Un consiglio mi sento di dare agli attuali dirigenti della RAI, azienda nella quale ho lavorato per 38 anni, le cui vicende, lo confesso, mi provocano amarezza e moti di rassegnata indignazione.
Il consiglio è questo: mandino a casa, licenzino, tutti gli autori di programmi. Non ne hanno bisogno. Lo spettacolo è assicurato da ciò che quotidianamente accade nell’ azienda nata per gestire il servizio pubblico e ormai teatro senza sosta di privatissime rapine e baruffe. Nelle poco lodevoli imprese del consiglio di amministrazione, del presidente, del direttore generale, dei direttori delle testate e delle reti e via via scendendo per li rami, sono rappresentati tutti i generi che compongono il palinsesto televisivo: quello buffo e quello drammatico, quello delle chicchiere inutili e quello dei premi elargiti alle cricche dei boiardi e delle oligatchie politiche.
I dieci giorni di sospensione comminati a Santoro altro non sono se non la sublimazione emblematica di tutto ciò: il conduttore che compie un’altra tappa della sua via crucis di vittima sacrificale a suon di milioni(di euro); il direttore generale che assume provvedimenti poco curandosi dell’interesse aziendale (la sanzione ancorchè giusta è sbagliata nella forma); il presidente contro il direttore (logoro canovaggio che risale ai tempi della spartizione DC-PSI); i consiglieri di amministrazione eterodiretti dalle segreterie dei rispettivi partiti.
Santoro, i lettori di Pensalibero lo sanno, sta giù, molto in fondo nella nostra classifica del corretto modo di fare informazione. La sua è autentica “deformazione” di parte, realizzata anche con mezzi sottilmente scorretti: inquadrature, interruzioni e sviamento dei discorsi degli intervistati, artifici ai limiti del falso nei collegamenti dalle piazze dove ciò che può sembrare casuale è meticolosamente preparato. Massimo Bordin, l’impareggiabile curatore della rassegna stampa di radio radicale ha ricordato quando, in un programma che Santoro realizzò per Mediaset (proprio quella dell’odiato Berlusconi!) durante l’intervento della NATO nella ex Jugoslavia, vennero intervistati “semplici” cittadini di Belgrado che poi risultarono essere militari in borghese del dittatore Milosevic.
Insomma, un “pataccaro” che però, per l’amore che noi portiamo alla libertà di stampa e anche per non fare il suo giuoco non deve essere vittimizzato ma ricondotto, al pari di altri dello stesso o di opposto versante politico, nell’alveo della più rigorosa corretteza che deve caratterizzare il servizio pubblico.
Il provvedimento del direttore generale della RAI, al contrario, prende le mosse dal censurabilissimo “vaffan…” scandito dal giornalista in diretta TV nei confronti dello stesso Masi. E’ chiaro che non si può e non si deve. E che, chi lo fa, deve essere punito. Ma per come tutto ciò è avvenuto, dall’una parte e dall’altra, è evidente che libertà di espressione o tutela dell’Azienda non c’entrano un fico secco. Abbiamo assistito all’ennesimo scontro sulla pelle di una delicatissima azienda di stato per strappare e difendere brandelli ad uso di parte.
Nicola Cariglia

Purtroppo ,questa è l’esatta misura della situazione generale del Paese…