Questo intervento grondante passione civile di Giovanni Fiorentino, avvocato, liberale fino al midollo, mai rassegnato alla mediocre etica pubblica di questi tempi, segue di una settimana l’iniziativa, promossa da Pensalibero ed altri, per dare vita in Toscana ad un movimento di ribellione civile di fronte al degrado politico, economico e civile di quella ex regione felix. Una rondine non fa primavera e nemmeno due. Ma registriamo con piacere che si fa strada la consapevolezza che non si può uscire dalla crisi se non al di fuori degli attuali schemi. Se in ogni angolo del Paese spuntassero “mille fiori”, chissà…
Nelle non numerosissime occasioni nelle quali sono intervenuto su questa testata uno dei motivi dominanti è stato la constatazione della contrapposizione, in via di principio innaturale in un sistema democratico efficiente, degli interessi della società civile da una parte e dei ceti politici e burocratici e sovente imprenditoriali collusi dall’altra. La schematizzazione, anche se necessariamente approssimativa e semplicistica per non dare conto delle antinomie e delle contraddizioni che pur pervadono tali non monolitici corpi sociali, coglie tuttavia la tensione esistente tra le divergenti esigenze di chi nella difficoltà del presente si arrabatta per il mantenimento di un tenore di vita dignitoso che impedisca il suo regredire in una situazione di povertà relativa se non peggio, e di chi per il suo status è nella condizione di poter conseguire, in maniera formalmente lecita o addirittura facendo ricorso all’illegalità, rendite di posizione in definitiva parassitarie che sottraggono risorse al perseguimento di obiettivi di interesse pubblico.
Tale più generale contesto, complice il mai sufficientemente esecrato sistema di rappresentanza vigente, è per molti versi la risultante del progressivo sfaldarsi indotto dei partiti ideologici, tutti almeno in via teorica portatori di una visione nobile della politica, e dell’affermarsi in loro vece di formazioni partitiche confusionarie e senza storia, naviganti a vista, prive di adeguato personale dirigente motivato da ragioni ideali e spirito di servizio ma sovrabbondanti di parvenu improvvisati ed incapaci, legittimati nella loro posizione quasi esclusivamente dal servilismo e dall’obbedienza al leader di turno. L’assenza di ogni formazione e di ogni competenza sul funzionamento delle istituzioni ha così alterato i rapporti di forza nell’ambito istituzionale facendo venir meno di fatto il primato della politica e rendendo obbligata l’alleanza dei neofiti, in particolare ma non solo, con l’alta burocrazia, la cui voracità aggiuntiva crea ulteriori occasioni di torchiatura per l’uomo qualunque.
Ogni pretesto è divenuto buono per favorire le occasioni di corruttela. Così, tanto per fare un esempio, essendosi prodotta a Genova la disastrosa esondazione a tutti nota, si è (illogicamente) colpevolizzata la legislazione sugli appalti che non avrebbe consentito la necessaria speditezza degli affidamenti e si è quindi ipotizzato un intervento legislativo correttivo che avrebbe di fatto consentito una maggiore libertà di movimento e di corruzione alle Stazioni appaltanti; ma successivamente, in occasione degli scandali che hanno interessato l’Expo 2015 e Roma Capitale, a nessuno è venuto in mente che gli appalti ad personam possono scoraggiarsi riducendo al massimo la discrezionalità valutativa (?) delle condizioni economicamente più vantaggiose e facilitando la contestazione giurisdizionale dei bandi di gara confezionati per chi deve vincerli. Si è invece affidata una funzione di controllo nella gestione degli appalti al dott. Raffaele Cantone, laddove non è una persona fisica che può moralizzare un sistema retto da regole a maglie larghe, ma la predisposizione di un apparato normativo semplice e stringente.
