Correvano gli anni Ottanta e sembrava che il mondo fosse lì, alla prima fermata dell’autobus, ad aspettarci. Erano gli anni di Reagan e Gorbaciov, e di Giovanni Paolo Secondo e dei tragici rondo’ (come diceva una canzone proprio sugli Anni Ottanta) e della voglia di futuro, e di pace, che veniva dopo gli anni del terrorismo e della crisi energetica. Erano gli ani delle picconate mondiali, quelle che portarono, via Danzica Solidarnosc e Walesa, alla caduta dei regimi totalitari dei paesi cosiddetti satellite dell’Unione sovietica e alla caduta della stessa Urss. Simbolo dei simboli la caduta del muro di Berlino in quelle notti di metà novembre del 1989. Vent’anni fa. E sembra ieri. Quegli anni cambiarono la nostra geografica storica: dai conflitti e confronti a cui eravamo abituati tra Est e Ovest, tra Oriente e Occidente, tra mondo Usa e mondo Urss comunista, siamo passati ai conflitti confronti tra Sud e Nord del Mondo, tra paesi in (eterna) via di sviluppo e mondo cosiddetto sviluppato, con le conseguenze di emigrazione e migrazione, che stiamo vivendo ancor oggi. Viviamo ancora di contraccolpi di quelle picconate. Più o meno governati, i contraccolpi. Gli anni delle guerre in medio oriente degli anni Novanta non sono stati altro che la risposta sonora e tragica alla domanda “ma era finita la Storia?”. Correvano quegli anni Ottanta verso al fine delle ideologie che avevano governato la cultura del mondo dalla fine della seconda guerra mondiale. Le ideologie bloccavano i mondi ma segnavano anche punti chiari di appartenenza: c’erano i liberali, c’erano i comunisti, c’erano i democristiani, c’erano i socialisti e i laburisti, c’erano i ricchi, c’erano i proletari, c’erano i borghesi, c’era la classe operaia più o meno destinata al paradiso. Poi la fine delle ideologie, -con le piazze piene di protesta per le libertà, da Dresda a Budapest, con teatri nostrani anche alla Bolognina dove Occhetto celebrò la fine del Pci che diventava Pds, proprio nell’89 quando cadeva il muro di Berlino- ha contribuito a mischiare un po’ tutto: borghesi un po’proletari, democristiani un po’ comunisti, occidentali un po’ arabi, filo israeliani un po’ di sinistra e filo palestinesi un po’ di destra. I confini ideologici si raffinavano, anzi a volte saltavano, iniziava l’era del pragmatismo. La storia diventava molto più veloce, gli anni correvano molto di più e ci stavano scappando. Il mondo non era più lì, alla prima fermata dell’autobus, ad aspettarci, ma ci sfuggiva anche con l’aiuto della comunicazione globale via internet. Prima una bella lettera scritta fissava dei pensieri ora le mail lanciano nel vuoto-pieno spazio web delle sensazioni in libertà. Hanno vent’anni adesso le generazioni che sono nate sotto al caduta del muro di Berlino e forse non sanno questi ragazzi, perché quella storia non gliela insegna ancora nessuno, come viveva il mondo a blocchi e come sono cambiati i blocchi. Sparivano i partiti classici con le ideologie, saltavano i grandi agglomerati politici figli della guerra fredda e nascevano formazioni più legate alla modernità che alle idee, più vocate alla soluzione del problema imminente che a pianificare società del futuro, diciamo più trasversali. Il rischio vero di questa storia politica veloce è che con le ideologie travolte e cancellate siano travolte e annullate anche le idee. Anni scappati o anni trovati, ben sappiamo che forse delle ideologie possiamo fare a meno ma non certo delle idee, e le due cose non vanno per nulla confuse.
Fabrizio Binacchi
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Le idee sono a rischio vero . Tanto ,che si fa leva solo sulle appartenenze . Trasformando la “politica” in un tifo da stadio( che non è più sportivo ).