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Le interviste di Pensalibero: Marzio Siracusa

di Adalberto Scarlino | 30 Ottobre 2011

Ci conosciamo fin da ragazzi anche se non ci siamo frequentati molto. Sapevo dei tuoi interessi letterari e ho sempre letto i tuoi interventi un po’polemici ma sempre stimolanti su “Pensalibero”. Ora vedo anche la notizia di un altro tuo libro. E allora ecco l’idea dell’intervista nata da Nicola. Cosa ti proponi col tuo impegno narrativo? 

Vorrei innestare il mio lavoro in un discorso critico sul nostro tempo, discorso che oggi mi sembra abbandonato e sostituito da interessati allarmismi apocalittici. Se questo innesto sia riuscito non posso certo dirlo io. Posso dire però che la pretesa di un discorso critico avente come tramite la forma romanzo ha reso praticamente impossibile una ricezione del mio lavoro. Infatti questa pretesa si è scontrata fin dagli anni settanta con l’andazzo editoriale di quel tempo, al punto in sostanza da escludermi dal gioco editoriale che non prevedesse una narrativa impiantata sul memoriale e il panpsichismo individualistico e sociale, su quelle che chiamo le “ eterne verità della vita ” fatte di aspirazioni, sconfitte e vittorie così risapute da risultare abbordabili da qualsiasi penna. E d’altra parte proprio la vacuità dei contenuti incitava e incita a insulsi sperimentalismi che camuffano autori inventati, ossia autori che non avevano e non hanno niente da dire se non il già orecchiato nella vulgata mediatica, autori che erano e sono semplici emulatori, come un po’ tutta la nostra generazione è stata incantata dall’emulazione di tempi storici emotivamente condizionanti e subiti, ma non nostri. Il prevalere dello psichismo, dove anche il femminismo mi sembra impantanato, e la vacuità dei contenuti rispecchiano un vuoto storico che il dopoguerra eterno ha accentuato, e non solo in narrativa. A ciò si deve aggiungere una secolare eredità scolastica per cui importante era, ma direi che ancora è, scrivere bene ciò che si sente, un misto di manzonismo e verismo che ha vincolato la bella scrittura alle verità interiori, e poiché chiunque è portatore di verità chiunque può raccontare la propria storiella, e più è risaputa più è vera. Ciò ha contribuito a quella scrittura di massa in cui la più insulsa esperienza una volta contorta permette contenuti retorici assolti sempre nel mito rondiano della bella pagina, nella facile resa icastica già cucinata per cinema e TV. La scrittura al computer poi ha ulteriormente affossato la narrativa attuale lusingata dalla riduzione della fatica fisica ancora forte con la macchina da scrivere, e dalla possibilità di reiterare all’infinito qualsiasi storia di impressioni e stati d’animo. Si approda così a una scrittura priva di motore inventivo che non sia il colpo di scena ospedaliero, l’incidente o la malattia, gli innamoramenti incrociati o lo specchio memoriale, e infine le due versioni banali del viaggio odierno, il viaggio dell’odisseo impiegatizio intorno al mondo e il viaggio pornografico e comunque onanistico intorno al corpo. Questa scrittura in cui ancora oggi l’editoria si bea non possiede alcuna valenza critica, non indica niente, abbandona il campo della storicità per quello dell’attualità. Ma correggere l’attualità non fa che affossarci e promuove l’attualità a falsa chiave dei nostri problemi. Mi sembra che raccontare l’attualità sia un “ qui pro quo ”, come a “ qui pro quo ” si riducono tutte le denunce. Né vedo come alternativa utile la “ fantasy ”, piuttosto occorrerebbe raccontare l’uscita dall’attualità facendola scontrare con la storicità.

