale di raccontare i massacri dei loro eserciti e non solo…, io penso che nessun passo della storia (né avanti né indietro) potrà mai prescindere da episodi di violenza.
Maura
Bravo Adalberto! Cosi’ si fa:botta e risposta ed alla fine..W l’Italia!
Si può dire che il Prof. Scarlino gli ha dato…Un rinQuarto !
Ristabilire le giuste proporzioni storiche era utile e necessario.