La protesta sociale, annientata dall’autoreferenzialità assorbente del consociativismo partitocratrico di tipo padronale e dal crescente deficit democratico, si è finora manifestata in sterili, anche se via via crescenti, manifestazioni di dissenso. Al mugugno sono subentrati i voti referendari e poi il consenso ai grillini e poi l’astensionismo marcato e poi lo sciopero politico; siamo in una situazione movimentista potenzialmente rivoluzionaria, finora ammortizzata dalla violenza verbale dell’avanspettacolo grillino, dalla strumentale sortita antieuro fomentata da Salvini, dal disinteresse di chi non vuole o non sa comprendere che nell’equità sociale è il necessario superamento degli interessi individuali e di gruppo, dalla rassegnazione di chi ha perso ogni speranza di perseguimento del pubblico bene con questa classe politica e questo sistema elettorale. Ma fino a quando?
Qualche tempo fa una provvida iniziativa del “Corriere della Sera” ripropose all’attenzione degli italiani alcuni scritti di vigorosi pensatori politici di diverse scuole che hanno operato negli anni della Costituente e nella prima repubblica; i testi, pur nella diversità di pensiero proprie dei singoli autori, trasudano nelle loro pagine la passione civile, lo spirito di servizio, l’eticità e il primato della politica, il rispetto delle idee altrui, la volontà di dialogo, la progettualità di un domani migliore per tutti.
La rilettura di quelle pagine, nel mentre ci fa avvertire la contemporaneità di questi titani del pensiero, ci proietta in un mondo che trapassa un secolo pur essendo non lontanissimo negli anni, in un “commune sentire de re publica” fondante sulla eticità e sullo spirito di servizio che ha consentito la scrittura a più mani della nostra Costituzione, che tanti ci invidiano. Esse sono le precondizioni per lo svolgimento di un’attività politica degna di questo nome, che il Croce riteneva potesse meglio svolgersi da una “classe non classe” ravvisata nella borghesia in quanto, per condizioni sociali ed ascendenze culturali, portatrice di tali valori.
Se per un miracolo Benedetto Croce potesse rinascere, morirebbe subito di crepacuore. Ma se la borghesia quale classe si è in buona parte snaturata smarrendo la sua identità genetica, la solidarietà sociale fondante sull’eticità dei comportamenti e sul disinteresse personale si è arricchita di nuovi attori, spesso strumentalizzati a loro insaputa, più spesso ancora privi di una adeguata cultura politica ed anche per questo quasi mai interessati ad una partecipazione diretta alla gestione del potere. Eppure i nostri rapporti sociali ed economici sono determinati dalla politica, gli sprechi e il malaffare incidono sulle finanze pubbliche ma anche di riflesso non poco su quelle private e una gestione oculata del potere e delle risorse consentirebbe l’attivazione di un circuito virtuoso di fruizione generalizzata di servizi, in specie da parte delle categorie più deboli. Ma anche e più, potrà contribuire ad attenuare il corto circuito esistente tra cittadini ed istituzioni, che costituisce la principale ragione di dissociazione e di malessere della società civile.
E’ alla “classe non classe”, non omertosa ed eticamente rigorosa, non apolitica ma operante per la realizzazione del buongoverno, attiva per l’affermazione dei principi di legalità e di giustizia ma non giustizialista, sollecita degli interessi generali e non remissiva di fronte ai potenti, accomunata dal senso del bene comune e fuori da logiche partigiane, che va l’appello per un‘attività di supplenza civica che possa essere costruttiva e meritoria, le cui modalità operative potremo organizzare e definire pragmaticamente a breve. E’ un appello che doverosamente affido in anteprima a Pensalibero, al suo Direttore ed alla Redazione, che sempre hanno ospitato con affetto le mie riflessioni sul tema ora riproposte.
Potrà questa piccola favilla secondare una grande fiamma? A 70 anni quasi suonati lo spero per le generazioni più giovani della mia e quelle future che, riappropriandosi del proprio destino nel segno del pensiero degli avi, potranno ritrovare l’orgoglio del proprio passato ad esso attingendo “l’eterne speranze”.

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