“Passarrànno duciént’ànne.
Fòrze, pure, àte mìll’ànne.
Chi t’arriffà mmiez’e chiazze
stà ‘nzerràto int‘e palazze.
Chi è’ trasùto int‘e palazze
mò s’abbuffa mmiez‘e chiazze.”
da ”prologomeni a una rivoluzione”
“Passeranno duecento anni. Forse, anche, mille anni. (Tutto rimarrà immutato.) Chi si prende gioco di te, nelle piazze, ora si chiude nei palazzi (del potere). Chi si è impossessato dei palazzi, approfitta, ingordamente, del suo stato.”
Io urlo il nome di Napoli
Sembra si diventi saggi e opportuni socialmente quando si discute di una questione “alla moda”. E, Napoli sembra assurgere a fenomeno di moda. Ogni rilievo sul punto è superfluo. Ogni riferire su interventi, disquisizioni, osservazioni è superfluo.
Ma questi interventi, disquisizioni, analisi sociologiche -variamente ammantate di grande erudizione e cultura-, proposizioni istutuzionali/politiche, mancano del requisito essenziale ad assurgere alla qualità di riflessione sulla dignità: mancano di risuoni. Mancano di vita.
Il riferimento introduttivo ha sempre connotazioni autobiografiche o estensive di memorie personali. Non può essere altrimenti -in specie, da napoletano-, me ne scuso. Come, ammonisco, non ho desiderio alcuno di essere “alla moda”.
“io urlo il nome di napoli”: questo è il logo che adottai -or sono quarant’anni- e con il quale –vivificato dalla riproduzione di una xilografia raffigurante la Torre campanaria di San Lorenzo M°- da quel tempo autentico le mie opere. E tale logo fu contemporaneo al manifesto “per napoli o non napoli”. Ero giovane e preda di rapporti sentimentali, stanziali. Giacqui nella mia città, osservandola di notte dal belvedere di San Martino. Scendendo, verso il centro antico dove risuonavano alle mie orecchie lo sferrare dei cavalli che trainavano il feretro di Croce –allo Spitito Santo, sulle spalle di mio padre-, ovvero la voce di Chiarella delle Mura –una mia madre del ‘400-, ovvero i passi circospetti dei soldati di Alfonso, nei cuinicoli; i suoni, le voci normanne, saracene, francesi, ungheresi, spagnuole, eubee, latine: le mie voci. Impregnate nelle mie mura. Nel recinto della mia storia. Sporcandomi le mani con l’ingordigia, della pizza a “bùstarella“.
Giacqui nel mio recinto. Non desiderando l’altrove. Nel luogo dove presumevo si addensassero tutte le mie necessità, le mie ambizioni, i miei privilegi. le mie promesse. In quel luogo dove, intensamente, intendevo sedimentare il mio segno, la mia voce. Soffocando, oggi so, la mia curiosità, la mia vita.
Pian piano ci si accorge che non si è a New York o a Monaco, o a Parigi, o a Praga. Che qualcuno ha creato un altro recinto, contiguo e vitale, sebbene virtuale. Che i costumi -dell’etica e della morale?- sono trasferiti nelle regole di questo nuovo accesso, anch’esse virtuali. Che la tua presenza, pure viva, vera, è essa divenuta ipotetica; così che la tua vita, che la tua opera, vengono ignorate. Che l’isolare è un modo per non confrontare le dignità.
Girovagando –ogni tanto, per ricordare sè stessi e la propria giovinezza- ti accorgi che i vecchi casali sono distrutti. Come, devastato è il retroterra agricolo. Che le case antiche –e le presenze- sono stuprate. Che il cimitero monumentale –corre voce, vera- è saccheggiato (il recinto degli uomini illustri ha le lapidi divelte; chi nel “quadrato” ricorda Francesco de Sanctis?).
Ti accorgi, ancora, che il manto della pavimentazione urbana -da poco tempo rimodernato- è dislivellato, tanto da creare, alla prima acqua, pozze invalicabili. Ti accorgi, ancora, che, nonostante il divieto di transito e pali di sbarramento, in anguste via transitano in senso alternato i motorini. Ti accorgi che sui ciclomotori si viaggia in tre –papà, mamma e figlioletto-, sfrecciando innanzi ai tutori dell’ordine. Anche sui marciapiedi. Ti accorgi che in certe vie –con accesso di traffico ai soli residenti- parcheggiano, indisturbati, i commercianti zonali e gli avventori dei locali. Ti accorgi che i marciapiedi di via Roma sono ormai impraticabili, divenuti solo vetrina di prodotti contraffatti (da chi? dove? da chi forniti?) venduti dagli immigrati. Per dire del centro di Napoli.
