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Un’ala per la libertà

Lauro de Bosis, apparteneva ad una famiglia della migliore borghesia italiana. Come risposta all’arresto degli amici, maturò, nella sua mente la decisione – che gli sarebbe costata la vita – di un’impresa che potesse avere grande risonanza: il volo su Roma; un volo per la libertà. di Adalberto Scarlino

di Adalberto Scarlino | 29 Settembre 2006

Sono trascorsi settantacinque anni dal giorno in cui ( 3 ottobre 1931) un piccolo aeroplano, decollato da Marignan (Marsiglia), pilotato da un giovane trentenne esule in Francia, Lauro de Bosis, sorvolando Roma, fece piovere migliaia di volantini, contenenti un appello al re d’Italia Vittorio Emanuele III di Savoia e due messaggi ai cittadini, firmati dal direttorio della Alleanza Nazionale della Libertà.
Il pilota, Lauro de Bosis, apparteneva ad una famiglia della migliore borghesia italiana: il padre, Adolfo, era il noto letterato direttore della rivista “Il Convito”, traduttore di poeti inglesi, critico, corrispondente di Carducci, D’Annunzio, Pascoli, animatore a Roma, all’inizio del Novecento, dei convegni dell’intelligenza italiana ed internazionale; la madre, Lillian Vernon, americana, era figlia del ministro protestante fondatore della Chiesa Metodista Episcopale d’Italia; un fratello, Valente, anche egli aviatore, aveva combattuto nella Grande Guerra con i Granatieri di Sardegna ed era poi caduto, al termine di un’operazione condotta al comando di una squadriglia di idrovolanti antisommergibili, medaglia d’argento al valor militare.
Nato nel 1901 e laureato in chimica, Lauro si era dedicato tuttavia all’attività letteraria: traduttore dal greco di Antigone ed Edipo re di Sofocle e del Prometeo Incatenato di Eschilo, dall’inglese dell’opera “Il Ramo d’oro” dell’ etnologo e storico delle religioni James George Frazer; e ancora, del romanzo “Il ponte di San Luis Rey” dell’americano Thornton Wilder; si era poi dedicato alla cura dell’antologia “The Golden Book of Italian Poetry” (pubblicata per i tipi della Oxford University Dress nel 1930).
Suo, anche, il dramma lirico “Icaro” ( con i protagonisti Icaro, Dedalo e Minosse interpretati in chiave moderna, con esplicito riferimento al conflitto tra regime e libertà), che risulterà vincitore nel concorso di poesia ad Amsterdam nel 1928.
Negli Stati Uniti, dove si recò spesso, Lauro de Bosis tenne lezioni ad Harvard e fu segretario della “ Italy America Society”. Finché non si dedicò all’impegno civile e politico e fondò, all’inizio del 1930, la “Alleanza Nazionale della Libertà”, con un obbiettivo preciso: quello di sensibilizzare l’opinione pubblica italiana, in particolar modo quella moderata, sulle conseguenze della soppressione delle libertà statutarie operata dal regime con le leggi del 1925.
L’associazione, costituita da liberali, popolari, socialisti riformisti, aveva avuto l’incoraggiamento di personalità come Umberto Zanotti Bianco e Benedetto Croce, ma già nel dicembre dello stesso 1930, mentre de Bosis era in America, era stata colpita dall’arresto dei suoi principali esponenti, i liberali monarchici Mario Vinciguerra e Renzo Rendi e Lillian Vernon, madre di Lauro, tutti e tre imputati di cospirazione. La signora Vernon si umiliò a scrivere una lettera di sottomissione al governo per proteggere la famiglia. Vinciguerra e Rendi furono condannati a sette anni di carcere. Il quotidiano “ Le Petit Matin “ scrisse allora che erano stati tradotti al Tribunale Speciale “ non dei rivoluzionari, ma cittadini cattolici e monarchici operanti in nome delle opinioni liberali” ( riprendo il particolare dalla relazione svolta da Sandro Rogari ad un convegno organizzato nel 1981 ad Ancona da Ercole Camurani, presidente dell’Istituto per la storia del movimento liberale italiano).
Come risposta all’arresto degli amici, come dovere per lui, ancora libero fuori d’Italia,di essere loro vicino, maturò, nella mente e nel cuore di Lauro, la decisione -che gli sarebbe costata la vita- di un’impresa eccezionale, spettacolare, che potesse avere grande risonanza: il volo su Roma; un volo per la libertà.
