L’altro giorno Blob di Raitre ha mandato in onda un pezzetto di un Tg1 del 1989 condotto da me con immagini di manifestazioni e proteste che avrebbero da lì a poco portato alla caduta del muro di Berlino. Vent’anni. Titoletto del Blob “tempo scaduto”. Un mio amico della Regione Emilia Romagna Gianfranco Coda ha rincarato la dose mandandomi un sms così: “Ti ho visto su Blob, con ciuffo e capelli lunghi. Se non mettevano il nome non ti avrei mai riconosciuto”. Grazie molte. Vent’anni dopo. L’episodio mi ha confermato che non sono più un pivello del mestiere e nemmeno della vita. C’ero quando è caduto il Muro di Berlino e adesso i neonati di allora sono al secondo anno di facoltà, e c’ero anche nella prima Guerra del Golfo e infatti Benedetta mi prende in giro dicendomi: raccontavi cose al Tg che adesso studiamo nei libri di storia. Grazie Bene, sei carina. E fra un po’si fanno anche i dieci anni della caduta nel fiume di Linea Verde, che tanto Paperissima e altre trasmissioni specializzate in gaffes hanno spesso mandato in onda tranquillamente. Oltre al diritto alla memoria andrebbe invocato anche il diritto all’oblìo. Ma tant’è. C’è di peggio. Ma l’esercizio della memoria non è finito lì. Qualche tempo fa ho scoperto che il mio primo giornale in cui ho lavorato si è trasferito da Via Fratelli Bandiera 32 Mantova a pizza Carlo credo Mozzarelli, sempre Mantova ovviamente, ma zona piazzale di Porta Cerese, Stadio. Un colpo al cuore. Quasi una rapina dei ricordi. Ma come, il giornale non è più lì dove per me era sempre stato e sempre doveva dovuto stare. Eppure. Via Fratelli Bandiera 32, anno 1979, ebbene sì. Prima collaborazione alla Gazzetta di Mantova, allora Cooperativa Citem, allora unico quotidiano di Mantova e provincia, allora a nove colonne, allora a piombo, allora diretto da Giancarlo Eramo e condiretto da Rino Bulbarelli. Via Fratelli Bandiera 32 era un condominio con cortile interno e per me era semplicemente la redazione del giornale. Uno stanzone per la cronaca dove non c’erano nemmeno le scrivanie per tutti, e il primo che arrivava scriveva, gli altri si mettevano in coda. Non 20 righe, lenzuolate. Tre.. quattro cartelle, altro che i dieci moduli di adesso. E hai voglia a spremere la fantasia. Appena dentro a sinistra la segretaria di redazione Fiorenza Taddei, nello stanzino più lungo che largo il giovane Werther Gorni che per la pagina dell’arte ospitava nello strapuntino la Savoia, Maria Grazia. Nello stanzone Carlo Accorsi non ancora caposervizio, e poi Luciano Spagna, Alberto Gazzoli e il prolifico Umbertone Bonafini. Di là Piero Marcolini, Diego Eramo, Cesare De Agostini e Mario Cattafesta. Ogni tanto appariva l’ex direttore Giuseppe Amadei, un gentiluomo d’altri tempi, che portava la sua rubrica di prima pagina, la “Bottega del caffè”. Ero vorace di quelle letture. Mi colpiva quella sapiente scrittura, con parole uniche, proprio quelle che dovevano stare in quel posto. Un giorno Giuseppe Amadei mi incrociò e mi disse :”Leggo i suoi pezzi”.. Sentirmi dare del Lei da un direttore di giornale come lui mi faceva sentire lusingato e imbarazzato nel contempo. “Secondo me lei Binacchi ha il bastone da direttore”, mi disse. I luoghi fanno memoria. Via Fratelli Bandiera era la mia immagine di redazione di giornale e anche se poi avrei visto le redazioni del Pais o del Times o del Tg1 o di France3 quella era la mia redazione della memoria. Ineluttabile Watson. Una notte ero ancora in prova come collaboratore e affiancavo Paolo Ruberti (un mito) nella chiusura del giornale. Ancora a nove colonne, ancora a piombo. Lui Ruberti scriveva le lenzuolate di un processo per il giorno dopo, che tanto non scadeva e io passavo pezzi per le pagine della provincia. Il proto citofonò dalla tipografia e andai. L’accoglienza fu così simpatica e rude. “Oh Binak la v… t’ha fat, ag manca na culòna e mes in quarta”. Ci manca una colonna e mezzo in quarta. Tradotto. La prima di cronaca. Torno da Ruberti e riporto fedelmente il messaggio, senza ripetere il saluto iniziale tipicamente mantovano. E Ruberti: “Non ti preoccupare, Dio vede Dio provvede”. Dopo dieci minuti squilla il telefono. “Qui Polizia stradale, due morti sulla Brennero”. Guardai allibito Paolino Ruberti e lui con gli occhietti vispi mi spronò’: “Visto, adesso chiudiamo la cronaca”. Pensai di essere capitato tra maghi e matti. Ma scoprii, quella notte, che era la mia vita.
Fabrizio Binacchi www.virgola1.splinder.com

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