Bossi non è certo il massimo dal punto di vista istituzionale. Il suo gestaccio nei confronti dell´Inno di Mameli, o meglio della frase sulla vittoria “schiava di Roma”, è semplicemente una stupidaggine e un atto inutilmente offensivo. Ma la questione è limitata a questo. Punto e basta. Bisogna anche dire, senza per questo voler giustificare il leader padano, che l´inno di Mameli è orrendo, vuoto e demagogico come pochi altri. Fra l´altro è un inno provvisorio che poi è rimasto al suo posto per mancanza di alternative e quando l´alternativa è stata pensata, guarda caso dallo stesso Bossi , con il verdiano “Va pensiero” non è stata applicata proprio perché la proposta veniva da Bossi. Comunque sia il gesto del ministro delle riforme è stato una gaffe che disturba anche perché fatta da un ministro. Ma che dire ora della sequela di amor patriottardo che sta promanando da ogni angolo d´Italia? Siamo all´assurdo che consigli regionale, provinciali e comunali hanno pensato bene di suonare l´inno di Mameli ad ogni inizio di seduta. Molte volte a prendere l´iniziativa sono quei presidenti o quei sindaci che fino ad ieri, sia loro a livello individuale che i loro partiti, sparavano zero sull´idea di Patria e sui valori che questa rappresenta. Vederli ora dall´altra parte della barricata
è ridicolo oltre che penoso. Nella vicenda Bossi/Inno di Mameli c´è poi un altro aspetto sul quale pochi giornali hanno richiamato l´attenzione dei loro lettori o se l´hanno fatto non hanno approfondito la questione. Fino al momento dell´uscita di Bossi, il leader leghista era l´oggetto del desiderio del PD veltroniano. La manovra messa in cantiere era la stessa dell´altro volta. Vista la quasi impossibilità di sconfiggere Berlusconi nelle urne si è insomma tentato, come nel 94″, di disarticolare la sua maggioranza facendo leva proprio sulla Lega. Gli ammiccamenti e le lusinghe erano all´ordine del giorno. Dopo il dito alzato, tutto è scomparso come d´incanto. E non è escluso che Bossi, che tutto è meno che stupido, abbia studiato la mossa a tavolino, non solo per dare un contentino a costo pratico zero, all´ala più dura del suo movimento ma anche per levarsi di torno tanti interessati menestrelli. Insomma due piccioni con una fava, o se preferite con una stronzata.

Il “gestaccio” ,è vero , era diretto allo “schiava di Roma”, ed il clamore sollevato per la “offesa all’inno” appare ridicolo come l’episodio da cui prende le mosse. Ma del resto ,dopo la fortuna dello slogan di “Roma ladrona”,non vedo necessità di ulteriori soprassalti di perbenismo da parte di alcuno ,”onorevole” o meno .
Da italiano ,io mi sento comunque molto più offeso dalla presenza in Parlamento (“eletti” amabilmente dai nostri boss politici ) di terroristi,imbroglioni,pornodive ,drogati , “transgender” , gay e compagnia bella! Evidentemente è questione di gusti .