Parlaci allora dei tuoi libri e in particolare dell’ultimo

Sì, ma ancora un preambolo. Per quanto detto io non sono il pensionato romanziere senile ma un autore pubblicato in tarda età, e senza compiacimento perché di fatto non posso nemmeno ascrivermi alla categoria degli incompresi. Il mio primo libro edito, “ La mirabile storia di Saverio Fanàl ” in realtà è l’ultimo ad essere stato scritto, il secondo “ Il segreto viaggio di Dietrich Taufriegel ” è il primo e risale addirittura al 1973, e fu secondo al premio “ Inedito ” del 1976, allorché vinse “ Memorie malvagie “ di Barbara Alberti, storia di macellai stupratori appoggiata da Cesare Zavattini. Presto invece uscirà un romanzo del 1980, “ Lo Zodiaco di Haarlem ”, e poi l’opera a cui più tengo ma ancora in cantiere, “Mille anni dopo”. Le mie vicende editoriali sono paradigmatiche e resto fortemente convinto che a causa del torpore morale e intellettuale perdurante da oltre mezzo secolo e non ancora estirpato, le future generazioni di critici sono destinate a scoprire almeno decine di manoscritti di valore giacenti nei cassetti di tanti sconosciuti come me già scomparsi o in procinto di andarsene. Del resto la battaglia contro la sinistra sagrestana che ha spiazzato l’intelligenza critica non sarà certo vinta dai Veneziani, dai Ceronetti, dagli Sgarbi o dai Massimo Fini o da recuperi improponibili, invece la battaglia è lunga e richiede un ritorno non nazionalistico all’italianità, a ciò che criticamente la nostra storia ha significato e significa, con e senza la Chiesa. E per tornare a me non posso considerarmi nemmeno l’autore più sfortunato e incompreso, perché figure di indubbio rilievo come Giovanni Raboni o Enzo Siciliano, e potrei citare molti altri, hanno realmente apprezzato il mio lavoro ma senza il coraggio di imporlo proprio perché appartenenti alla prevalente area clericoculturale di sinistra. Basti dire che quando su “ Nuovi Argomenti “ presi le distanze dall’episodio fiorentino di “ Paisà ” l’allora direttore del Gabinetto Vieusseux, succeduto a Siciliano, impiantò nel cortile di Palazzo Strozzi lo schermo con la proiezione a ciclo continuo dell’episodio in questione. Questo per dire che Firenze e il suo hinterland sono particolarmente attardati e senili anche nelle nuove leve, tanto assetate di emotività politica e civile da scambiare un’esperienza filmica per personale vissuto storico, distorsione questa reiterata ormai da almeno due generazioni. Eccomi dunque a dire due parole sulla “ Mirabile storia di Saverio Fanàl ” uscito nel 2007. Il libro è una sfida sul raccontare fatta al Manzoni mentre l’autore degli “ Sposi ” soggiorna nella villa di Lesa nell’estate del 1852, prima dei moti milanesi dell’anno successivo. L’autore della sfida, Saverio Fanàl, è un veneziano fuggito nel 1848 e ritornato dalle morte reduciones gesuitiche del Paraguay dove nei primi del Settecento stava l’organista e musicista pratese Domenico Zipoli, che nella reduciones di Santa Catalina presso Cordóba morì nel 1726 senza avere il tempo di prendere il sacerdozio. La sfida lanciata a Manzoni è una sfida per la conquista di un raccontare che esuli dalla musica come dalla Provvidenza, per cui Manzoni stesso è accusato d’aver scritto non un romanzo ma un melodramma. In questo senso gli “ Sposi “ inaugurano la Provvidenza, ma si legga pure destino, quale facile accompagnamento musicale a qualsiasi introspezione e psichismo che grazie a tale comodo vettore sono ritenuti esemplari, baciati dalla verità e perciò degni di racconto. Nella trama del libro, che intrecciandosi all’insurrezione milanese del 1853 vedrà Fanàl soccombere, faccio dello stesso il diarista immaginario di Zipoli che nei suoi ultimi giorni nella reduciones persegue l’ideale di una musica impossibile a esistere nella nostra cultura, perché è musica che precede l’inflessione interrogante in cui ipotizzo il primo distacco del suono dal rumore. La storia si sviluppa in questo giuoco tra avvenimenti risorgimentali milanesi e il diario di Zipoli, e ha il suo giro di boa nella rappresentazione musicata degli “ Sposi ” avvenuta nel 1832 nella villa medicea di Poggio a Caiano alla presenza del Granduca. La testimonianza di questa rappresentazione fa scattare in Fanàl l’identità formale tra musica e Provvidenza come aberrazione del raccontare, identità a cui egli invece immagina che Zipoli voglia sottrarsi. L’invettiva lanciata da Fanàl, “ i popoli della terra hanno diritto a un racconto nuovo “, sintetizza a livello aforistico questo scontro che d’altra parte distacca la sua cospirazione dalla cospirazione risorgimentale dei suoi compagni. Se questo è l’assunto della “Mirabile storia”, col “ Segreto viaggio di Dietrich Taufriegel “ ho inteso spostare la critica all’insostenibilità dello sviluppo dall’ambito energetico e ecologico alla misura della visibilità delle cose che ritengo inversamente proporzionale alla loro complessità, ossia più la tecnologia ci propone cose complesse più perdono visibilità e quindi umanità, fino ad essere circondati da cose senza immagine. Recuperare l’immagine delle cose implica una rivolta che è etica, politica e pure religiosa, porzione questa del mio ragionamento che sconta il nucleo del libro, “Il sogno di Abramo”, dove auspico che Isacco sia ucciso da Abramo perché non possa nascere Gesù, motore vero dell’arricchimento e quindi della complessità delle cose orfane di immagine. La negazione di Gesù fa i conti e elide le tre religioni rivelate, ne prende le distanze non in nome dell’ennesimo trito paganeggiante, ma per l’ultima libertà residuale del nostro stare in una condizione storica che ci sfugge di mano. Ora ti puoi immaginare come un simile presupposto possa essere accolto nel trionfo odierno di credenti e atei bigotti. Rovello questo databile dagli anni settanta e che spiega ampiamente le mie pubblicazioni tardive. 

