Confesso di non essermi immerso nel Carnevale da quando ero ragazzo. Ma, vivendo questa stagione con spirito goliardico, dopo aver letto la lettera circolare di Gino Di Maro che suggeriva al gruppo di Pensalibero di viverlo con ironia, mi è venuta voglia di indossare una maschera; e, seguendo il suo suggerimento, ho provato ad essere controfigura del Presidente della Commissione difesa del Senato o, in alternativa, di un deputato altoatesino: ma i loro abiti non mi stavano bene, quelli del primo perché troppo larghi, quelli del secondo perché troppo stretti. E così sono andato a dormire contrariato per non poter partecipare alla festa.
Ma evidentemente, rifiutando il subconscio una tale forzata rinuncia, la notte mi è stata portatrice di un sogno che vengo a raccontarvi. Ho sognato di essere in una stanza con le persone individuate da Di Maro che si sceglievano ognuna un vestito, dovendo peraltro partecipare ad una sfilata che si sarebbe conclusa con un premio da assegnarsi da una giuria popolare alla maschera più apprezzata; non ricordo se le scelte dei singoli coincidessero con quelle suggerite da Di Maro, ma solo che Gino aveva scelto un vestito da fantasma fortemente tinto con varie sfumature di rosso e che per me effettivamente in quella stanza, dopo le scelte fatte dagli altri, non era rimasto alcun vestito che mi consentisse di partecipare dignitosamente alla carnevalata. Così, su sollecitazione dei presenti che, ciascuno con diversa motivazione, ritenevano comunque opportuna la mia partecipazione alla festa, sono andato in un negozietto vicino dove ho trovato solo vestimenti modesti per gente comune che non mi consentivano metamorfosi troppo spinte; ed ho acquistato con poca spesa una tuta da addetto alla bonifica ambientale con relativo armamentario, e – per ricoprire il volto – una maschera rigorosamente senza barba, apparentemente senza somiglianze, ma nella quale un attento osservatore avrebbe potuto riscontrare tratti somatici di padri storici del pensiero politico liberale e socialista umanitario.
Entrato così nel gruppo degli attori della sfilata, siamo scesi tutti insieme tra la gente che, per vero, ci ha scrutato con una certa indifferenza e con aria piuttosto distratta; più che partecipare ad una festa, sembrava partecipasse ad un rito da concludersi con una ineludibile premiazione non al migliore per eccellenza, ma a chi maggiormente si discostava dal peggiore.
Debbo dire che – svanendo i sogni all’alba – non ricordo compiutamente i particolari della festa; però ricordo che, nel rituale, era previsto che ogni maschera dovesse presentarsi al pubblico. La maggior parte ha usato il vocativo “compagni”, suscitando una generalizzata e violenta protesta estrinsecantesi in espressioni quali “ma quando mai siamo stati a tavola insieme”, “ma chi ti ha mai conosciuto”, “ma come ti permetti”; non tanti si sono rivolti ai giurati chiamandoli “amici”, cui hanno fatto da pendant risolini sarcastici quasi a voler dire “cerca di non buggerarci, sapendo noi benissimo che il tuo fare accattivante mira al conseguimento del premio che noi abbiamo il potere di dare e di cui tu farai quel che vorrai”; io solo iniziai appellandoli “signori giurati”, e li vidi seri. Solo una persona sussurrò nell’orecchio di chi gli stava accanto: “Chissà se costui è un imbonitore, anche se dà l’apparenza di non esserlo rivolgendosi a noi per quello che realmente siamo”.
A conclusione della festa, pur con la mia maschera ritrovata all’ultimo momento, sono stato io l’outsider che ha conseguito il premio. Ma era solo un sogno.
Giovanni Fiorentino

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