La repressione in corso nel Tibet e’ solo l’ ultimo atto in ordine di tempo del regime cinese, un drago a due teste, capitalista selvaggio in economia e liberticida in politica.
Per anni l’ Occidente ha saputo, ma si e’ indignato quel tanto che non turbasse i rapporti con un paese che offriva e continua ad offrire manodopera a basso costo cui delegare le proprie produzioni ed un mercato di oltre un miliardo di potenziali clienti. Ora che la Cina e’ diventata una potenza economica che fa paura sia agli Usa che all’ Europa, forse, la repressione nel Tibet, ormai in corso da oltre mezzo secolo, la condizione di semischiavitu’ degli operi nelle fabbriche-lager, gli oltre dieci milioni di bambini cinesi costretti a lavorare all’ ombra della censura di regime, la persecuzione dei cattolici e degli intellettuali dagli occhi a mandorla potranno forse, finalmente, contare sulla indignazione a piena voce dell’ Occidente democratico.
Ce lo auguriamo, ma l’ indignazione deve trovare strade diverse e piu’ efficaci di quella della plateale, ma inutile e forse controproducente, diserzione delle Olimpiadi di Pechino, invocata dall’ ex sottosegretario alla difesa Usa, Richard Perle. Al contrario, i Giochi olimpici possono rappresentare un grimaldello, pur piccolo e non risolutivo, per intaccare il muro di silenzio dietro il quale di nascondono piccoli e grandi abusi perpetrati dal regine capital-comunista cinese ai danni dei propri cittadini e delle minoranze etniche, come quella tibetana cui, dagli anni Cinquanta in poi, e’ stata tolta ogni dignita’ di popolo.L’ afflusso a Pechino di atleti, giornalisti, addetti, operatori e turisti rappresenta un’ occasione di contaminazione di dirompente efficacia, tale da mettere a nudo il regime di fronte al mondo ed ai suoi stessi cittadini e da innescare conseguenze positive a catena.
Un primo piccolo miracolo le Olimpiadi che si apriranno ad agosto l’ hanno gia’ compiuto. La decisione di Haile Gebreselassie, il maratoneta etiope detentore del record del mondo, di rinunciare a correre a Pechino perche’ troppo inquinata, ha indotto il regime ad istituire, per la prima volta, un ministero per l’ ambiente. L’ avra’ fatto solo per salvare la faccia di fronte al mondo e forse al neo nominato ministro sara’ concesso ben poco spazio decisionale per contribuire alla salvezza del pianeta, ma la sua nomina e’ il segno tangibile che il drago a due teste ha accusato il colpo inferto dal piccolo-grande uomo degli altipiani africani. Ma gli atleti di Pechino e l’ immenso entourage che li accompagnera’ possono assestare qualche colpo anche partecipando. La loro stessa presenza potra’ essere testimonianza di quella liberta’ negata ancora oggi ai cinesi e, con essi, al popolo tibetano.
Quando nel 1960 gli atleti olimpici invasero Roma, esponendo generosamente bicipiti e quadricipiti palestrati ad un’ Italia un po’ bigotta che costringeva i suoi calciatori a scendere in campo con calzoncini al ginocchio, portarono un ventata di liberta’ nei costumi che non cesso’ piu’ di soffiare. A Pechino non saranno i muscoli a battere il Drago a due teste, ma potrebbero essere piccoli gesti, dichiarazioni sfuggite dal seno degli atleti che la censura non fara’ in tempo ad intercettare, un semplice simbolo di fede al collo, gli occhi e le penne di migliaia di cronisti, improvvisati siti internet che resisteranno per qualche giorno all’ oscuramento ad aprire delle piccole ferite sulla sua pelle coriacea del Drago, ferite nelle quali si potrebbero annidare e prolificare i germi della liberta’. Non ne siamo sicuri, ma lo speriamo. Provarci e’ sempre comunque meglio che rinunciare.
Grazia Carifi

C’è una proposta più praticabile. Che è chella di vedere sfilare gli atleti con una fascia con i colori del Tibet…..Non mi sembra male .
finalmente una voce per il Tibet!!!Non c’é un vocabolo nella lingua italiana che possa rendere in pieno il disgusto, la pena, l’indignazione ecc. che provo per tutto quello che sta succedendo a quella popolazione…anche io sono dell’idea che non serva annullare le Olimpiadi, però si potrebbe fare arrivare in Cina tutti i partecipanti e tutta la stampa e poi astenersi completamente dal fare le gare per ottenere dalle autorità cinesi l’impegno di non più perseguitare i tibetiani , di sedersi a un tavolo con rappesentanti dell’ONU e della Comunità E.per trovare una soluzione. Sembra di vivere l’epoca della persecuzione dei cristiani… ci sono anche le belve feroci, solo che oggi si sono messe maschere umane…E’ un grande dolore non poter fare nulla; parlarne sedute nelle nostre comode case ….é troppo facile!
Disertare,più che un errore,sarà molto difficile.Ai colossali affari con la Cina non ha voluto e non vuole rinunciare(quasi)nessuno. I nostri presidenti,i nostri governanti(di “destra” e di “sinistra”),i nostri affaristi,si sono precipitati-a delegazioni piene- nella Pechino rossa(rosso sangue). Poco importa,ai più,che si tratti di una sanguinaria,feroce dittatura comunista;cos1 come poco importò,a tanti,a troppi,che si trattasse,a suo tempo,della feroce dittatura nazista.
Tutti,comunque,siamo pigri e un po’ vigliacchi(mi dispiace ammetterlo anche per me stesso).Via:intensifichiamo articoli e messaggi di protesta,facciamoli”girare”il più possibile;prepariamo una manifestazione pubblica;aderiamo alle poche già promosse;inseriamo la denuncia della dittatura comunista cinese nei nostri programmi elettorali;cerchiamo di scuotere l’ indifferenza.
E poi…facciamo l’appello.Pacifisti?Assenti.Girotondini?Fermi.Intellettuali?Zitti,non c’è da guadagnare.Papa?Prudenza.Solo prudenza?
Abbiamo appoggiato come Paese, sempre i popoli oppressi, questa volta stranamente c’e’ una grande difficolta’ ad esprimersi con una certa decisione. Eppure bisognera’ farlo e anche con una certa sollecitudine, in quanto il regime ha gia’ provocato decine e decini di morti. Riconsideriamo in questa fase anche i rapporti commerciali, con un paese che non da garanzia dei diritti piu’ elementari. Un appello anche ai comunisti Italiani, intanto per ricordare loro che cos’e’ il comunismo e poi, che si ricordino che anche i popoli sotto i regimi comunisti hanno il diritto di avere una LORO dignita’.