“Non c’e’ stato alcun congresso, la situazione resta quella di prima: il nuovo Psi esiste e io sono il suo segretario”, cosi Gianni De Michelis avverte i radicali e lo Sdi, per lui nulla è cambiato sul piano politico, dopo il congresso che ha portato ancora più scompiglio nell’area socialista, che tenta di rispolverare la sua gloriosa storia.
De Michelis non ci sta, e accusa Bobo Craxi di aver preparato il colpo di mano che vorrebbe traghettare il Nuovo Psi sotto l’ala protettiva dell’Ulivo, strappandogli le redini del partito.
De Michelis, Chiara Moroni e Stefano Caldoro se ne sono andati sbattendo la porta, ma Bobo è andato avant,i e si è fatto eleggere nuovo segretario di un partito, che però di fatto è stato delegittimato.
Si prospetta adesso una battaglia per l’eredità del simbolo, vista l’annunciata scissione, e non sarà facile prevedere in che mani cadrà il garofano,ma è sicuro che sarà ancora e agguerrita battaglia. Così, il sogno di Bobo, di avviare il partito a braccetto con radicali e Boselliani, alla corte dell’ulivo, trova il netto freno, della parte che invece vuole rimaner fedele al cavaliere e alla sua attuale collocazione politica.
Bobo, accusa Berlusconi di aver avuto pesanti ingerenze nel congresso, mentre la Moroni ribatte che il vero pericolo sono i “comunisti forcaioli” additati di aver ispirato il pool di Milano, negli anni che segnarono le tristi vicende del partito di Bettino.
In attesa della bagarre sul simbolo, e aspettando futuri colpi di scena, c’è da riconoscere che i socialisti, sanguigni e rissosi come sempre, hanno dimostrato ancora una volta, tutta la loro passione politica, mettendo in piedi un congresso vero, fatto di tensione e insulti, di patos e colpi di scena, per qualcuno sarà stato un teatrino,una farsa, ma per molti altri, c’è la consapevolezza che malgrado tutto i socialisti, (al contrario di altri), sono ancora in grado di fare un congresso politico, vero e acceso, dimostrando una volta per tutte, che la grande storia del socialismo italiano vuole contare ancora molto nella politica nostrana.
Angelo Marinazzo

Giulio Laroni
Allego la lettera che ho indirizzato a tutti gli iscritti in data 24/X/2005 alfine di ricomporre la scissione.
Un caro saluto.
Giulio Laroni
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RICOMPONIAMO LA DIASPORA INTERNA
Venezia, 24 – X – 2005
Carissimi compagni,
durante il viaggio di ritorno che dal Congresso mi portava nella mia Venezia, questa notte, recavo ancora all’occhiello il mio garofano, appassito ed esausto quasi avesse sopportato anche lui, con me e con voi, le tensioni ed i veleni di questi tre giorni. In una notte umida e triste vedevo nella curiosità degli altri passeggeri lo sguardo interrogativo di chi, sorpreso e divertito, si trova davanti a sè un esercito di samurai rimasti improvvisamente senza patria e, tuttavia, ancora bardati con un uniforme che non serve più. Militanti orgogliosi di un vessillo scomparso. Nostalgici che si ostinano a non lasciare il campo a una politica acerba e ipocritamente artificiosa: una politica all’americana che ha come unico orizzonte ideologico i partiti Democratico e Repubblicano. Una politica posticcia in cui il socialismo non esiste, e in cui due Colossi d’Argilla – Ulivo e Cdl – si spartiscono il potere tra Margherite e fiorellini, mortadelle e manager della televisione, asinelli e soli che ridono.
