Mi perdonerà il Ministro di Grazia e Giustizia Angelino Alfano – per le cui scelte non nutro, anche come avvocato, decisamente simpatia – se prenderò in prestito alcune sue affermazioni rese al XXX congresso dell’Associazione Nazionale Magistrati: affermazioni insostenibili da parte di chi fa politica e, a maggior ragione, da chi abbia responsabilità istituzionali. Le quali, tuttavia, assomigliano a quelle già troppe volte ascoltate da politici di ogni risma.
Quando a 18 anni sono entrato nel defunto Partito Liberale, una delle prime cose che mi sono fissato nel cervello – imparandola silenziosamente da coloro che ne sapevano assai più di me – è che, in qualsiasi ‘campo’ ci si trovi, le regole debbono essere decise e stabilite prima che inizi il gioco che con esse si intenda disciplinare. Per ciò esse debbono avere una sostanza astratta, debbono essere idonee, cioè, a ‘funzionare’ in una illimitata congerie di situazioni, a prescindere dal fatto della loro occasionale e momentanea ‘convenienza’ per questa o quella consorteria. All’opposto, la preoccupazione di concepire regole in funzione di una condizione o di una fazione o di un obiettivo specifici, ne altererebbe il processo di formazione e il successivo risultato, immettendovi ragioni contingenti e contrarie alla logica di lungo respiro cui esse dovrebbero rispondere.
Il Ministro Alfano ha dichiarato che i Pubblici Ministeri non saranno mai posti sotto il controllo del Governo, perché “non ci fidiamo dei futuri esecutivi”. Detta altrimenti, significa che se il Governo Berlusconi avesse davanti a se altri venti anni, se ne potrebbe parlare. E significa, alternativamente, due cose: che sotto Berlusconi i procuratori sarebbero lasciati liberi ovvero che, all’opposto, sarebbero ‘eterodiretti’ con modalità e per obiettivi giusti per definizione. Una regola, dunque, non sarebbe valida di per se, ma in quanto destinata ad essere gestita da una specifica compagine. Noi siamo i buoni, gli altri i cattivi. E questa norma funzionerebbe bene con noi, male con gli altri.
Andando oltre Alfano e le sue dichiarazioni, questa è una deriva rischiosa. Se eretta a sistema, è capace di stravolgere lo Stato di diritto. E’ una autentica degenerazione, una malintesa ‘privatizzazione’ delle istituzioni: la gestione della cosa pubblica e la creazione di regole per obiettivi di parte o fazione, piuttosto che per il declamato “bene pubblico”.
Anelo il tempo in cui ascolteremo discorsi, argomenti nuovi. In cui potremo salutare l’avvento di uomini nuovi, di statisti. Se mai questo tempo ci sarà dato di vedere, perché ora e all’orizzonte mala tempora currunt.
Paolo Marini

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