Le macchie di colori – colori vividi – come tessere di un puzzle placano il misterioso, selvatico animale e lo introducono nella nostra fantasia come deprivato delle sue pur non irrilevanti qualità offensive.
Essendo mammifero perissodattile o ‘impari-digitato’, lontano parente (a quanto pare) dell’asino e del cavallo, massiccio e un po’ sgraziato, una specie di ciclopico maiale con due corni (non corna) sul muso allungato, dalla vista per nulla eccezionale ma con udito e olfatto finissimi, giammai il più famoso o famigerato o temibile animale – almeno nella mia memoria di fanciullo – a differenza del leone o della tigre, io quando mai avrei più riflettuto sulla figura (e sulla essenza) del rinoceronte, se non incontrando – del tutto involontariamente – il “Rinoceronte” di Paolo Della Bella? Deve aver toccato qualche corda profonda del mio essere, mi son detto, dal momento che ha mosso la mia fantasia e, con essa, il pensiero; una fila di suggestioni e di idee, di emozioni e di riflessioni. Non è questo lo scopo, il senso, la missione, il destino, l’ulteriore compimento di un’opera d’arte (una volta che sia ultimata e ‘sfornata’ dalla fucina/atelier dell’artista)? Già. Ed è così che la stessa diventa, in un certo senso, bene a ‘proprietà diffusa’. Tutte le opere d’arte, infatti, hanno un autore che può rivendicarne la paternità, e un proprietario (ove non sia ancora lo stesso autore) che ne gode il possesso e i diritti di utilizzazione; quindi ci sono coloro – un numero indefinito di persone – che le opere d’arte le osservano e che talora – in una misura soggettiva e incognita – se ne lasciano affascinare o appassionare e dunque le interpretano, ed interpretandole possono arrivare ad amarle e con ciò – quasi senza accorgersene e in un mondo tutto immaginario – ad impadronirsene. Per meglio dire, si configura dunque un rapporto specialissimo ed esclusivo, affine a quello di genere proprietario, con l’immagine e il senso di un’opera d’arte.
Ecco allora, in sintesi, il mio “Rinoceronte”: le macchie di colori – colori vividi – come tessere di un puzzle placano il misterioso, selvatico animale e lo introducono nella nostra fantasia come deprivato delle sue pur non irrilevanti qualità offensive; lo addomesticano apposta perché viva esso stesso a proprio agio – più coccolato che temuto, più spensierato che seccato – nella galleria, nella sala o nel loft di turno, magari su un’estesa parete, a sormontare un divano o manufatti di varia foggia in apparente disordine. Attenzione: per quanto come sopra tradotto, il “Rinoceronte” di Della Bella è nato per sovrastare, cioè per stare-sopra, per incombere – pur non minacciosamente – su qualcosa. Dopo questo ingresso nella nostra realtà quotidiana, tuttavia, il “Rinoceronte” può avere in serbo qualche sorpresa, può essere la causa (o l’occasione) di un contro-movimento anche più profondo per il quale, dietro tranquillanti apparenze, ciascuno (ri-)scopre nell’immagine, e dunque dentro di sé, la dimensione primordiale ed istintuale dell’esistenza. Di questo che ho chiamato “contro-movimento” sono segno indiscutibile le campiture di nero che abbondano nella parte meridionale dell’animale, a partire dalle zampe posteriori, e che apparentemente salgono, s’insinuano o s’impongono su per la medesima; in realtà le stesse essendo traccia di una figura necessariamente tutta nera, forse in omaggio ad una delle due specie africane (appunto, il rinoceronte nero) ovvero rinviando a tutto ciò che il nero può evocare. Val la pena di citare, al proposito, le parole di un maestro della pittura: “Il nero è qualcosa di spento, come un rogo arso completamente. E’ qualcosa di immobile, come un cadavere che non conosce più gli eventi e lascia che tutto scivoli via da sé” (W. Kandinsky, “Lo spirituale nell’arte”). Anche se nel “Rinoceronte” il rogo non sarebbe stato completamente arso, l’immobilità non impedirebbe il tuffo (altro che quello scivolare via da sé!) in un mondo fatto di paure ancestrali, privo di orpelli e tutto vissuto nella tensione tra Eros e Thanatos – vita e morte. Tensione che si può concretamente rinnovare/attualizzare ogni volta che si abbia la ventura di incontrare un rinoceronte in carne ed ossa, magari incazzato e sul punto di iniziare una carica. In “Fuga sul Kenya” Felice Benuzzi racconta come nei cartelli di certe strade fosse scritto: “Beware of Rhino”. Cautela per fortuna superflua, per chi avrà il privilegio di incontrare personalmente, sorprendentemente, semplicemente il “Rinoceronte”.

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