Il denaro per l’acquisto dell’aeroplano venne offerto dal redattore capo del quotidiano liberale di Bruxelles, “Le Soir”, Auguste d’Arsac, un vecchietto dal cuore d’oro – le parole sono di Gaetano Salvemini – anticlericale, anticonformista ed antifascista, insomma liberale.
I preparativi non furono semplici: la scelta della pista, l’addestramento-Lauro aveva alle spalle pochissime ore di volo- la stampa e il carico dei manifestini da gettare su Roma.
Quello che più interessa sono i testi, caratterizzati da un obbiettivo e una scelta ben chiara: il ritorno dell’Italia ad una monarchia costituzionale; la volontà di non lasciare alle forze sovversive-sono parole sue – il monopolio della lotta contro il regime; la preoccupazione di non consentire l’instaurazione, al posto di un regime nero, di una dittatura rossa. Perché Lauro non è un antifascista pregiudiziale; anzi nel fascismo aveva addirittura confidato, nei primi anni venti, di fronte ai disordini del primo dopoguerra, alle violenze del biennio rosso, ai contrasti inconcludenti dei partiti dell’Aventino: ma diventa, dopo le leggi del 1925, a ragion veduta un motivato e coerente avversario del regime.
“ Maestà – aveva scritto nell’appello al re- seicentomila cittadini hanno dato ad un Vostro cenno la vita per togliere il giogo da due città ( Trento e Trieste ndr): è col Vostro consenso che un giogo infinitamente peggiore grava da anni sull’Italia intera?Accettate Voi veramente d’infrangere dopo Vittorio Veneto quel giuramento cui il Vostro Avo ( Vittorio Emanuele II, in difesa dello Statuto all’armistizio di Vignale ndr) restò fedele dopo Novara?
Son sette anni che Vi vediamo firmare i decreti di Radetzky con la penna di Carlo Alberto. Pure, Voi ci avete guidati alla vittoria e per ventiquattr’ anni siete stato il campione della libertà. No; non possiamo dimenticarlo. Noi abbiamo ricevuto dai nostri padri un’ Italia libera. Sareste proprio Voi, il re vittorioso, a tramandarla schiava ai nostri figli? Maestà, non vogliamo crederlo.”
La sera del 3 ottobre la pioggia di volantini inondò le strade romane del centro, cogliendo di sorpresa tutti, a cominciare dall’aviazione di guardia alla città, i cui comandanti solo mezz’ ora dopo il volantinaggio dettero inizio alla caccia, mentre la polizia, per parte sua, procedeva alle prime perlustrazioni.
Intanto, sulla rotta di ritorno a Marsiglia, per un banale, incredibile equivoco ( erano stati riempiti, alla partenza dalla Francia, solo due dei tre serbatoi), Lauro si trovò senza carburante e l’aereo si inabisso in mare non lasciando traccia di sé.
Poche ore prima del decollo lo stesso Lauro aveva preparato in francese un breve testo, intitolandolo “ storia della mia morte” e lo aveva imbucato la mattina di quel giorno fatale indirizzandolo ad un amico liberale, l’avvocato Francesco Ferrari.
“ Pegaso – aveva scritto- è il nome del mio aeroplano, svelto come una rondine…andremo a portare un messaggio di libertà…il nonno dell’attuale Re, dopo la più terribile disfatta della storia d’Italia, seppe resistere al maresciallo austriaco, il quale voleva forzarlo ad abrogare la costituzione. Vuole veramente l’attuale monarca, dopo la più grande vittoria della storia d’Italia (vittoria di liberali), lasciar perire senza il minimo gesto l’ultimo brandello di costituzione?
A parte le lettere – preannunciava Lauro- getterò molte copie di un magnifico libretto di Bolton King: Il fascismo in Italia. Come si getta pane ad una città affamata, così a Roma bisogna gettare libri di storia…arriverò a Roma verso le otto…se cado non sarà per errore di pilotaggio. Il mio aeroplano non fa che centocinquanta chilometri all’ora, quelli di Mussolini ne fanno trecento…han tutti ricevuto l’ordine di abbattere qualunque aeroplano sospetto. Per poco che mi conoscano devon sapere che…non posso aver abbandonato l’impresa. Se il mio amico Balbo ha fatto il suo dovere, essi sono ora là ad attendermi.
Tanto meglio: Varrò più morto che vivo.”