Anche se ci conosciamo fin da ragazzi mi permetterai in conclusione una domanda cattiva ma non maligna. Non pensi nei tuoi libri di mettere troppa carne al fuoco? La crisi del raccontare, l’origine della ricchezza in Occidente, il rifiuto di Gesù: il lettore avrà voglia di sostenere una narrativa con simili tematiche?

La domanda non è cattiva e è invece molto pertinente. Io, a torto o ragione non sono un saggista, ossia non scrivo trattati con postulati, assiomi, tesi e corollari, e per quanto la saggistica vada per la maggiore in ogni campo avverto molta rimasticatura, insomma i nipoti che straparlano dei nipotini dei nomi che furono. Certo nuove metodiche nella ricerca storica, nella storia delle religioni, nelle letterature comparate sconfinanti nell’antropologia e nell’etnologia hanno arricchito i punti di vista. Mi sembra però che il discorso critico che non voglia sfociare nel ribellismo fine a se stesso sia debole e abbia spostato la critica al capitalismo sfrenato dal mito della lotta di classe a quello dello sviluppo sostenibile. Dare a Marx un ricostituente ecologista non mi sembra un granché. Penso che invece dovremmo andare con spirito nuovo alle radici della nostra storia materiale, radici religiose, culturali e magari ripensare anche gli antefatti della tecnica e rileggere il tutto meno acriticamente. Occorre che finisca una storia reiterata e insistente sotto il falso nuovo della tecnologia. Il discorso è vastissimo e deve evitare la lusinga dell’originalità da prima pagina. Per operare questo passaggio restando a livello narrativo, mi sono addentrato in sintesi che potranno essere sbagliate o addirittura scostanti, ma che erano l’unico mezzo per affrontare o per lo meno impostare un apporto critico. Di qua l’apparente sovrapposizione di tematiche che potranno spiazzare il lettore abituato a storie con alfa e omega ben definiti, ma la nostra condizione storica e biologica molto vacillante impone proprio di scalzare a qualsiasi prezzo gli alfa e gli omega definiti. Ecco perché, come dici, nella mia scrittura sta tanta carne al fuoco, o forse è ancora sul marmo anatomico. Ma ancora una volta non sono io a potermi giudicare. Un grazie a te, Adalberto, e a Nicola e alla redazione di “Pensalibero “ per avermi dato l’occasione di questo intervento.

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: intervista, marzio siracusa

Info Adalberto Scarlino

Adalberto Scarlino ha svolto per lunghi anni l’attività di insegnante di italiano e storia nelel scuole medie superiori. Iscritto fin da giovanissimo al Partito Liberale Italiano è stato consigliere comunale di Scandicci negli anni sessanta e, tra gli anni ottanta e novanta, consigliere comunale a Firenze ed assessore nelle giunte Bonsanti, Lando Conti, Bogianckino e Morales. Segretario del circolo culturale Piero Gobetti e co-fondatore del Gruppo dei Centouno , è presidente del Comitato Fiorentino per il Risorgimento. E’ autore, con Silvestra Bietoletti, di “Firenze, percorsi risorgimentali ” , Lucio Pugliese editore, seconda edizione 2010.

