Ne abbiamo le orecchie piene, un sussurro assordante: il viaggio è conoscenza, il viaggio è per la fratellanza, lo scambio ci arricchisce, il viaggio regala altri punti di vista, il viaggio diverte, il viaggio….Basta!
Una volta che la ragione del viaggio è sottratta alla casualità o alla conquista, il ritorno dalla guerra per Odisseo, il vello d’oro per Giasone, un sogno per il prete Gianni, il baratto conoscitivo per Marco Polo,
slegarsi dalla selva oscura per Dante, il Sultano per S.Francesco, il naufragio per Robinson Crusoe, la classicità ritrovata per Goethe, la più divertente scommessa per Phileas Fogg, nuovi segmenti di tecnomercato per Aldrin e l’oppio per i maledetti nella fumeria, una volta che simili inneschi sono venuti meno, e vennero meno anche per gli imitatori di questi blasonati, del viaggio resta la confessione di Baudelaire: “Amer savoir, celui qu’on tire du voyage!”.
Ma nemmeno il poeta esaurisce la questione, se la decadenza del viaggio serve ad altro. A maggior ragione oggi, quando aerei ipertiroidei ci portano a pascolare in ogni pertugio del mondo ipertiroideo, accrescendo a ogni ritorno scontento e disperazione, da curare con un pascolo ancor più lontano.
Tutti sappiamo che il viaggio è morto, anche quelli più ricchi di adescamenti, il viaggio di lavoro della badante o del ricercatore, il viaggio di studio, e soprattutto di svago e conoscenza.
Svagarsi nella conoscenza è il gradino più infimo del viaggio, ma si ha orrore ad ammetterlo, quasi vergogna, quasi l’ultima illusione di nobiltà a basso costo possa venir meno. E allora si preferisce non tirare le somme, non vedere come una mutazione antropologica riveli totalmente truccate in ogni angolo del mondo le carte dell’essere politico, le sole che permettevano di essere stanziali, di stare nella polis, nella comunità, in noi stessi, di cercare misure per l’architettura della collettività, quando l’architettura richiedeva misure e non le imponeva.
Quando l’anima non era un sacco da riempire e svuotare, e viaggiando si poteva conoscere l’altro, prima che l’altro fosse buttato nel sacco insieme a tutti i soprammobili cucinati e ritagliati sul campo da antropologi e etnologi. Così il viaggio ci lusinga a barare e bara con noi per nascondere la vera causa della sua decadenza, la morte cerebrale, accertata e irreversibile della polis e delle sue contraffazioni informatiche nella polis planetaria, nel fetore che ormai l’aggettivo “cosmopolita” spande intorno a sé, e di cui solo imbecilli e in malafede amano bearsi.
Perché il viaggio che non sia allontanamento e ritorno da e a un punto circoscritto, a un focolare non familistico, alla polis, non è viaggio, è erranza demenziale nello scibile accatastato, personale disastro, fallimento nella sospirata scoperta della nostra alterazione pur essa finita nel sacco pigliatutto dell’anima. Il rito di passaggio letterariamente predisposto fu già risibile in Conrad, Lawrence o Forster, nei loro anticipatori e epigoni, in tutti gli untori della diaspora esistenziale e marinara, nei
barman di beveroni e intrugli spiritico lassativi per alleviare le vite costipate, adularle a evacuare nella misteriosa sensualità del viaggio, nella polis planetaria senza misure.
Il viaggio nel mistero fu l’ultima decrepita conquista delle nostre esistenze costrette alla povertà non francescana, il viaggio per sposarsi all’estraneità e affratellarsi a diversità dozzinali che la fantasia dell’intelligenza può toccare con mano, seduta nel giardino sottocasa, per di più senza svagarsi nella conoscenza.
Invece il paradiso fatto obbligatorio per tutti da un cristianesimo alla disperazione convince a partire, ma partiamo imbecilli e imbecilli ritorniamo attraverso luminosi orinatoi chiamati aeroporti intasati da imbecilli in coda. Perché incontro al nulla del mistero ci invaghisce il nulla che fa fuggire nel viaggio, per studio, lavoro, comunque sia nel collaborazionismo con la polis planetaria, e l’obbligo di barare per non sapere e non sentire la morte accertata della polis che nel bene e nel male fu nostra.
Marzio Siracusa

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