Nel quadro politico italiano e nell’attuale assetto parlamentare, non ci sono due schieramenti contrapposti, ma un solo e unico blocco di Potere trasversale. Anche se il mostro partitocratico può apparire bicefalo, in realtà, le due teste sono entrambe attaccate sullo stesso corpo. Dopo la stesura del libro giallo sulla Peste Italiana, e partendo da quelle premesse o da quelle analisi, mi piacerebbe che dentro la galassia dei Radicali si elaborasse un testo per il domani politico che ci attende. Dovrebbe essere un testo propositivo in grado di dare continuità e innovazione al cammino del pensiero liberale. Perché si tratta di un pensiero sempre in movimento, non statico, non ideologico, che ha bisogno perciò di farsi strada e di promuovere nuove riflessioni, altre idee, diverse angolazioni di giudizio e di punti di vista. Come dopo il 1945, anche oggi abbiamo un compito e una responsabilità a cui i liberali non possono sottrarsi. I dirigenti politici del dopoguerra, infatti, si ritrovarono di fronte ad una difficile strada inerpicata intorno ad un’idea di futuro che permettesse la ricostruzione liberale e democratica del nostro Paese e delle nostre istituzioni. In quel clima, un cattolico liberale come Alcide De Gasperi, un socialista liberale e democratico come Giuseppe Saragat e un liberale come Luigi Einaudi furono in prima fila nel tentativo di realizzare quel progetto di libertà che aveva accompagnato le speranze degli italiani dopo il Ventennio. Tutti e tre, insomma, insieme a tanti altri che non sto qui ad elencare, contribuirono al profondo lavoro di scavo che fu necessario per aprire un varco tra le macerie della Seconda guerra mondiale e trovare, quindi, un percorso virtuoso attraverso cui far passare le idee liberali sulle quali erigere un Governo e uno Stato democratico per l’Italia di allora. Un’Italia rimasta sepolta sotto le macerie del regime e distrutta dalle bombe, lacerata dalle tragedie individuali e collettive, dilaniata dal Secondo conflitto bellico. Al di là di qualsiasi pantheon liberale e libertario, andando oltre qualsivoglia rimescolamento di gloriose proposte d’una volta, accanto a questi nomi, per chiunque volesse avviare oggi un progetto politico riformatore, è necessario recuperare quelle idee per avanzarne di nuove e di nostre. Cioè, porre sul tavolo del dibattito politico proposte innovative che siano farina del nostro sacco e che corrispondano ai problemi attuali, rispetto alle esigenze del presente, in vista del futuro che vorremmo costruire. Nel caso, quindi, qualsiasi idea innovativa e riformatrice dovrebbe essere la scintilla per un progetto politico scaturito da una materia grigia individuale e collettiva capace di esprimersi nella testa e nella mente di uomini e donne del nostro tempo, valida per l’oggi, per il prossimo e imminente avvenire e per quello che arriverà tra quindici anni. E’ per questa ragione che, tra i nomi sopra citati, ritengo indispensabile affiancare anche la memoria di Piero Gobetti e della sua “Rivoluzione Liberale”, di Carlo Rosselli e del suo socialismo liberale, di Ernesto Rossi e della sua radicalità laica e liberale, di Umberto Calosso e del suo socialismo democratico. Ma che cosa avevano in comune questi uomini politici? Semplice: sono stati tutti, in un modo o nell’altro, allievi o collaboratori o assistenti o estimatori del liberale Luigi Einaudi, che per tutti resta “il Presidente”. In particolare, Umberto Calosso si formò culturalmente e politicamente seguendo i corsi universitari di Einaudi. È bene ricordare che il socialdemocratico Calosso fu il principale conduttore del programma radiofonico “Fighters and workers programme”, trasmesso da Radio Londra, nel corso del quale si davano informazioni sulla situazione militare italiana. Nel gennaio 1952 viene aggredito due volte da gruppi di neofascisti, ricevendo la solidarietà innanzitutto di De Gasperi. Inoltre, può essere utile, forse, ricordare che quando l’ex-allievo del prof. Einaudi, Umberto Calosso, criticò il liberismo del suo antico maestro affermando di non condividere le tesi secondo cui “i singoli uomini urtandosi l’un l’altro finiscono per fare l’interesse proprio e quello generale”, il Presidente trasecolò spiegando che tale tesi è un’invenzione degli anti-liberisti, si chiamassero o si chiamino essi protezionisti o monopolisti o pianificatori. Insomma, secondo Einaudi, Calosso aveva preso un grosso abbaglio e commesso l’ingenuità di credere all’esistenza “di un fantoccio mai esistito e perciò comodo a buttare a terra”. La verità era un’altra: “Liberisti sono coloro i quali, ragionando, cercano di precisare le ragioni ed i casi ed i limiti dell’intervento dello Stato”. Quindi, oggi come ieri, il dibattito sul “liberismo” non è una questione di destra, centro o sinistra. Le vecchie ideologie sono soltanto un retaggio passatista e diventano insignificanti se si pretende di usarle per leggere il presente e per costruire il futuro. Si tratta di vocaboli utili per leggere la storia e per comprendere il passato, ma non servono a spiegare la complessità del presente. In Italia e in Europa, manca la forza di innovare facendo leva sulla migliore memoria del pensiero liberale e della cultura umanistica e scientifica. Per fortuna, lo spazio per questa memoria che vuole darsi un futuro si potrà trovare dal 29 ottobre al 1 novembre prossimi al Congresso nazionale di Radicali Italiani di Chianciano Mi piacerebbe che la questione da me posta finisse sul tavolo del dibattito congressuale perché riguarda ciascuno di noi e ci investe, ci carica di una responsabilità che non possiamo scansare: quella di una Costituente Liberale e Democratica.
Pier Paolo Segneri

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