Interazioni del lettore

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Le interviste di Pensalibero: Marzio Siracusa

Adalberto Scarlino intervista Marzio Siracusa sul significato della propria narrativa.

di Adalberto Scarlino | 14 Febbraio 2011

Ci conosciamo fin da ragazzi anche se non ci siamo frequentati molto. Sapevo dei tuoi interessi letterari e ho sempre letto i tuoi interventi un po’polemici ma sempre stimolanti su “Pensalibero”. Ora vedo anche la notizia di un altro tuo libro. E allora ecco l’idea dell’intervista nata da Nicola. Cosa ti proponi col tuo impegno narrativo?

Vorrei innestare il mio lavoro in un discorso critico sul nostro tempo, discorso che oggi mi sembra abbandonato e sostituito da interessati allarmismi apocalittici. Se questo innesto sia riuscito non posso certo dirlo io. Posso dire però che la pretesa di un discorso critico avente come tramite la forma romanzo ha reso praticamente impossibile una ricezione del mio lavoro. Infatti questa pretesa si è scontrata fin dagli anni settanta con l’andazzo editoriale di quel tempo, al punto in sostanza da escludermi dal gioco editoriale che non prevedesse una narrativa impiantata sul memoriale e il panpsichismo individualistico e sociale, su quelle che chiamo le “ eterne verità della vita ” fatte di aspirazioni, sconfitte e vittorie così risapute da risultare abbordabili da qualsiasi penna. E d’altra parte proprio la vacuità dei contenuti incitava e incita a insulsi sperimentalismi che camuffano autori inventati, ossia autori che non avevano e non hanno niente da dire se non il già orecchiato nella vulgata mediatica, autori che erano e sono semplici emulatori, come un po’ tutta la nostra generazione è stata incantata dall’emulazione di tempi storici emotivamente condizionanti e subiti, ma non nostri. Il prevalere dello psichismo, dove anche il femminismo mi sembra impantanato, e la vacuità dei contenuti rispecchiano un vuoto storico che il dopoguerra eterno ha accentuato, e non solo in narrativa. A ciò si deve aggiungere una secolare eredità scolastica per cui importante era, ma direi che ancora è, scrivere bene ciò che si sente, un misto di manzonismo e verismo che ha vincolato la bella scrittura alle verità interiori, e poiché chiunque è portatore di verità chiunque può raccontare la propria storiella, e più è risaputa più è vera. Ciò ha contribuito a quella scrittura di massa in cui la più insulsa esperienza una volta contorta permette contenuti retorici assolti sempre nel mito rondiano della bella pagina, nella facile resa icastica già cucinata per cinema e TV. La scrittura al computer poi ha ulteriormente affossato la narrativa attuale lusingata dalla riduzione della fatica fisica ancora forte con la macchina da scrivere, e dalla possibilità di reiterare all’infinito qualsiasi storia di impressioni e stati d’animo. Si approda così a una scrittura priva di motore inventivo che non sia il colpo di scena ospedaliero, l’incidente o la malattia, gli innamoramenti incrociati o lo specchio memoriale, e infine le due versioni banali del viaggio odierno, il viaggio dell’odisseo impiegatizio intorno al mondo e il viaggio pornografico e comunque onanistico intorno al corpo. Questa scrittura in cui ancora oggi l’editoria si bea non possiede alcuna valenza critica, non indica niente, abbandona il campo della storicità per quello dell’attualità. Ma correggere l’attualità non fa che affossarci e promuove l’attualità a falsa chiave dei nostri problemi. Mi sembra che raccontare l’attualità sia un “ qui pro quo ”, come a “ qui pro quo ” si riducono tutte le denunce. Né vedo come alternativa utile la “ fantasy ”, piuttosto occorrerebbe raccontare l’uscita dall’attualità facendola scontrare con la storicità.