Mentre l’Eurostar sferragliava veloce lasciandosi alle spalle un congresso da dimenticare, ci divertivamo, negli occhi l’amarezza della disillusione, a riandare con la mente a quegli anni lontani in cui eravamo il terzo partito d’Italia. E allora via a elencare tutti i consiglieri comunali di Venezia del 1980: da grandi compagni come Angelo Callegari, uomo della classe operaia, e Emilio
Greco, il pittore, a strambi personaggi come Orlando Bolgan, assessore all’Igiene, o Gianfranco Pontel, che tutti ricordano come “quello della Fenice”, passando per gli uomini di Rigo e Sergio Vazzoler, oggi segretario regionale dello SDI. Poi veniva il turno dei consiglieri regionali, dal grande Cesare Tomasetig a Luisa Barolo, legata a Rigo, e Bruno Marchetti, già sindaco di Castelfranco, oltre a Pavoni, Feltrin, Giancarlo Brunetto e Vittorio Sandri, oggi nello SDI. E vedevo gli occhi dei miei compagni illuminarsi all’improvviso, cullati dal ricordo, al pensiero di una politica che, pur con tutti i suoi difetti, era disperatamente vera e ostinatamente viva, visceralmente estrema e per questo ancora più bella. Eravamo un partito grande, allora, che discuteva se stare al governo nel pentapartito o allearsi strategicamente con il PCI per allontanare la tentazione di un nuovo compromesso storico, o ancora se allinearsi ai “partiti laici” (perchè allora noi non eravamo un “partito laico”!) o stringere un patto con i radicali. Altro che Berlusconi e Prodi, centrodestra e centrosinistra. All’epoca avevamo Lombardi e la scuola lombardiana, fucina di talenti e politici di lusso, dotati di una vis vitalis che lasciava trapelare “l’irrequietezza dell’insoddisfazione”, e dall’altra parte Craxi padre e i “nuovi quarantenni”, che i lombardiani guardavano con circospezione. C’erano le correnti, è vero, ma si cercava di essere tolleranti e rispettosi prima di tutto perchè compagni convinti della causa socialista, che si riconoscevano negli stessi valori e princìpi, pur se con varie sfaccettature. Uomini diversi, giovani e vecchi, poveri e benestanti, ma che credevano nella stessa cosa. Altro che mozione 1 e mozione 2.
Avevamo i cavalli di razza, all’epoca, avversari degni e rispettabili, un PCI con Berlinguer, una DC con Andreotti e un MSI con Almirante, tutt’altra cosa da Fassino, Follini e Alemanno.
Oggi corrente vuol dire settarismo. Ho cercato di convincermi del contrario autoinvitandomi, sabato sera, ad una cena “di componente” con compagni che avevano fatto scelte diverse dalle mie. Molti che credevo miei amici, sorseggiando tranquillamente il loro cabernet, mi hanno invitato a mangiare altrove “perchè si dovranno prendere delle decisioni e sappiamo che tu capirai”. Gli ho detto di essere super partes, gli ho ricordato che sono uno spirito libero, che la mia era una bonaria provocazione e, soprattutto, che siamo tutti compagni e amici a prescindere dalle mozioni. Per tutta risposta hanno fatto sapere che non c’era posto e che stavo creando problemi. Me ne sono andato regalando alla Compagnia Taxi altri 10 euro, e questo è tutto.
Noi siamo uomini provati, che hanno subìto l’onta di passare dal terzo partito italiano al penultimo. E tuttavia, piccini come siamo, non troviamo di meglio che scinderci nella prospettiva di ricorrere addirittura al tribunale per contenderci il simbolo. Tra compagni. Per l’unità socialista allarghiamo la diaspora.
Mi appello a Bobo perchè si presenti al Consiglio Nazionale di venerdì e ricomponga almeno questa piccola diaspora interna nata dal congresso conclusosi ieri sera. Mi appello a Bobo perchè accetti la leadership di Gianni, un segretario che, piaccia o non piaccia, ci ha guidati sino ad adesso tenendoci uniti. Sono certo che Gianni, da parte sua, sarà pronto ad accettare l’unità socialista anche nelle modalità auspicate dalla mozione 1. L’essenziale è restare uniti, perlomeno tra di noi del Nuovo Psi.
Guardiamo al passato, per una volta, affinchè il garofano non appassisca.
Un caro saluto
Giulio Laroni
Ringrazio per il suo pensiero rivolto a mio padre Angelo Callegari
Come dimostrazione,per me c’è stata quella di un livello di inciviltà notevole : pretesa di sopraffazione ,violenza nel confronto e mancato rispetto di regole e persone. Più tipica di estremismo comunista che di cultura riformista: questi “socialisti” cosa sono ? E’ di costoro che ha bisogno il nostro panorama politico ? Ma allora,intrupparsi direttamente tra le file dei no global e girotondini piazzaioli rappresenterebbe una notevole scorciatoia ! E quindi ,che si fa ….?