Se fossi in carne ed ossa (a parte dovermi gestire un quasi-fidanzato alterato ed un’immagine un filino deteriorata), sarei dopotutto (e per quanto bonazza) un universo finito.
Dopo tanto vagare, sono alla conclusione che il posto perfetto su un Frecciarossa sia l’1A della prima carrozza, quella che si ferma a tre metri dall’inizio del binario (con i tacchi, sei hai fretta, fa la differenza). Poi, sei comoda su una sediolona da magnate russo (isolata). Non c’è saliscendi. Ti servono con gentilezza. Non sei neanche in solitudine (come nel salottino) e guardi (furtivamente) quei pochi della tua stessa carrozza senza nessuno alle spalle (potendo scrivere delle tue avventurette). Ammetto quindi, che una penna improvvisata e cialtrona come la mia gode dei favori logistici derivanti dal posto 1A1 (pagato dal cliente, ovviamente). Tant’è che sono qui. Comoda-comoda con le gambette appoggiate sulla poltronciona e abbellite da sandalini nuovi-nuovi (buoni per qualche giorno ancora, finché non cala l’autunno e cede l’abbronzatura). Scrivo sul mio portatilino, occhieggiando il ricciolone della sedia di fronte (il 3D1), il quale, di quando in quando, abbassa il quotidiano per entrare in modalità osservazione. È da qualche tempo che rifletto sul valore della virtualità digitale. Qualche giorno fa ho disquisito con un’amichetta sull’uso degli pseudonimi e sul fatto che i nomi, alla fine, contano poco. Devo ammettere che mi sono sentita davvero molto attratta, sedotta e tentata (stavo anche per chiamare e farne una riflessione). Recentemente, ho avuto un altro amichetto (una mente attraente, classica, libertaria) che mi ha (in fondo) paragonata al mitico HAL9000: l’intelligenza artificiale e programmata (dalla voce suadente) che accontenta ed accudisce gli umani. Anche in questo caso, ne avrei fatto conversazione. Ma sarebbe stato opportuno? Sarebbe stata una vispata privarmi dell’algida virtualità che avvolge un racconto o un semi-flirt telescrivente con una freelance affascinante (di quelle in mimetica, con l’elmetto ed il taccuino in mano), o con una sexy anima classica, o con un giornalista gentiluomo, un politico di razza, un giovane lobbista spiritoso, o con altre anime digitali? Che vantaggi avrebbe avuto il nostro rapporto? La mia, è la prima generazione che vive il complesso e la paura dell’inganno di Cyrano de Bergerac in modo così sofisticato e stimolante. Non ho saputo dare risposte. Di certo, se fossi in carne ed ossa (a parte dovermi gestire un quasi-fidanzato alterato ed un’immagine un filino deteriorata), sarei dopotutto (e per quanto bonazza) un universo finito. Una snella mammifera di un metro e settantadue a base di carbonio destinata (forse) a sopravvivere alle prossime cinquanta orbite terresti arrivando di ruga in ruga, di pasticca in pasticca, al pannolone. Chebbellezza. Quello che sono nella mia vita quotidiana (cattivissima, di facili costumi, provocante e rissaiola) può rivelarsi in una paginetta di parole improvvisate (prima che un treno giunga in stazione). Posso sentenziare su anime e fatti con la durezza di una ragazzina. Posso permettermi battaglie femministe (a favore degli uomini migliori, quelli che mi piacciono) dileggiando con affetto il maschio proteso a sbirciarti sopra le ginocchia per indovinarne il colore (quello degli slip). Scandalizzo con piacere il mammalucco benpensante inorridito da me, femmina bugiarda, che rimorchia (e porta beatamente a letto) l’assistente di volo dell’Iberia (piuttosto che impanare cotolette). Quindi, perché banalizzare un’orizzonte infinito in una telefonata melensa, appiccicosa, finale. Annichilire un’inquietante quanto goduriosa digitalità artificiale? Ecco perché non mi lascio tentare (yess), tiro cattivissimamente diritto, ed alla sua decima lumata, sorrido (come una batta da mille) al ricciolone del 3D1 (giusto per fargli temere sia io a rimorchiarlo per due bei violoni da 500 sul comodino). Poi mi appresto a riprendere il documento che devo studiare, sapendo che all’arrivo a Napoli, mi attende una riunione con due leccapiedi, due quarantenni (tutto io-io-me-me) ed un simpatrico settantenne partenopeo con tre bypass e troppi debiti. Tutti e cinque a guardarmi il sedere quando andrò a prendere il caffè. Tutti e cinque a guardarmi le mani quando giocherellerò con la penna. Alla fine, tutti e cinque imbufaliti quando con quella stessa penna tirerò una bella riga (evirante) sopra i dividendi straordinari che avrebbero (poveri illusi) sperato di proporre agli azionisti. Ma il risultato più immediato, me lo ha dato il ricciolone del 3D1, il quale ha smesso di guardarmi le cosce. Temendo sia una cacciatrice, deve avere temuto per sé ed il portafoglio. Adoro giocherellare gli uomini cerbiatto, quelli che ti guardano fin tanto che non gli fai buuu Florenza Carsi, HAL9000 Building, Menlo Park, California, USA

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