Parlaci allora dei tuoi libri e in particolare dell’ultimo

Sì, ma ancora un preambolo. Per quanto detto io non sono il pensionato romanziere senile ma un autore pubblicato in tarda età, e senza compiacimento perché di fatto non posso nemmeno ascrivermi alla categoria degli incompresi. Il mio primo libro edito, “ La mirabile storia di Saverio Fanàl ” in realtà è l’ultimo ad essere stato scritto, il secondo “ Il segreto viaggio di Dietrich Taufriegel ” è il primo e risale addirittura al 1973, e fu secondo al premio “ Inedito ” del 1976, allorché vinse “ Memorie malvagie “ di Barbara Alberti, storia di macellai stupratori appoggiata da Cesare Zavattini. Presto invece uscirà un romanzo del 1980, “ Lo Zodiaco di Haarlem ”, e poi l’opera a cui più tengo ma ancora in cantiere, “Mille anni dopo”. Le mie vicende editoriali sono paradigmatiche e resto fortemente convinto che a causa del torpore morale e intellettuale perdurante da oltre mezzo secolo e non ancora estirpato, le future generazioni di critici sono destinate a scoprire almeno decine di manoscritti di valore giacenti nei cassetti di tanti sconosciuti come me già scomparsi o in procinto di andarsene. Del resto la battaglia contro la sinistra sagrestana che ha spiazzato l’intelligenza critica non sarà certo vinta dai Veneziani, dai Ceronetti, dagli Sgarbi o dai Massimo Fini o da recuperi improponibili, invece la battaglia è lunga e richiede un ritorno non nazionalistico all’italianità, a ciò che criticamente la nostra storia ha significato e significa, con e senza la Chiesa. E per tornare a me non posso considerarmi nemmeno l’autore più sfortunato e incompreso, perché figure di indubbio rilievo come Giovanni Raboni o Enzo Siciliano, e potrei citare molti altri, hanno realmente apprezzato il mio lavoro ma senza il coraggio di imporlo proprio perché appartenenti alla prevalente area clericoculturale di sinistra. Basti dire che quando su “ Nuovi Argomenti “ presi le distanze dall’episodio fiorentino di “ Paisà ” l’allora direttore del Gabinetto Vieusseux, succeduto a Siciliano, impiantò nel cortile di Palazzo Strozzi lo schermo con la proiezione a ciclo continuo dell’episodio in questione. Questo per dire che Firenze e il suo hinterland sono particolarmente attardati e senili anche nelle nuove leve, tanto assetate di emotività politica e civile da scambiare un’esperienza filmica per personale vissuto storico, distorsione questa reiterata ormai da almeno due generazioni. Eccomi dunque a dire due parole sulla “ Mirabile storia di Saverio Fanàl ” uscito nel 2007. Il libro è una sfida sul raccontare fatta al Manzoni mentre l’autore degli “ Sposi ” soggiorna nella villa di Lesa nell’estate del 1852, prima dei moti milanesi dell’anno successivo. L’autore della sfida, Saverio Fanàl, è un veneziano fuggito nel 1848 e ritornato dalle morte reduciones gesuitiche del Paraguay dove nei primi del Settecento stava l’organista e musicista pratese Domenico Zipoli, che nella reduciones di Santa Catalina presso Cordóba morì nel 1726 senza avere il tempo di prendere il sacerdozio. La sfida lanciata a Manzoni è una sfida per la conquista di un raccontare che esuli dalla musica come dalla Provvidenza, per cui Manzoni stesso è accusato d’aver scritto non un romanzo ma un melodramma. In questo senso gli “ Sposi “ inaugurano la Provvidenza, ma si legga pure destino, quale facile accompagnamento musicale a qualsiasi introspezione e psichismo che grazie a tale comodo vettore sono ritenuti esemplari, baciati dalla verità e perciò degni di racconto. Nella trama del libro, che intrecciandosi all’insurrezione milanese del 1853 vedrà Fanàl soccombere, faccio dello stesso il diarista immaginario di Zipoli che nei suoi ultimi giorni nella reduciones persegue l’ideale di una musica impossibile a esistere nella nostra cultura, perché è musica che precede l’inflessione interrogante in cui ipotizzo il primo distacco del suono dal rumore. La storia si sviluppa in questo giuoco tra avvenimenti risorgimentali milanesi e il diario di Zipoli, e ha il suo giro di boa nella rappresentazione musicata degli “ Sposi ” avvenuta nel 1832 nella villa medicea di Poggio a Caiano alla presenza del Granduca. La testimonianza di questa rappresentazione fa scattare in Fanàl l’identità formale tra musica e Provvidenza come aberrazione del raccontare, identità a cui egli invece immagina che Zipoli voglia sottrarsi. L’invettiva lanciata da Fanàl, “ i popoli della terra hanno diritto a un racconto nuovo “, sintetizza a livello aforistico questo scontro che d’altra parte distacca la sua cospirazione dalla cospirazione risorgimentale dei suoi compagni. Se questo è l’assunto della “Mirabile storia”, col “ Segreto viaggio di Dietrich Taufriegel “ ho inteso spostare la critica all’insostenibilità dello sviluppo dall’ambito energetico e ecologico alla misura della visibilità delle cose che ritengo inversamente proporzionale alla loro complessità, ossia più la tecnologia ci propone cose complesse più perdono visibilità e quindi umanità, fino ad essere circondati da cose senza immagine. Recuperare l’immagine delle cose implica una rivolta che è etica, politica e pure religiosa, porzione questa del mio ragionamento che sconta il nucleo del libro, “Il sogno di Abramo”, dove auspico che Isacco sia ucciso da Abramo perché non possa nascere Gesù, motore vero dell’arricchimento e quindi della complessità delle cose orfane di immagine. La negazione di Gesù fa i conti e elide le tre religioni rivelate, ne prende le distanze non in nome dell’ennesimo trito paganeggiante, ma per l’ultima libertà residuale del nostro stare in una condizione storica che ci sfugge di mano. Ora ti puoi immaginare come un simile presupposto possa essere accolto nel trionfo odierno di credenti e atei bigotti. Rovello questo databile dagli anni settanta e che spiega ampiamente le mie pubblicazioni tardive.

