Berlusconi, dopo l’accordo siciliano per Lombardo (ironia dei nomi e dei cognomi), viaggia verso un successo elettorale più garantito. Dai 7 ai 12 punti il distacco minimo barra massimo del Popolo delle libertà di Berlsuconi Fini Bossi Lombardo dal Partito Democratico di Veltroni Di Pietro Bonino. Piaccia o non piaccia questi sono i nomi anzi i cognomi dei leader e vice-leader di riferimento. Che poi a nessuno dei due super leader Silvio e Walter piaccia sentir dire che sono stati spinti il primo un po’ più a destra e il secondo più a sinistra angolo radicale, beh questo è un altro conto. Ma in tempi di relativizzazione estrema delle etichette storiche in cui le parole come liberali, socialisti, democratici, popolari, repubblicani e massimalisti e loro coniugazioni dicono sempre meno, almeno i cognomi, per la loro storia, dovrebbero dire qualcosa. Dirà qualcosa il cognome Bonino? Dirà qualcosa il cognome Fini? Dirà qualcosa il cognome Casini? Dirà qualcosa il cognome Di Pietro? Accanto allo sport nazionale del trasformismo parlamentare per cui, come studiano anche in aula a giurisprudenza e meno alla Camera, si passa bellamente da una formazione all’altra dopo le elezioni a seconda delle convenienze, si rischia di introdurre il trasformismo del cognome. Cioè, per esempio: si ero Pinco Pallo giustizialista con Prodi, ma adesso sono Pinco Pallotto più garantista con Veltroni. Oppure si ero Palla Pallina radicale e libertaria con gli altri ma adesso per stare con Veltroni e la Binetti e con Fioroni, sono un po’ più disponibile ad ascoltare la messa. Allora sì che la gente comincerebbe a rincorrerli con rastrelli, zappe e forconi.
Perché cambiare idea è pure segno di intelligenza ma ingannare chi tentadi convincere a votarti è un’altra cosa. Molto brutta. Viviamo i giorni degli apparentamenti. Entro i primi di marzo oltre alle classiche liste politiche dovremo aspettarci le famiglie elettorali. Che bello!, come dirette la Litizzetto. Che schifo, come direbbe Beppe Grillo. Come dire, io sono la lista del partito dio tuo (primo comandamento) mi apparento con te che stai nel tuo partito e conquistiamo quei seggi in quelle regioni. Qui e non là, là e non qui. Tecniche imposte dal sistema elettorale. Indro Montanelli disse una volta che tanto valeva votare Dc turandosi il naso, perché non c’era di meglio. Ora anticipano tutto si turano il naso direttamente loro mentre si apparentano. Non si sa mai. A proposito di parenti e padri, di nomi e cognomi vengono due o tre pensieri liberi su qualche capolista e vice-capolista. Matteo Colaninno, figlio di Roberto, imprenditori di successo e presidente -Matteo- dei Giovani Confindustria è capolista Pd a Milano. Marianna Madia, 27 anni, definita economista perché Enrico Letta l’ha inserita all’Arel ancor prima della laurea, giù fidanzata di Giulio Napoletano figlio del Presidente della Repubblica, e conduttrice di programmi economico della struttura di Gianni Minoli, è capolista Pd a Roma, Lazio Uno. Tutto perfetto. Tanto di cappello, possono essere e sono Matteo e Marianna bravissimi. Ma i poveri diavoli, magari altrettanto bravi, della provincia italiana come fanno a farsi scoprire da Veltroni e o Berlusconi se non hanno un Letta, un Minoli, un padre Roberto o un gancio in video? Si ripropone in tutta evidenza il problema della pre selezione dei candidati alla classe politica, non solo per generazione ma per territorio. Quante Madie e quanti Colaninni ci possono essere tra Teramo e Imperia, tra Agrigento e Foggia e non vengono fuori, perché un conto è studiare all’università di Bari e un conto è essere notato all’Olimpico. Tribuna d’onore.
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Fabrizio Binacchi

Purtroppo il nepotismo l’è vecchio come il cucco!