Ti accorgi, poi, che il moderno Centro direzionale è già in decadenza.
Ti accorgi che la pavimentazione tutta della città (finache le Gallerie storiche) è un tappeto di gomme da masticare. Ti accorgi che le piazze “turistiche” sono, in pieno giorno, campi di calcio e le vetrine, porte.
Ti accorgi che non si può sollevare alcuna osservazione ad alcuno. Serpeggia il timore del “figlio di chi è?”, della minaccia, della conseguenza di sangue. Ti accorgi, ti accorgi …
Ti accorgi che non puoi carezzare un bimbo, benedicendolo.
Ti accorgi che “camórra” è il salvacondotto in cui si rifugiano i piccoli soprusi quotidiani; atti di “camórrìa” che nulla hanno a che fare con la malavita organizzata, ma che sono il modo della “società per bene”: la mancanza di turno nelle file, l’assenza dei preposti ai servizi -per pause di vari natura-, l’orda vociferante nei Pronto Soccorso, l’auto che anticipa l’autoambulanza, lo scarto sul peso –al mercato-, “ ’a riàlia” (regalo) a qualcuno per ottenere un diritto… etc. etc. –tutti accompagnati da atteggiamenti impositivi e ringhiosi-.
Ti accorgi che il dovuto si è rovesciato in concesso.
Al prezzo, economico e/o morale, di cui viene accreditata la concessione.
Questa apocalisse della città non evoca il giudizio finale, salvifico; ma un parto di demoni. Dove? Come? Nelle periferie dormitorio, nelle “feste, farina e forca”, esasperatamente “provinciali” e ricettacolo di ogni intrusione e/o invasione “culturale” (pilotata) che tende ad annientare (annienta) il costume culturale e civile che a Napoli proviene da ben altre nidiate di coscienze creative e morali.
Non è tempo –e luogo, questo- degli abusati riferimenti “sociologici” –i Borboni, l’unità, il dopo guerra-, di evocazioni e citazioni; resta la memoria di letture di viaggiatori che, nei secoli addietro, additavano Napoli e i Napoletani come luogo di certezze, di possibilità, di insistenze civili.
Ma, ancor più e con vigore, non è nemmeno tempo di salvataggi. Di persistenze.
Appare in atto, a me napoletano non fuggito, il tentativo di mettere in scena una nuova coreografia della città. Tale da creare repulsione e fascino –come nell’agognato, cinematografico, “noir”-, con il fine, neanche tanto occulto, di distogliere l’indice verso manchevolezze e interessi (che siano privati, pubblici o politici, ci si auspica indaghi, come sa fare, la Magistratura) che hanno provocato non la diffusione della camorra, quanto il degrado della convivenza civile e dei costumi della città.
Qui, il pomo della discordia, implicito ma emergente, tra i “professionisti della politica” e i cittadini (nel senso nobile del ’99).
Qui la divisione tra gli interpreti (difensori senza patria) del pensiero istituzionalizzato –uomini di grande cultura- e i vivificatori della coscienza civile della città –uomini e lavoratori, umili-.
Qui la caduta (se Napoli è, come sempre é stata, terreno di coltura per tutte le esperienze politiche dell’Italia Repubblicana) verso l’abuso; la modificazione, oscurantista, della democrazia e delle norme fondanti della Costituzione Repubblicana.
Non si fomenta più la storia civile della identità, delle generazioni. Si costringe la città al vago di modelli utilitaristici temporanei, alla dissolvenza della propria consapevolezza di risorse di volontà e di intelligenze al servizio della comunità globale.
Quindi, l’ipotesi di vita/morte: solo fuggendo da se stessa Napoli è salva. Quindi, ancora, il ricatto sociale e umano.
Ma, mi chiedo, non è forse questa la città, unica in Europa, che impedì a se stessa l’oltraggio della Inquisizione e dove al Vomero ancora si ascoltano vivissime le voci delle Quattro Giornate?
Qualcuno cita o risponde?
