C’è un Fetti al Louvre che rappresenta ed evoca una buona “fetta” dell’atmosfera italiana di questi mesi: allegoria alla Malinconia. Più che nostalgia. Ovviamente. In quel quadro ritroviamo uno dei quattro temperamenti di cui parla l’antichità classica, appunto la Malinconia,che può portare ad una ispirazione geniale o alla depressione. La donna si regge il capo,come nell’incisione del Durer. Ma con l’altra tiene un teschio,di cui tocca la nuca: l’occiput,sede dell’Intelligenza. Il teschio è un simbolismo ricorrente in alchimia. Sotto,un corpo ripiegato su sè stesso,quasi informe e minuscolo nella scena,simbolo della trascurabilità della materia corporea,di cui importante è ciò che la anima, lo Spirito (che è rappresentato alchemicamente dal ‘caput mortuum’). Malinconia, stadio avanzato di una ricerca interiore di quel che è stato e che non torna, che non può tornare com’era. Nostalgia canaglia come direbbe una vecchia canzone di Al Bano (guarda dove siamo finiti dal Fetti a Carrisi) ma data la reiterazione siamo alla malinconia stra canaglia. Malinconici dentro anche se fuori simuliamo sorrisi di circostanza. Malinconia sociale. Malinconia da “ma che bei tempi quando c’erano Craxi e Andreotti”, malinconia perché non c’è più la Fiat di una volta quella si che era una fabbrica e ci sentivamo famiglia e andavamo anche in colonia e ci sentivamo sicuri. Dall’assunzione alla pensione con le cure del caso. Pure all’Iveco, ci si sentiva famiglia direbbe Antonio Gorni da Polesine, 41 anni in fabbrica a Suzzara. Malinconia perché non c’è più il proporzionale ma non c’è neanche un maggioritario perfetto, malinconia perché ci facciamo la nuova 500 ma insomma sì è un gioiellino ma quella del 57 era proprio un’altra cosa. Malinconia perché com’era bello quando c’era l’Iri e le grandi banche erano pure dello Stato. Malinconia di quando Prodi faceva l’economista e più che nostalgia di quando la Cassa del Mezzogiorno arrivava anche al pomeriggio e sera inoltrata. Malinconia perché una volta la sinistra era sinistra e la destra era destra e c’era un centro che gravitava e attraeva o scavalcava, adesso tutti sembrano scavalcare tutto, con una destra sociale che sembra più a sinistra di una sinistra che non batte le strade di una volta. E dice il vecchio democristiano al vecchio comunista: malinconia di quando era tutto più chiaro. E le riforme si facevano tutti i giorni. E così la malinconia cresce. Quella donna di Domenico Fetti, quasi Italia, che s’appoggia sul teschio che a sua volta s’appoggia sul libro con faccia mesta e sguardo ripiegato, sembra imboccare più la strada della depressione che quella della svolta geniale. E pensare che la malinconia proprio perché tale potrebbe essere un gran trampolino per un sorpasso da genio. La politica fa il suo lavoro, le istituzioni anche messe a dura prova reggono piuttosto bene, ci sono forze radicate sul territorio, come la Lega, che mietono successi politici e sociali per anni di attività coerente e chiaramente legata ai bisogni e ai sentimenti della popolazione. Ma l’Italia non è tutto Veneto, ma l’Italia è anche Aspromonte, Sardegna, Agro Pontino, Maremma, Appennino umbro marchigiano. Ogni epoca ha le sue malinconie, e persino durante la celebrata stagione dei favolosi anni sessanta, c’erano malinconie striscianti. Quella di oggi sembra più infiltrata nei più remoti gangli del sistema Paese. Non che faccia male, ma rischia di farci ripiegare. Non che sia mortale ma rischia d non farci cogliere le occasioni del momento: quelle grandi e generali della ripresa economica o quelle più piccole delle nostre soddisfazioni personali, quelle grandi una opportunità sociale e quelle minute di una felicità familiare o di comunità locale. Forse non lo sappiamo bene nemmeno noi ma anche se abbiamo lo sguardo verso il 2012 e 2015, le nostre occhiate interiori sono ancora rivolte verso la fine del Novecento, un altro secolo, un altro Millennio di quando forse avevamo più certezze. O ce lo facevano credere.
Fabrizio Binacchi www.virgola1.splinder.com

Lascia un commento