Mio gentile Gesù di Nazareth,
sono nato in una città e in un paese –e, vivo in una città e in un paese- dove per il solo rivolgermi a Lei, per l’intenzionalità che profondo in questa mia, comporterà quella somma di attribuzioni -negative, sulla mia indole- che usualmente si riversano sulle divagazioni della natura, sulle diversità.
Sono nato in una città e in un paese –e, vivo in una città e in un paese- dove i racconti celebrativi della famiglia mi hanno portato a sapere più della Sua vita che della vita dei miei genitori, dei mie nonni, dei miei artefici remoti. Di Lei, altrimenti e per questo, so dove e come è nato, le vicinanze e le cure di Sua Madre e di Suo Padre. Gli auspici. Conosco anche qualche episodio della sua giovinezza.
Mi è stato dato di intromettermi nei suoi piccoli segreti, nei suoi giochi. Posso persino immaginarla bimbo impaurito. Avvertire la sua sofferenza adolescenziale. Vivere il Suo turbamento di uomo giovane. Solitario nel dramma delle sue scelte.
A volte, molte volte, vago alla ricerca di mio padre, di mio nonno. Vorrei raggiungerli nella memoria della loro vita. Ma, di essi, non ho la memoria, il racconto, dei loro sguardi di bambini curiosi o di adolescenti inquieti o di uomini viziosi. Forse, perchè sono nato in questa città, in questo paese.
Non Le porto acredine per questo. L’età e i lunghi pensieri mi avvicinano ai momenti della vita percependo la esposizione delle banalità degli uomini. I sotterfugi cui ricorrono per elevarsi a dei. I principi che sottomettono.
So bene che Lei è un principio sottomesso.
Sappiamo entrambi -Lei per atti, io per lettura- il Suo dirompente rivoluzionario ingresso religioso –non per questo non sociale, anzi incisivamente, supremamente, politico- nelle vicende umane.
So bene –comprendo, ammiro- la dedizione verso se stesso che si è imposto. La capacità estrema che Lei ha insito nelle sue scelte, per affermare la Sua politica.
Laddove non riuscì Ermete Trimegisto o Socrate o Confucio o Siddharta -che furono improvvidi con il parlare oltre Dio- Lei pose Dio nei comportamenti degli uomini. Geniale risorsa, per il consenso.
E la Sua vita narrata espone con grande evidenza, accattivando, il lastricato di eventi straordinari che promosse per pervenire al culmine del lascito: la Sua morte.
Mio gentile Gesù di Nazareth,
la Sua predicazione, la Sua ansia politica la accolgo. Di essa, altrimenti, Le sono grato per quella parte che mi appartiene come mia disposizione e scelta.
Ma, credo che Lei mi debba -e debba agli uomini- le scuse per quella eccedenza di tentativo di raccolta del proselitismo; che Lei compì con la resurrezione di Lazzaro.
Forse, nella tensione del dimostrare, del conquistare, Le sfuggì il guasto che ne sarebbe derivato.
Il risorgere, venire dalla morte -non per Lei, Figlio di Dio- sancì la dimostrazione inconfutabile della separazione del corpo dall’anima. Un Uomo dava alito a una forma inerte, come il Dio della genesi.
Si potè da quel giorno dubitare della morte, come era. Un sospiro di sogno. O, essere destinati, nella intercessione, alla immortalità.
Lei si espanse, vivo, oltre la vita, oltre la poesia. Abbracciò la volta visibile del cielo e oscurò l’universo del fantastico. I privilegiati della Sua parola, i testimoni perpetui della Sua opera, separarono, allora, gli uomini. Concedendo, per propria discrezione, ad alcuni l’ipotesi della possibile liberazione dalla sofferenza, ad altri la disperazione del dolore.
Svanì la bellezza. Anche quella feroce della morte giovanile in battaglia. L’universo oscurato spense il sorriso verso Dio.
Tutti fummo, improvvisamente, sopravvissuti. Dividendoci il sudario di Lazzaro. Contentendoci il sudario di Lazzaro.
Gentile Gesù di Nazareth,
Le chiedo le scuse.
Le accolgo, anche, quale Suo sorriso, tenero e malizioso, delle labbra.

Siamo incompleti,purtroppo, illusi o delusi di un’integrità che nessuno ricomporrà.
Chi ama svilisce, umilia, ci lacera, dividendoci da noi stessi. Obbligandoci così, ad avere fede in lui .E’ così che Gesù ci ama e ci ha insegnato a farlo.