L’eco dell’impresa fu enorme, la notizia del “misterioso volo” ebbe risalto sui giornali francesi,cechi, portoghesi, inglesi, belgi, lettoni, anche tedeschi. Ed ancora maggiore risalto ebbe sulla stampa europea dopo che “Storia della mia morte”, il testamento spirituale di Lauro, fu pubblicato per intero su Le Soir di Bruxelles.
Per anni l’impresa è stata commemorata dal Comitato Interdisciplinare sulla civiltà italiana, istituito dall’amica di Lauro,Ruth Draper; e presso la Harvard University, che costituì “ the Lauro de Bosis lectureship on Italian civilisation”, presso la quale tennero lezioni, fra gli altri, Gaetano Salvemini, Salvatore Quasimodo, Giorgio Spini, Paolo Sylos Labini, Vittore Branca.
Nei libri di testo di storia della scuola italiana è improbabile, per non dire impossibile, trovare traccia dell’avvenimento o un cenno alla figura del protagonista. Segnaliamo, in particolare, un fatto-diciamo così-curioso.Nella prima edizione del noto manuale/antologia del Guglielmino era stata inserita una testimonianza di Salvemini, “il sacrificio di Lauro de Bosis”, un appassionato intervento svolto nel 1948 dallo storico pugliese; ma il testo è stato eliminato dallo stesso manuale, dalla terza edizione del 1978 e dalle successive. Inspiegabilmente? O…naturalmente secondo la perdurante, perversa abitudine dell’intelligenza ( si fa per dire) predominante di accreditare la storia di un antifascismo sempre – o per lo più – di sinistra e di sottovalutare, quando non disconoscere l’esistenza di un antifascismo democratico e liberale. Restano, comunque, alcune opere. Una fondamentale pubblicazione, alla quale questo ricordo è debitore, è quella dell’editore Mancosu di Roma “Lauro de Bosis storia della mia morte” a cura di Alessandro Cortese de Bosis, che, utilizzando gli atti del già citato convegno di Ancona del 1981 promosso da Ercole Camurani, raccoglie scritti di Gaetano Salvemini, Giovanni Spadolini, Piero Calamandrei, Sandro Rogari, Sergio Fenoaltea, Giuseppe Saragat, Romain Rolland, Salvador de Madariaga ed altri.
Affascinanti, ma oggi difficilmente reperibili, l’opera “ A Need to Testify” di Iris Origo, che raccoglie ritratti biografici di Gaetano Salvemini, Ignazio Silone, Ruth Draper e, appunto, Lauro de Bosis; e la commemorazione di Piero Calamandrei pubblicata in “Uomini e città della Resistenza” con introduzione di Alessandro Galante Garrone.
Bello, tra i pochi altri che si possono citare, l’articolo di Piero Boitani “Sulle ali di Pegaso” pubblicato da Il Sole ventiquattrore del 30 settembre 2001.
Oggi noi – noi laici e liberali – vogliamo ricordare il giovane intellettuale (lui sì) il cittadino borghese, l’eroe romantico caratterizzato dal senso del dovere e della responsabilità personale, uno dei – pochi, coraggiosi, disinteressati – antifascisti del ventennio 1925-1945; non uno dei – tanti, interessati e spudorati (si può dire?) – “antifascisti” del sessantennio 1946-2006: Lauro de Bosis, il giovane valoroso che, or sono settantacinque anni, pagò con la propria vita la scelta di agire e di rischiare, per restituire alla sua – alla nostra – Patria le libertà e l’indipendenza da ogni oppressore, il patrimonio di diritti e di garanzie conquistato dai padri del Risorgimento.

Firenze, autunno 2006

Adalberto Scarlino

Pubblicato in : Dossier

Info Adalberto Scarlino

Adalberto Scarlino ha svolto per lunghi anni l’attività di insegnante di italiano e storia nelel scuole medie superiori. Iscritto fin da giovanissimo al Partito Liberale Italiano è stato consigliere comunale di Scandicci negli anni sessanta e, tra gli anni ottanta e novanta, consigliere comunale a Firenze ed assessore nelle giunte Bonsanti, Lando Conti, Bogianckino e Morales. Segretario del circolo culturale Piero Gobetti e co-fondatore del Gruppo dei Centouno , è presidente del Comitato Fiorentino per il Risorgimento. E’ autore, con Silvestra Bietoletti, di “Firenze, percorsi risorgimentali ” , Lucio Pugliese editore, seconda edizione 2010.

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