Sentimenti vaganti:
mi dolgo e ammutolisco, come napoletano non fuggito, per quanto assunto da un ex Ministro –dirigente di un partito che ha “governato” Napoli-: “Napoli e la sua area metropolitana, dal terremoto in poi, hanno potuto contare di trasferimenti straordinari di risorse pubbliche pari in Europa alla sola città di Berlino”;
mi dolgo e ammutolisco, come napoletano non fuggito, per le difese “moralistiche” della città; difese dell’ultimora che, in verità, non si comprende cosa e chi difendano e perchè.
mi dolgo e ammutolisco, come napoletano non fuggito, sulla riflessionne che nessuno si sia posto il problema che l’indulto non avrebbe avuto alcun requisito di clemenza, di pietas (nobile parola), se non si fossero approntate situazioni di lavoro –anche a impulso e gestione statale- tali da consentire una vita degna e non costringere il più degli ex detenuti all’abbandonarsi ad ogni possibile –e, lo si dica: forse anche necessaria alla propria sopravvivenza- nefandezza?
mi dolgo e ammutolisco, come napoletano non fuggito, per la presunzione di normalizzare la città –di contrastare la “camórra”- con circuiti televisivi, nei punti nevralgici e turistici, e con l’incremento degli organici di polizia; allorquando la Procura napoletana, per l’incessante lavoro quotidiano di anni, credo abbia chiaramente individuato partecipi e complici e abbisogni di leggi e mezzi, anche eccezionali e transitori, per dare concretezza al proprio impegno?
Insisto: la città si salva non se si sconfigge la “camórra” bensì se si estirpa la “camórrìa”, la criminalità dell’incertezza. E ciò sarà possibile solo se i napoletani saranno sollecitati all’ambizione di rispondere della propria storia civile.
Gli strumenti? Molti e diversi. Ognuno idoneo a sanare le deficienze e gli abbandoni che si riscontrano nella quotidianità. Individuati, dunque, nella vita reale, nel bisogno reale, nell’esigenza di una vita integralmente vissuta, da ciascun napoletano.
Finanche, sono un provocatore, con una “pax neapolitana” che individui i modi di perdono e, poi, di recupero -alle esigenze della comunità civile e delle leggi dello Stato- delle grandi risorse vitali e intellettive dei giovani -e dei non più giovani-; che oggi non trovano altro rigurgito esistenziale, altro esempio, se non nel crimine e nella trasgressione-crimine .
Finanche, sono un provocatore, con una pubblica confessione di inedeguatezza –con conseguenti dimissioni dalle deleghe popolari- degli amministratori, tutti.
Finanche, sono un provocatore, con nuove elezioni che presentino non già liste di “sinistra” e di “destra” (debbo dire, per onestà, che sono uomo di “sinistra”; ma di quale sinistra, non so, o, meglio, non di questa; alla fine, un Socialista) ma una lista unica composta su adesioni, volontarie e spontanee, per la diponibilità di Donne e Uomini non napoletani, “stranieri” (chi conosce la storia e le necessità di Napoli comprende, nella piena integrità, il senso di quanto assumo).
Il mio auspicio, in relazione a questo “urlo”, è dell’essere contestato, dileggiato, vituperato, “afforcato e messo il mordacchio”, coscritto come “ènfamo” (infame, uomo da poco).
Mi si aiuterà a sentirmi vivo. Dando un senso alla mia fallita vita secolare di napoletano, non fuggito.
Alla fine di questa scorribanda discontinua ed emotiva, ricordo e ammonisco i napoletani,. della cerchia delle mura della città, non i “cafoni” extra moenia, a non dimenticare: a Napoli è fermentato il “De Iustitia”.
Andiamo alla storia!
franchini

Ho conosciuto due soli napoletani che avevano (purtroppo morti entrambi) il coraggio di dire i veri mali di Napoli. Per il resto parlare dei mali di Napoli ad un napoletano e per un Napoletano è peccato ed è reato e, credetemi, è tempo sprecato.
Assistere al degrado della propria città è qualcosa che ferisce nel profondo, come purtroppo molti di noi sanno; non è necessario vivere a Napoli, per provare il drammatico contrasto fra i ricordi che ci parlano di una realtà perduta e lo stato attuale delle cose, che si avvia a diventare irrecuperabile, se non interviene una forte inversione di tendenza. Certamente, Napoli sembra portare tutto agli estremi: degrado, incuria, criminalità, mala amministrazione. Personalmente, credo che legalità e cultura siano due cardini fissi di un’operazione di recupero che, però, in questo momento mi appare francamente lontana, perchè andrebbe fortemente voluta ed applicata da coloro che, ahimè, sono gli stessi che finora hanno clamorosamente fallito. Un’intera classe politica, tanto locale quanto nazionale, andrebbe deposta all’istante. Le centinaia di miliardi versati alla Cassa del Mezzogiorno sono finiti ovunque, tranne dove dovevavo andare, e la camurria, intesa come forma mentis, la si estirpa con una potente opera di rieducazione, soprattutto a favore delle nuove generazioni. I napoletani veri e consapevoli della ricchezza delle proprie radici, come Franchini, dovrebbero cominciare da soli: facile a dirsi, difficile a farsi, lo so. Ma per farsi ascoltare bisogna alzare la voce, come giustamente sta scritto nel titolo di questo intervento. Se si urla da soli, al massimo ti sente il vicino di casa. Forse, se urlasse la maggioranza dei napoletani, persino la manica di gerontocrati che ci governa, sordi per l’età e per senescenza politica, li sentirebbe.
