Giovedì sera abbiamo assistito, nell’ambito del Cineforum organizzato dal quartiere 1 e dal Comitato Fiorentino per il Risorgimento, alla proiezione del film Il Gattopardo … circa 200 minuti di puro godimento. Un film grandioso e solenne ma non privo di una levità ironica soprattutto nel delineare alcuni personaggi.
La sceneggiatura di Suso Cecchi D’Amico affiancata, fra gli altri, da Pasquale Festa Campanile e dallo stesso Visconti segue molto da vicino il libro di Tomasi di Lampedusa, (affermatosi postumo grazie a Giorgio Bassani) e, per strano che possa sembrare né la versione letteraria, né quella cinematografica risentono di questa commistione, ma ovviamente è tutto merito della grandezza e della sensibilità di Visconti, oltre che alla penna di quella che possiamo considerare, a pieno titolo, collaboratrice preziosa per Visconti e artefice, insieme a lui del successo del film: Suso Cecchi D’amico.
Dando per scontato che un regista dimostra la sua grandezza nella gestione degli attori, ne Il Gattopardo quella di Visconti emerge in tutta la sua forza.
Ha preso in prestito dal teatro, suo campo di battaglia privilegiato, da Rina Morelli a Paolo Stoppa, a Lucilla Morlacchi; ha gestito, diretto e guidato un Alain Delon, ancora giovane, ha trasformato Burt Lancaster nel principe di Salina, ha permesso a Claudia Cardinale di parlare con la sua voce, ha amalgamato tutti i componenti del suo cast, perfino la nobiltà palermitana che ha interpretato se stessa nella lunga scena del ballo ed ha ottenuto una storia che, interagendo con la musica e la pittura ha dato come risultato un capolavoro.
Cominciamo innanzi tutto a sfatare una leggenda: la siciliana residenza del Principe di Salina, il palazzo di Palma di Montechiaro, Donnafugata,nel libro e nel film, in realtà è Palazzo Chigi di Ariccia, lo stesso che nel 2001 ha ospitato una mostra La scena del Principe-Visconti e il Gattopardo per la commemorazione del venticinquesimo anniversario della morte di Visconti.
Visconti, fin dal 1961, quando il produttore Lombardo gli chiede di portare sullo schermo il libro di Tomasi di Lampedusa, resta pressoché fulminato dalla figura del Principe Fabrizio: nella sua decadenza vede la sua stessa rassegnazione al declino della sua famiglia, e con l’orgoglio d’appartenenza ad una classe “diversa” sottolinea la figura dell’unico Gattopardo che, trovandosi a vivere a cavallo fra la fine del predominio borbonico e l’inizio di quello sabaudo, traghetta la sua classe sociale verso il nuovo regno, pur nella consapevolezza che presto questa verrà sostituita da una casta fino a quel momento tenuta a distanza.
Villa Boscogrande a Palermo, residenza settecentesca perfettamente conservata, fu scelta come location per gli ambienti di Villa Salina e dalla sua terrazza sono ripresi nei titoli di testa gli aranceti sconfinati che degradano verso il mare.
Nell’incipit del film con una panoramica d’avvicinamento alla villa, il regista ci invita ad entrare nella storia che lui sta per raccontare e la musica, che accompagna le prime sequenze, sarà, per tutto il film uno dei “personaggi” fondamentali. Arriviamo alla terrazza: c’è caldo e porte e finestre sono aperte, si sente un borbottio che poi si trasforma, più chiaramente, in recita del rosario, mentre il vento che gonfia le tende e le fa muovere verso l’esterno, indica che si sta preparando una tempesta, non a livello meteorologico, ma in senso storico.
Tutto è coinvolgente in questo film, dai colori usati per rappresentare le scene, ai quadri studiati minuziosamente e resi quasi identici nella scelta dei costumi, delle scene d’insieme, alla musica e tutto è simbolicamente rappresentato per meglio farci capire il punto di vista del regista.
L’azzurro del cielo delle scene iniziali, quell’azzurro quasi turchese proprio dei cieli e del mare dei paesi mediterranei, è il colore del ricordo, quello di Tomasi di Lampedusa filtrato però da Visconti.
Il giallo del sole impietoso, proprio dei paesaggi interni della Sicilia, che accompagna tutta la sequenza del viaggio verso Donnafugata, pone la Sicilia su un piano di perfetto isolamento, di estrema fatica, è già un presagio di morte; morte di una classe sociale e dei suoi rappresentanti se non sapranno riciclarsi.
Il rosso è il colore della conquista e, nelle camicie rosse dei garibaldini che invadono le strade di Palermo dopo la presa di Piazza Termini, si afferma la conquista delle terre dei Borboni e il passaggio da una monarchia all’altra. Ma il rosso è anche il colore della passione ed ecco che Angelica quando con Tancredi esplora le stanze disabitate della soffitta di casa Salina, veste di rosso. Sempre questo colore è simbolo di opulenza e le mura delle sale in cui si svolge il ballo sono tappezzate di broccato rosso.
Il verde appare raramente nel film, è necessariamente presente solo nelle scene iniziali (nel parco di Villa salina e nell’aranceto) e nella scena del picnic durante il viaggio verso Donnafugata, quando la comitiva dei gitanti trova riparo sotto un albero.
La scena dei garibaldini che conquistano Palermo ricorda molto da vicino un quadro di Fattori, il garibaldino che sventola la bandiera sostituisce la libertà che guida il popolo del quadro di Delacroix, i costumi delle donne che si riparano dal sole con l’ombrellino, sono ripresi dai quadri dei Macchiaioli, ma Visconti supera se stesso con la sequenza della famiglia seduta tra l’erba, perfetta riproduzione del quadro di Monet, a sua volta ispiratosi a Manet.
