Avessi detto la metà di quello che volevo, la replica sarebbe stata scontata: “Dottoressa, se li prenda lei, a casa sua, i migranti”, oppure, “è finito il tempo della bontà, lei è una giovane ingenua”.
Scarrozzata al nuovo stabilimento. Come un razzo per le vie dell’alta Padania a bordo della sua sportivona. Al solito, sedili praticamente per terra. Infossata, con la gonna strapazzata e tirata su (fino all’inguine), in un turbine di violazioni seriali del Codice della strada e di soliloqui. La confidenza più interessante del cummenda è stata sulla sua infanzia (ai tempi della guerra). Una piacevole pausa dai racconti di barche, donne e automobili.
Come tanti sfollarono all’avvicinarsi del fronte. Suo padre, sua madre, lui e i fratellini al seguito: alla ricerca di un rifugio. Lo sguardo smarrito del contadino quando bussarono esausti alla sua porta. Quel villico (semplice e povero) dovette fare i calcoli: campavano con pane, cipolle e altre robette dell’orto. Ci sarebbero riusciti anche con la metà? Dove metterli a dormire? Per quanto? Dove trovare i materassi? Il cummenda e la sua famiglia, alla fine, vennero accolti e condivisero quella povertà per qualche mese. Poi la rimisero in piedi (la fabricheeetta) e via di nuovo. Le guerre passano, le difficoltà pure.
Finita la scarrozzata, la (sua) conclusione fu la seguente: sono i rapporti che contano (tra la gente e tra le nazioni), e quelli si costruiscono nei momenti duri: “Guardi l’America” – (il cummenda mi dà del lei) – “siamo ancora grati per l’aiuto che ci diede quando eravamo alla fame dopo la guerra”. Frenata. Sgasata roboante e finale. Motore spento.
Fine mattinata e si riparte per nuove infrazioni. A tutto gas al ristorante.
Il cummenda gode nel portarsi al fianco qualche ragazza. Una consulente è l’ideale. Nessuno può pensare male e tutti lo fanno. Può sorridere alle strizzatine d’occhio di qualche amico e può accennare un sorriso malizioso a chi chiede come io sia sotto le coperte (cosa che ovviamente non sa). Ma che importa. Viviamo nel mondo dell’immagine.
Attorniato da un amico ed un paio di avvocatoni inizia il pranzo ed iniziano i soliti (logori) discorsi sull’Italia, sul governo e sui migranti. Si parte dalle cannonate ai barconi e si finisce al loro abbandono in mare. Neanche da bar. Molto meno. Cose che meritano l’attenzione di uno bravo. Bravo davvero per farli sdraiare sul lettino e chiedere cos’hanno.
Alla fine (anche se me ne stavo buona-buona), me l’hanno fatta (la domanda). E che cosa ne pensassi era ardua da dire. Sarebbe diventata solo una polemica e con certe compagnie si deve stare attente: “Ti portano in basso, al loro livello, e ti battono con l’esperienza”. Avessi detto la metà di quello che volevo, la replica sarebbe stata scontata: “Dottoressa, se li prenda lei, a casa sua, i migranti”, oppure, “è finito il tempo della bontà, lei è una giovane ingenua”.
Ma adoro i giochi a chi l’ha più lungo. Anche se non ce l’ho, mostro altro: la pinna dello squalo (non minaccia. Mozzica direttamente).
Prendi allora un calice di vino, lo tieni qualche istante in mano (il rosso delle unghie sul vino è un bel contrasto). lo appoggi lentamente sulle labbra. Un solo sorso. Poi, consigli di vederla come un’interessante opportunità finanziaria: anziché sparare cannonate (che costano soldi), meglio comperare partecipazioni in cantieri che producono gommoni. Fortunatamente sono in milioni che voglio scappare: si appresta ad essere un bel mercato florido per decenni, insomma, soldoni a palate. Sorridi. Appoggi il bicchiere. Ti passi lentamente il tovagliolo sotto le labbra (mentre qualcuno comincia finalmente a rendersi conto che si stava parlando di esseri umani) e chiedi cosa c’è di dolce.
Stasera sono milanese. Fuori a cena ma poco alcol (sabato, ad un addio al nubilato versiliano, ho esagerato). Sarò un’angioletta.

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