Le misure del Def non produrranno la scossa che serve al Paese. Ma è indispensabile che il premier vinca la sfida europea contro Grillo

Per esempio, quando leggo che l’Istat stima che le misure del Def produrranno un effetto positivo sul Pil dello 0,2% a fronte di una ricaduta sul fisco per 11,3 miliardi all’anno, percentuale che potrebbe dimezzarsi al netto degli interventi di copertura delle maggiori spese e minori entrate previste dal Def, mi domando se, anche nell’interesse di Renzi, è proprio questa la manovra che andava fatta. Perché se anche fosse che la ricaduta sul pil si rivelerà di tre decimi di punto come ha affermato il ministro Padoan, ci ritroveremmo comunque ad aver “speso” (nel senso di minori entrate tributarie) molto più di quanto “incassato” (crescita economica), nel rapporto di uno a tre o uno a quattro. Dinamica che sarebbe stata ben diversa se, a parità di perimetro della manovra, l’intervento fosse stato tutto dedicato alla fiscalità che grava sulle imprese.
Non solo: si annaspa ancora intorno alla ricerca delle coperture necessarie. Cosa che non tranquillizza, perché in questa direzione sono già stati commessi errori gravi. Mi riferisco, in particolare, all’idea di raddoppiare la tassazione sulle plusvalenze realizzate dalle banche sulla cessione delle loro quote di Bankitalia. Capisco che in certe circostanze non si guardi troppo per il sottile, e che per di più menare fendenti alle banche sia uno sport popolare che rende in termini elettorali. Inoltre, non dimentico l’assunto da cui sono partito: è indispensabile che Renzi vinca la gara con Grillo alle europee, altrimenti è la catastrofe. Ma bisogna anche essere coscienti dei problemi che certe scelte generano. E nel caso specifico, è arduo perseguire la crescita economica se si penalizza uno snodo vitale come il sistema bancario, già in croce di suo per il fardello dei crediti difficili se non inesigibili, figlio di una stagione di sviluppo malato (di cui, sia chiaro, i banchieri portano piena responsabilità, seppure in solido con gli imprenditori e il sistema politico-istituzionale). Le banche devono fare aumenti di capitale impegnativi per sistemare i loro assetti patrimoniali secondo le nuove regole imposte da Bce, e hanno bisogno di ritrovare la strada della redditività: non è lungimirante cariche di ulteriori oneri. Anche perché rischia di essere una partita di giro.
Prendete il caso di Mps: aveva deciso di procedere ad una ricapitalizzazione da 3 miliardi, dovendo restituire al Tesoro un’analoga cifra a estinzione dei “Tremonti bond” (più 350 milioni di interessi, attinti dal capitale esistente). Poi l’11 marzo sono arrivare le 290 pagine della Bce, e i vertici della banca, anche in vista degli stress test di ottobre, visto il rigore stringente di quelle regole valutative dei crediti, hanno giustamente deciso di proporre (al cda di oggi) di passare l’aumento di capitale da 3 a 5 miliardi. Avrebbero potuto dire al Tesoro: non estinguo i bond, trasformateli in azioni. Peccato, però, che i 3 miliardi Padoan li abbia già conteggiati e gli servano proprio per mettere i famosi 80 euro in tasca agli italiani. Ecco perché, saggiamente e responsabilmente, Profumo e Viola hanno deciso per i 5 miliardi. Perché allora non essere altrettanto attenti verso le banche?
Il populismo è sempre un’arma a doppio taglio, occorre stare attenti. E non basta, come ha fatto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, indignarsi e definire “inaccettabile” l’eventualità che le banche contraggano il credito a fronte dell’aumento dell’imposta Bankitalia, per scongiurare un danno che sarà sicuro se il governo insisterà su questa linea. E questo, proprio mentre siamo costretti a dire all’Europa che ritardiamo di un anno il rendez-vous con il pareggio di bilancio, non è davvero un viatico per il successo – indispensabile – di Renzi.

DISERTARE LE PROSSIME ELEZIONI EUROPEE E ALLE PROSSIME ELEZIONI POLITICHE NAZIONALI AZZERARE LE RAPPRESENTANZE PARLAMENTARI DI PD E FORZA ITALIA.