Anche se ci conosciamo fin da ragazzi mi permetterai in conclusione una domanda cattiva ma non maligna. Non pensi nei tuoi libri di mettere troppa carne al fuoco? La crisi del raccontare, l’origine della ricchezza in Occidente, il rifiuto di Gesù: il lettore avrà voglia di sostenere una narrativa con simili tematiche?

La domanda non è cattiva e è invece molto pertinente. Io, a torto o ragione non sono un saggista, ossia non scrivo trattati con postulati, assiomi, tesi e corollari, e per quanto la saggistica vada per la maggiore in ogni campo avverto molta rimasticatura, insomma i nipoti che straparlano dei nipotini dei nomi che furono. Certo nuove metodiche nella ricerca storica, nella storia delle religioni, nelle letterature comparate sconfinanti nell’antropologia e nell’etnologia hanno arricchito i punti di vista. Mi sembra però che il discorso critico che non voglia sfociare nel ribellismo fine a se stesso sia debole e abbia spostato la critica al capitalismo sfrenato dal mito della lotta di classe a quello dello sviluppo sostenibile. Dare a Marx un ricostituente ecologista non mi sembra un granché. Penso che invece dovremmo andare con spirito nuovo alle radici della nostra storia materiale, radici religiose, culturali e magari ripensare anche gli antefatti della tecnica e rileggere il tutto meno acriticamente. Occorre che finisca una storia reiterata e insistente sotto il falso nuovo della tecnologia. Il discorso è vastissimo e deve evitare la lusinga dell’originalità da prima pagina. Per operare questo passaggio restando a livello narrativo, mi sono addentrato in sintesi che potranno essere sbagliate o addirittura scostanti, ma che erano l’unico mezzo per affrontare o per lo meno impostare un apporto critico. Di qua l’apparente sovrapposizione di tematiche che potranno spiazzare il lettore abituato a storie con alfa e omega ben definiti, ma la nostra condizione storica e biologica molto vacillante impone proprio di scalzare a qualsiasi prezzo gli alfa e gli omega definiti. Ecco perché, come dici, nella mia scrittura sta tanta carne al fuoco, o forse è ancora sul marmo anatomico. Ma ancora una volta non sono io a potermi giudicare. Un grazie a te, Adalberto, e a Nicola e alla redazione di “Pensalibero “ per avermi dato l’occasione di questo intervento.

Intervista a cura di Adalberto Scarlino

Pubblicato in : Primo piano

Info Adalberto Scarlino

Adalberto Scarlino ha svolto per lunghi anni l’attività di insegnante di italiano e storia nelel scuole medie superiori. Iscritto fin da giovanissimo al Partito Liberale Italiano è stato consigliere comunale di Scandicci negli anni sessanta e, tra gli anni ottanta e novanta, consigliere comunale a Firenze ed assessore nelle giunte Bonsanti, Lando Conti, Bogianckino e Morales. Segretario del circolo culturale Piero Gobetti e co-fondatore del Gruppo dei Centouno , è presidente del Comitato Fiorentino per il Risorgimento. E’ autore, con Silvestra Bietoletti, di “Firenze, percorsi risorgimentali ” , Lucio Pugliese editore, seconda edizione 2010.

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