Bisognerebbe smettere di parlare genericamente di “Africa” in relazione a questo travaso epocale di popoli, dando invece un nome preciso ad ognuno dei paesi da cui essi provengono.
Ormai si parla di “migranti dalla Siria”, “profughi ‘siriani'”, “profughi dalla Siria”. S’identifica cioè il paese d’origine. È un gran passo in avanti. Io spero che si finirà col distinguere i veri profughi da questa massa di migranti economici che stanno approfittando semplicemente del caos.
Bisognerebbe smettere di parlare genericamente di “Africa” in relazione a questo travaso epocale di popoli, dando invece un nome preciso ad ognuno dei paesi da cui essi provengono, ed identificando quei governi liberticidi, corrotti, affamatori, guerrafondai da cui tanti di questi “disperati” fuggono.
Ad ognuno le sue responsabilità. I satrapi africani saccheggiatori del tesoro pubblico andrebbero pertanto identificati con nome, soprannome e appartenenza tribale, invece di svolgere loro il tappeto rosso quando vengono in Europa.
Il termine “disperati” con cui è ormai doveroso, all’insegna del buonismo, designare tutti i migranti, facendo, in tal modo, di tutt’erba un fascio misericordioso, ha come risultato d’apporre un’etichetta unica su un misto di popoli, etnie e tribù con lingue, tradizioni, religioni, valori, ben distinti; e spesso anche in lotta e in odio tra loro (vedi ad esempio l’odio tra sciiti e sunniti). E tra questi popoli africani il razzismo, di sangue o di religione, alligna con molto ma molto più vigore che tra i popoli europei, dove vige il culto quasi religioso dei diritti umani, ma che sono tacciati quotidianamente di “populismo” e di “razzismo” per il loro livello di solidarietà planetaria giudicato insufficiente.
Occorrerebbe anche cercare di conoscere il nome e il cognome, le reali motivazioni, e per quanto possibile anche gli antecedenti penali di chi mette piede sulle coste italiane sbarcando da un’imbarcazione di fortuna o da una delle navi-traghetto della generosa marina militare italiana che va a prelevarli fin sotto le coste della Libia.
“Disperati”, “Africa”, “scafisti”, “solidarietà”, continuano ad essere invece i termini nebulosi e ambigui di cui la stampa si serve, e il cui effetto è di dare contorni biblico-messianici a un fenomeno di annullamento delle frontiere che è forse foriero per i paesi europei di una perdita progressiva dei valori nazionali e dell’identità storica originaria. Perché la vera ricchezza dell’Europa è lo spirito dei popoli che la costituiscono, ossia lo spirito “europeo”. In ogni Paese del nostro continente, lo spirito dei suoi abitanti ha trovato, grazie a un travaglio secolare, una sua distinta speciale espressione: il carattere nazionale. Spirito e carattere che un travaso accelerato di culture cariche di consuetudini, atteggiamenti, mentalità, valori all’opposto di quelli europei – vedi il contrasto tra Islam e Cristianesimo – non potrà che alterare e snaturare.

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