nella stanza del figlio
Tutti abbiamo una stanza, o quasi,
o dovremmo, quatro pareti
anche un po’ buie, a volte
ai quattro cantoni, fanciulli,
forse quei sottoscala, i portici
del Nulla agli angoli di strada
o con pareti di luce e basta, né, né
oppure una cella e qualcosa di
tuo, di suo, semmai lassù,
ma nessuno sa quando né dove, lassù,
e così la stanza del figlio, Pater,
così ospitale, sparse carte le carte
mai in ordine i dischi d’una vita,
ma la bara ancora non chiudete
la tenue carezza degli assenti,
vedi, era solo un sub, quel giorno,
appena un ragazzo da sub
mite nocchiero di sogni
o l’isola di Andrea, vuota,
l’isola smarrita, né, né
sulla torta di candeline
è morto
il cuore
(ai cardiopatici)
Dovevamo saperlo,
il cuore, solo un ostaggio,
da immolare presto
in gran segreto,
uno dei nostri,
si dispensa dai fiori
e da staminali
queste donne
Queste donne da sole che vengono al mare
In cerca forse di chi più non hanno
Col pareo sgargiante a coprirsi i lutti
I corpi un po’ passati, queste donne,
ai caffè delle vacanze siedon meste, o
forse ancora le mie ragazze d’alba
memori ad inseguirmi piano? Piano,
gli sorsi di ace assaporare
quanto più rosso è il tramonto, e la sera
bere la vita se rimasta al fondo,
sulla fronte un triangolo di luce noi,
o quella scorciatoia per l’arenile e
tu vestita di sogni e di fumetti, e
tesoro, devi solo sussurrarlo
e poi imparare a chiamarmi per nome,
su, provaci ancora
guerrigliera del Nulla.
Carlo Felice Colucci

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