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“PIÙ STATO E PIÙ MERCATO”

Per salvare l’eurozona dalla crisi somministrare solo la cura non basta, bisogna accompagnarla con la riabilitazione.
Di Davide Giacalone

di Davide Giacalone | 10 Maggio 2010

In Europa ci si muove solo con la pistola puntata alla testa. E’ bastato che Moody’s parlasse dell’Italia come un Paese in pericolo, e prima che Fitch provasse a smentirlo, che il ministero dell’economia ha fatto sapere d’essere pronto ad una manovra correttiva, cui non s’addicono né diminutivi, né vezzeggiativi: 24,8 miliardi, fra il 2011 e il 2012. Più di un punto e mezzo di prodotto interno. E’ escluso che una roba di questo genere rimanga senza conseguenze politiche.

Chi sperava che la pressione sull’euro si scaricasse solo sui greci deve ammettere che era una pia illusione. Ieri Giulio Tremonti ha descritto così la nostra condizione: “siamo in parete”. La stessa immagine che avevamo utilizzato qui, ma sottolineando noi che mentre lo scalatore greco poteva essere acchiappato per la collottola, quello italiano è troppo pesante: o rimane attaccato di suo, alla parete, o non ci saranno volontari pronti ad accompagnarlo nel precipizio. Esattamente per questo, del resto, il comunicato dell’economia fa esplicito riferimento agli impegni presi in sede europea. Di quelli presi con gli elettori se ne parlerà un’altra volta. Non è, si badi, un’osservazione polemica, non abbiamo molte scelte. L’errore non consiste nel somministrare la cura, semmai lo sarebbe non accompagnarla con la riabilitazione: tagli e tasse senza riforme, insomma, sottoporrebbero il paziente ad una prova durissima.

Delle agenzie di rating abbiamo già scritto, descrivendo la situazione in cui si trovano questi strani animali, in perenne conflitto d’interesse, con alle spalle una marea di errori di valutazione, compartecipi del disastro finanziario globale e, infine, fonte di giudizi senza base scientifica.

Ribadito ciò, resta il fatto che la Spagna ha pagato il declassamento quasi un punto di pil, il che suggerisce di non prendere sottogamba l’avviso che ci è arrivato da Moody’s. Singolare, semmai, l’inversione delle parti: la Banca d’Italia, solitamente severa e non incline a ottimismi di maniera, ha subito risposto ribadendo la solidità del nostro sistema bancario, mentre il ministero dell’economia, che è parte di un governo accusato di voler vedere tutto colorato di rosa, ha immediatamente fatto sapere che la tanto annunciata (e altrettanto smentita) “manovrina” si farà, ma ingigantita. Ha anche aggiunto che la pressione fiscale diminuisce, nell’anno in corso, ma si tratta di una postilla non rassicurante: intanto perché sul 2009 pesano i soldi dello scudo fiscale, poi perché non è una promessa, ma una mera constatazione.

Grattare quasi 25 miliardi, per il Paese con il più alto debito europeo (sia in valore assoluto che in percentuale sul pil), non sarà facile. Non è una cosa che passerà inosservata. Ma potrebbe essere un’occasione. Questo è il punto politico, e questo è il tema sul quale il governo si gioca la sopravvivenza. Altro che litigi fra crestuti.

25 miliardi di tagli lineari, vale a dire non selettivi, alla spesa pubblica significherebbero non muovere più una foglia e chiudere alcuni servizi pubblici. La stessa cifra in prelievo fiscale significherebbe la rivolta, oltre tutto giustificata. Un mix ponderato delle due cose significherebbe continuare a far sempre lo stesso errore, togliendo soldi ai privati per alimentare una spesa indistinta. Il momento difficile, insomma, potrebbe essere l’occasione per attuare seriamente e immediatamente tagli mirati alla spesa improduttiva.

Non è difficile, ma necessita una contemporanea azione di alleggerimento legislativo e apertura del mercato. La formula è quella di più Stato e più mercato: più Stato nel garantire il rispetto delle regole, più mercato nell’allocazione delle risorse. Al contempo: meno Stato e meno mercato: meno Stato nella gestione del mercato e meno mercato nell’amministrazione dello Stato. Tutto questo non è neanche immaginabile senza un profondo rilancio del governo stesso, perché la mera inerzia non basta. Quindi, quel che ieri Tremonti ha fatto, annunciando le dimensioni della manovra, è mettere il governo davanti ad un bivio: o si pensa sul serio di lavorare altri tre anni, quindi si serrano le fila e si chiariscono gli obiettivi, oppure meglio dirlo subito, in modo da non allungare l’agonia.

Quel che colpisce è che i governi europei sembrano incapaci di scelte politiche se non si trovano con una pistola puntata alla nuca, e nelle mani dei mercati. I tedeschi hanno ritardato oltre il ragionevole l’intervento a salvataggio della Grecia, rendendolo più costoso, e non solo dal punto di vista economico. Il tutto per cercare di tenere in equilibrio l’interesse delle banche tedesche, quelli dell’euro e quelli dei propri politici, impegnati in una consultazione “regionale”. Anche da noi, le cose non sono andate diversamente: ancora qualche settimana fa, prima delle elezioni regionali, si cercavano i provvedimenti che dimostrassero la volontà di spesa o quella di alleggerire il fisco, partorendo, alla fine, incentivi mosci e sostanzialmente inutili. Ora occorre invertire la rotta, con il rischio che il boma prenda in testa qualche marinaio attardato.

Non è un problema solo nostro, sembra che nessuno sia capace di pensare ad un mondo ove non sia possibile riprodurre, ingrandendolo progressivamente, il welfare del passato. Invece quello è uno schema che non regge più, ed il tema da svolgere non è relativo a come chiuderlo, ma a come salvaguardarne le prestazioni effettivamente utili (e redistributive), senza per questo lasciarsi dissanguare dai suoi costi assurdi.

Trasformare la spesa pubblica da zavorra che impedisce lo sviluppo a volano della crescita, riqualificare i servizi pubblici, concependoli a favore del cittadino e non di chi li amministra e ci lavora, tagliare i nodi della nostra arretratezza, smettendola di litigare su questa o quella inchiesta e facendo piazza pulita della peggiore giustizia del mondo civile, sono queste le sfide cui non possiamo sottrarci. Sempre che la politica non sia troppo in altro affaccendata.

Davide Giacalone – Pubblicato da Libero

Pubblicato in : Primo piano

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

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