Non è passato molto tempo dall’esaltazione divulgata in canzoni di grande successo per il terrorista che deraglia treni di lusso e per il bombarolo moderno.
E’ entrato in redazione, attraverso la portineria vuota ed ha pugnalato con uno stiletto dal nastro rossonero il direttore del giornale. Il giornalista già oggetto di un attentato bombarolo stavolta non ce l’ha fatta. Sono mesi di paura. Minacce alla figlia del premier di sfregi al vetriolo in faccia. Lo stesso presidente del consiglio che si salva da una bomba a Napoli. Salta in aria un teatro di Barcellona, 20 morti. Due bombe scoppiate nel centro di Firenze, 4 morti e 10 feriti; stesso schema in un caffè di Parigi dove restano a terra 2 persone. Gli attentatori di questa jihad riescono, qualche volta si altre no, a colpire i loro bersagli. Muore un presidente in Spagna, si salva il presidente della repubblica francese. Falliti gli assassinii del re di Napoli e dell’imperatore francese, invece muore al secondo tentativo il presidente francese. Resiste il re di Spagna, anche il premier italiano per la seconda volta, come il Kaiser incolume da due attentati mentre muore invece lo Zar. Anche un leader della sinistra, accusata di convivenza con il terrorismo, è vittima di un tentativo di omicidio politico. Muore il re d’Italia che si era salvato dall’attentato di Napoli. Nemmeno le donne sono esenti dalla minaccia e la principessa imperatrice viene uccisa all’uscita dell’hotel di Ginevra. Poi la minaccia diventa esecuzione anche per un altro presidente francese e per il re jugoslavo. E’ la mano di un terrorismo senza fine, una guerra permanente alle società floride dell’Europa della prima globalizzazione. Non sono esenti dalla paura ricchi, politici, attori, giornalisti, finanzieri, vip. Chi arma questa mano folle ed omicida? Chi sono i terroristi che imperversano in un continente? Tutti fatti e domande che appaiono d’estrema attualità ma che rientrano negli archivi della storia. Quando i terroristi non erano arabi o musulmani. Quando lo eravamo noi italiani. Angiolillo, Caserio, Milano, Bresci, Lega, Lucheni, Caporali, Passannante, Zamboni e migliaia d’altri impegnati per due secoli, con il picco di fine ottocento, a buttare bombe, usare rivoltelle, impugnare il pugnale. Ogni generazione decisa a uccidere i reggenti del potere, a sostituirsi ad essi per divenire poi custodi arcigni e reazionari del potere conquistato un tempo odiato. Per cui la condanna del terrorismo è piena nell’età anziana con il retrogusto del fascino subitone in età giovanile. Non è passato molto tempo dall’esaltazione divulgata in canzoni di grande successo per il terrorista che deraglia treni di lusso e per il bombarolo moderno. Si ascoltano sempre, magari sabotando freccerosse, bianche e blu. Altro deja vu, lo mostra la mantellina del grande martellatore dell’assassinio politico. La magistratura bolognese indaga contro il terrorismo. Affina i metodi di indagine e interrogatorio. E’ disposto a concedere anche il manicomio invece del carcere per dimostrare il grande complotto che colleghi paesi nemici ai dinamitardi. Poi alla questura di Palermo, adotterà gli stessi metodi nella lotta alla mafia siciliana. Infine l’esperienza giudiziaria si rivolgerà contro la stessa classe politica. Un dejavu dell’evoluzione dello schema 7 aprile e della sua devolution nelle trattative tra le buone bombe dell’impegno socialpolitico e quelle cattive del pizzo. Dicono sia impossibile comprendere il furore terrorista. Basterebbe guardare dentro noi stessi. Nella gloria mitizzata dalla propaganda risorgimentale per i cospiratori che spezzano la catena e uccidono simbolicamente e fisicamente il despota. Fu il mito democratico secolare dei regicidi di Cesare. Fu il pensiero dei fondatori dell’era moderna del Paese. Se non si può vincere in campo aperto, c’è sempre il terrorismo. Alla lunga agli sconfitti restano le colpe e le vittime. Per gli stessi atti, ai vincitori, gloria e meriti. Non è questione di morale o giustizia ma solo di forza e astuzia. Chi vince, malgrado tutto, non è mai terrorista.

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