sono pienamente d’accordo sull’azzeramento degli attuali amministratori pubblici ed istituzionali.
ritengo esclusivamente di facciata e sperpero di danaro pubblico l’invio di mille “uomini” delle forze di polizia se non accompagnato da provvedimenti (fondi e uomini) tesi a rendere funzionale la macchina della giustizia.
si rischia esclusivamente un ulteriore intasamento della giustizia ed ancora una volta una sconfitta, ma forse è proprio ciò che si vuole affinchè tutto proceda nel caos e il manovratore possa utilmente (!!!) continuare a manovrare per fini personali e di bottega.
leggendo la tua appassionata lettera stemperata dai toni caldi e commossi del tuo legame viscerale con Napoli, mi sono immedesimata per un attimo nella beatitudine e nell’orgoglio di chi ha avuto la fortuna di essere figlio di una madre naturalmente bella e dall’anima profonda. Napoli, suppongo abbia rappresentato questo per i molti che l’hanno vissuta come l’hai vissuta tu, complice anche l’entusiasmo della giovinezza con quello sguardo pulito e innocente che si riflette un pò in gran parte delle esperienze che si vivono all’alba della vita. Ma molto sinceramente e col disincanto di quelli della mia generazione, insensibili a tutto ciò che di poetico e sensuale una città può offrirti, posso solo condividere la tua delusione e soprattutto la frustrazione per quello che Napoli è diventata. Anche se i germi di questa crisi che oggi è scoppiata, risalgono a tanti, tanti anni fa. Il malgoverno, la speculazione, l’individualismo, le forti ineguaglianze sociali, ci sono sempre state, oggi , questi aspetti sono degenerati in concomitanza della crisi economica, delle patologie sociali, della nuova torre di Babele che sta diventando il mondo. Non si vive si sopravvive. Tutto il mondo sta morendo , non solo Napoli
Sapevo di lusingarti definendoti vecchio matto.Sai che lo sono anch’io,oltre che forcaiolo,come giustamente scrivesti.
Ma forcaiolo a dritta quanto a manca,mi conosci.
Aspetto di leggerti lì dove sono,chè socialista lo nacqui,radicale lo divenni per te e per Maria Panico,a me sempre grande.
A furia di strappare i volantini che tu,complice sorniona la carissima Maria,appendevi,oltre un quarto di secolo è trascorso, alla bacheca della federazione socialista,finii col leggerli.Divenni radicale.
Con la stima e l’affetto di sempre
Gabriele
per Gabriele.
Grazie, veramente grazie di cuore, per il “vecchio matto”.
Riguardo i rifiuti, anche nella evenienza di raccolta differenziata, mi sconcerta che nessuno parli di lombricocoltura e della possibilità della trasformazione dei rifiuti organici in humus fertilizzante, con diminuzione della produzione di metano da decomposizione.
il’99 (il circolo autonomista, distrutto da un attentato, come sai) ne proponeva la possibilità attuativa circa 25 anni or sono.
Oggi, tu come io (io, di più), sopportiamo fieti immondi. E la colpa, oggettivamente, non può essere riversata solo sulle spalle della camorra.
Non bisogna dimenticare mai le nostre assenze o gli impedimenti: questo ci fa diversi.
Con un abbraccio.
Umberto,
mi piacerebbe leggerti ,ogni tanto, anche sul sito della Rosa nel Pugno.
Come ti dissi,sono lì.
Olà,vecchio matto.
Ti trovo ancora perfettamente lucido ed in splendida forma.E’ strano.
Ma come fai a non sentire il fieto della monnezza?
Lo sento io da quì il vostro fieto.Pur se noi ,cafoni della provincia,ci adoperiamo nel differenziato.Piccola goccia nel vasto mare di nauseabonda monnezza da voi prodotta.
Che ne pensi,che mi dici?
Credi sia ora che la Procura,affinità politiche a parte con i tuoi e nostri governanti,indaghi seriamente sù questo storico affare d’oro della camorra?
Ti abbraccio.
Gabriele
Da Napoletano fuggito mi dolgo e ammutolisco ogni volta che vengo a Napoli.
Sul sito RnP ho aperto una discussione sul caso Napoli.
E per dire la mia non ho trovato di meglio di questa riflessione.
Parole stupende. Mi ha toccato profondamente quanto scritto. Lo sento profondamente adeguato.