Non eravamo contrari alla riforma, ma senza eliminare la burocrazia e i costi suoi e del personale amministrativo in eccesso la voragine finanziaria è stata nascosta come la polvere sotto il tappeto
C’era chi per mesi ha pensato che fossimo solo dei gufi, dei vecchi politici, tromboni e trombati con il veleno nella penna anzichè l’inchiostro, dei disfattisti ad oltranza quelli contro sempre e comunque e quelli che ad ogni costo debbono disturbare il manovratore nonostante il divieto a lettere cubitali sopra il posto di guida del conducente del tram. E no, niente di tutto questo, solo umile esperienza maturata per anni nelle trincee avanzate dei piccoli comuni dell’hinterland come sindaci in prima linea e attenti e disincantati vicesindaci in una delle città più belle del mondo ai tempi in cui politica e attività amministrativa di governo contavano davvero. E ora a pochi mesi dall’entrata in vigore della legge di riforma delle vecchie province con l’istituzione degli enti intermedi di secondo livello e delle cosiddette Città metropolitane si scopre che le nostre amministrazioni non rischiano il collasso solo per infiltrazioni di malaffare in odor di mafia come a Roma ma anche, come nel caso di Milano, per un buco di bilancio di circa 500 milioni che la nuova legge ha cancellato dai trasferimenti dello Stato a quell’importante istituzione che stava in mezzo al Comune e alla Regione. E’ sulle cronache di tutti i quotidiani questa settimana il caso Milano, dove il sindaco metropolitano Giuliano Pisapia ha provocatoriamente messo in vendita la sede della Prefettura di Corso Monforte per far quadrare i conti in rosso dalle mancate entrate derivanti dalle somme che ogni anno lo Stato metteva a disposizione delle amministrazioni provinciale italiane. Per mesi abbiamo gridato ai quattro venti che la legge di riforma Del Rio, oltre l’acqua sporca avrebbe gettato insieme il bambino neonato. Non perchè fossimo professori di diritto costituzionale, ma solo perchè come abbiamo detto sopra nelle amministrazioni locali ci siamo stati seriamente per anni a far conciliare ai nostri concittadini il “pasto con la cena” ovvero mettere nel posto giusto le poche risorse economiche disponibili per garantire servizi, funzioni e investimenti ai propri amministrati che ci avevamo messo li con la fiducia del loro voto. Non eravamo e non siamo contrari in assoluto alla riforma delle vecchie Province, ma leggendo le bozze ai tempi della proposta di conversione avevamo evidenziato in rosso tutte le nostre perplessità. In primis avevamo sostenuto che il primo passaggio dovesse essere una riforma generale della burocrazia di tutte le istituzioni del Bel Paese. Abbiamo delle procedure che risalgono ai tempi dello Statuto Albertino che non sono più in linea con la civiltà informatica 2.0 di internet. E abbiamo per questo un esercito di dipendenti pubblici inutili che costano, poco efficienti estremante tutelati dalle organizzazioni sindacali nazionali che esasperano il cittadino italiano invece di agevolarlo e risolvergli i problemi quotidiani oggi più che mai in questa drammatica situazione di crisi economica. I nostri suggerimenti sono caduti nel vuoto. La fretta era fare una riforma per non perdere consensi visto che le spinte populiste dei Cinque stelle volevano al rogo i politici nullafacenti e strapagati con le poltrone d’oro. Peccato si siano colpiti i consiglieri provinciali (pagati con irrisori gettoni di presenza) e presidenti e assessori (con indennità di carica che non raggiungono nemmeno un terzo degli stipendi di parlamentari e consiglieri regionali). E non non si sono toccati minimamente i numeri del personale delle Pubbliche amministrazione temendo la levata di scudi dei sindacati e della protesta di piazza. Allora la montagna ha partorito il topolino della legge che ora di fatto impedisce ai cittadini di eleggere presidenti, sindaci metropolitani e consiglieri provinciali delegando questa funzione ai consiglieri comunali delle rispettive province e in second’ ordine alle segreterie dei partiti politici che si spartiscono a tavolino posti e posizioni di potere senza la seccatura di rivolgersi all’elettorato. Spiace che a questo giochetto si sia prestato il premier Renzi, già presidente della provincia e già sindaco di Firenze e anche il ministro Graziano Del Rio già primo cittadino di Reggio Emilia. Chiudiamo con un consiglio finale. Chi ha dei soldi da parte faccia un pensierino sull’acquisto della Prefettura e di Palazzo Isimbardi a Milano nella sala della giunta il soffitto è affrescato stupendamente dalla fantastica mano del maestro Tiepolo.

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