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Vanno curati i “malesseri” che ci dividono: dal referendum greco alla dichiarazione di inammissibilita’ del referendum chiesto dal Veneto. Non puo’ bastare l’appello all’unita’

di Giuseppe Macrina | 5 Luglio 2015

Nel momento in cui scriviamo, siamo a poche ore dal referendum greco.

 

Si gioca così in queste ore una partita importante non solo per la Grecia ma – ne siamo tutti consapevoli- per l’Europa intera, per quell’ Europa che avremmo voluto migliore e più coesa anche sotto il profilo dell’accoglienza ai profughi ma che credevamo forte e compatta sotto altri versanti, con diciannove Paesi che dell’euro hanno fatto la loro moneta unica.

Sono i contraccolpi di una crisi economica che ha troppo stremato larga parte della popolazione, alimentando sentimenti di indipendentismo tant’è che Tsipras, in un discorso alla nazione, ha precisato che “….. il voto di domenica non è contro l’euro. Siamo contro l’austerity. Votate no, i creditori stanno ricattando i greci …”. E in effetti cos’altro può aspettarsi la troika da una Grecia immiserita? che si venda il Partenone? O se anche questa volta una soluzione “tampone” la si trova, non è come mettere la polvere sotto il tappeto?

 

Ma non è tanto di questo che si vuole dire, quanto dei fatti nazionali e dei venti di secessione che spirano all’interno dell’Italia, dove la Regione Veneto già da tempo ha ufficializzato l’intendimento di arrivare a una consultazione popolare, varando leggi per l’ “indipendenza”.

Ora la Corte Costituzionale ne ha decretato l’inammissibilità – e ciò francamente era prevedibile e di facile intuizione- rendendo note a fine maggio le motivazioni costituzionali sottese a tale pronuncia.

 

I fatti sono noti e quindi ci limitiamo, solo per comodità di lettura, a riassumerli.

 

Lo scorso anno, con due leggi regionali del 19 giugno, il Presidente della Giunta regionale veneta veniva autorizzato ad instaurare con il Governo un negoziato volto a definire il contenuto di un referendum consultivo finalizzato a conoscere la volontà degli elettori circa il conseguimento di ulteriori forme di autonomia della Regione. La stessa legislazione prevedeva che qualora il negoziato non fosse giunto a buon fine, il Presidente della Giunta regionale era altresì autorizzato ad indire un altro referendum consultivo per  trasformare il Veneto in una regione a statuto speciale e trattenere nel suo territorio oltre l’ottanta per cento delle tasse.

 

Correttamente contestata dal Governo Renzi per violazione del principio fondamentale di unità dello Stato italiano, la Corte , con la sentenza n. 118/2015, ha decretato, come si è detto, l’illegittimità delle leggi.

Non sono infatti valse le motivazioni contrarie addotte dalla difesa regionale secondo cui le leggi impugnate sarebbero comunque rispettose delle prerogative statali, non solo perché prevedono un preventivo negoziato proprio con il Governo ma anche in virtù del carattere puramente consultivo del referendum da esse previsto.

Non solo. Consapevole delle altre precedenti decisioni della Corte in merito ad analoghe iniziative referendarie regionali – sentenze peraltro tutte anteriori alla riforma che, operata con la legge costituzionale n. 3/2001 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione), è andata verso una maggiore autonomia regionale- la Regione Veneto in sede di difesa ha richiamato varie critiche dottrinali a queste pronunce: critiche che hanno evidenziato come la Corte si sia ispirata a una visione politica sospettosa del libero esprimersi di autonome forze popolari e ansiosa di creare protezioni artificiali per l’esercizio del potere da parte di una classe politica nazionale, la quale risulterebbe incapace di conciliare realisticamente l’unità nazionale con le crescenti rivendicazioni delle autonomie locali.

 

Anche questa volta La Corte Costituzionale si è allineata alle precedenti pronunce, ribadendo che : «Il referendum consultivo (sull’indipendenza del Veneto) non solo riguarda scelte fondamentali di livello costituzionale, come tali precluse ai referendum regionali secondo la giurisprudenza costituzionale, ma suggerisce sovvertimenti istituzionali radicalmente incompatibili con i fondamentali principi di unità e indivisibilità della Repubblica, di cui all’articolo  5 della Costituzione. L’unità della Repubblica è uno di quegli elementi così essenziali dell’ordinamento costituzionale da essere sottratti persino al potere di revisione costituzionale “.

 

Ma al di là dell’esito negativo del giudizio costituzionale, l’esperienza del Veneto fa ancora una volta vedere come –complice anche la crisi economica – si stia scivolando verso un pericoloso crinale: fatta l’Italia, occorre ancora fare gli italiani! Ci si riuscirà mai? No, se lo Stato centrale continua a non sapere dare risposte efficaci a tutti e non solo ai veneti.

 

Non ci si può nascondere dietro un dito e ignorare il problema dell’indipendentismo veneto come se non esistesse… esso non è una novità degli ultimi giorni. Né può giovare a sradicarlo il semplice richiamo al sentimento di unità nazionale.

Solo le risposte concrete che i nostri Governi saranno in grado di dare potranno curare il malessere di cui quell’indipendentismo si alimenta.

Pubblicato in : Editoriale

Info Giuseppe Macrina

Vissuto a Roma, dove ha compiuto gli studi laureandosi in Giurisprudenza e specializzandosi in Diritto penale e Criminologia, si è trasferito a Firenze nel 2003. Per oltre trent’anni ha lavorato presso importanti Società autostradali quale responsabile della gestione dei contratti relativi ad appalti di lavori, servizi e forniture. Giornalista pubblicista, è autore di numerosissimi saggi su svariati temi di interesse per le imprese: dalla contrattualistica alle normative di semplificazione amministrativa e a quelle attinenti alle prescrizioni di sicurezza e di salute da attuare nei cantieri. Su appalti pubblici e normativa antimafia ha
anche pubblicato tre libri.

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