Due parole sull’ironia che caratterizza molte situazioni e alcuni personaggi. Don Calogero Sedara è il personaggio che suscita l’ironia, anche feroce, del Principe e quindi di Visconti.
Il patto del matrimonio fra Angelica e Tancredi viene siglato non con la consueta stretta di mano ma il principe afferra Sedara e lo solleva in aria come fosse un burattino (e una marionetta sarà il sindaco di Donnafugata, anche quando e se diventerà senatore, pronto all’ossequio nei confronti dei nuovi notabili con il quali condividerà il potere in cambio di una cieca obbedienza).
Nell’elencare la dote che affiderà ad Angelica, Sedara commette l’errore di accennare ad un ipotetico titolo nobiliare per la figlia …ho tutti i documenti in regola, basta solo una firma … A questo punto il Principe e lo stesso Padre Pirrone lasciano il salotto, escono di scena da due lati opposti della stanza, entrambi sbattono le porte, in segno di disprezzo esasperato verso il “parvenu”, lasciando il povero Sedara stranito e solo.
Anche nella sequenza del plebiscito prima e della proclamazione dei risultati poi, il sarcasmo di Visconti si rivolge verso il sindaco con la musica della banda che interviene sempre a bloccare le sue parole.
Per non dire poi del suo sbigottimento davanti al lusso del palazzo dei Principi Ponteleone; l’ironia è concentrata nello sguardo del nuovo ricco che cerca di calcolare quanto possa valere quello che vede e nelle gaffes che, ignaro dell’ etichetta, compie involontariamente (bacia tre volte la mano della principessa, si addormenta su una poltrona)
Particolarmente interessante è la presenza degli specchi e la loro simbologia in molte delle sequenze in cui compare il Principe di Salina.
Iniziamo con la sequenza del dialogo tra il Principe e Tancredi mentre il primo si rade; lo specchio, ad un tratto non riflette il volto di Fabrizio Salina, ma quello del nipote, chiaro segno di un primo passaggio di consegne. In un campo e controcampo Tancredi comunica che combatterà con i garibaldini.
Tancredi è ripreso, sempre durante il dialogo, sia di fronte che riflesso nello specchio che ha alle spalle (quasi un doppio di se stesso per meglio adattarsi ai tempi che cambiano) mentre pronuncia l’ambigua frase… Se vogliamo che tutto resti come è, bisogna che tutto cambi… . I giovani e le loro idee si accingono a sostituire i vecchi feudatari.
Nel momento in cui per il principe è chiaro che la sua classe sociale deve sparire, cresce la sua consapevolezza della propria morte.
Uno spirito nobile e illuminato come il principe di Salina può accettare il passaggio ma non può e non vuole sopravvivere a questo passaggio e il fatalismo, più che l’inerzia, prende il sopravvento: Noi fummo i gattopardi e i leoni, chi ci sostituirà saranno gli sciacalli e le iene… e tutti insieme gattopardi, leoni, iene e sciacalli continueremo a crederci il sale della terra. Con queste parole si conclude una delle sequenze più significative del film, il dialogo con il Cavalier Chevalley che non capisce cosa dice il principe.
Una casualità o un voler sottolineare che non c’è possibilità di comprensione tra Nord e Sud? Il Risorgimento tradito, (con il plebiscito si dà diritto al voto a chi possiede già le terre) è una colpa di cui Visconti, come rappresentante della sua classe sociale, sente il peso.
Nella lunga sequenza del ballo la certezza della morte raggiunge l’apice. Altri specchi e quadri accolgono la sua percezione. Poco prima che Angelica gli chieda di ballare con lei il Principe si sofferma davanti ad uno specchio e osserva, con occhio disincantato, il suo volto stanco. Seduto solo in biblioteca alza gli occhi verso il quadro che rappresenta un agonizzante, mentre inforca gli occhiali per meglio osservare il quadro ha un sorriso tra il beffardo e l’ironico, fa un cenno con la testa, quasi a dare il benvenuto a quella morte che sente sempre più vicina. Alla fine del valzer che solo il Principe e Angelica ballano (un definitivo passaggio di poteri, la consacrazione ufficiale della nascita di una nuova classe sociale) un altro specchio ferma l’immagine del principe; nel suo volto una lacrima…il rimpianto per la fine della sua epoca o, ancora una volta, la tristezza per una terra che cambierà padrone ma sarà completamente tradita nelle aspettative del suo popolo?
Ho lasciato come ultimo il riferimento alla musica per meglio sottolineare la sua importanza, tenendo sempre presente che, per tutto il film la musica è il filo conduttore del racconto, un personaggio fra i personaggi e non certo di secondaria importanza. La musica di Nino Rota sostituisce le parole e dopo un inizio ridondante sui titoli di testa il linguaggio musicale diventa un contrappunto attento alle immagini, siano esse poetiche o drammatiche fino ad arrivare alla lunga sequenza del ballo in cui Rota adatta musiche popolari dell’epoca, Mazurka, Polka, Quadriglia, Galop, vengono così accostate al genio di Verdi. Il Valzer Brillante, un inedito di Verdi, fu inserito per volontà diretta di Visconti e, a conclusione della lunga sequenza del ballo il Valzer del commiato accompagna le ultime immagini del Principe, ormai solo (ma lo era anche in mezzo alla folla del ballo) che sembra andare incontro alla morte, avviandosi verso un vicolo buio e, senza più guardare verso la macchina da presa, voltandole le spalle, indica allo spettatore, escludendolo, che la storia è ormai finita.
IL GATTOPARDO
Un film da vedere, rivedere, amare e riamare, studiare e ristudiare per scoprire sempre un capolavoro indimenticabile. Bello e decadente contiene tutto il fatalismo dei Gattopardi. Di Maria Rita Monaco

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