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Non è successo niente

di Terza Repubblica | 1 Dicembre 2013

La sinistra ha fatto un favore a Berlusconi,ma lui non potrà approfittarne. Pd e centro-destra sono ormai out.

decadutoTranquilli, il 27 novembre non finirà sui libri di scuola. E non perché, come direbbe il Cavaliere, quei testi li scrivono i comunisti per insegnanti di sinistra. No, perché nel bene e nel male non c’è nulla di epocale nella decadenza da senatore di Silvio Berlusconi. E perché, purtroppo, rischia di essere un passaggio non decisivo verso l’agognata Terza Repubblica.

Vediamo la cosa dalle due angolazioni da cui è giusto osservarla. Partiamo da quella giudiziaria. Non c’è nulla di epocale nelle sentenze che hanno portato alla condanna dell’uomo che nel 1994 ha fondato – ahinoi – la Seconda Repubblica. Primo perché sono vent’anni che una parte della magistratura, minoritaria ma capace di avere la supremazia, lo ha messo nel mirino, così legittimando (si fa per dire) un suo ruolo politico. Dunque quella condanna è il naturale – e per molti versi tardivo – epilogo di una vicenda dalla quale il Cavaliere non ha saputo sottrarsi, incapace sia di discendere a patti con il “nemico” sia di vincerlo quando ha avuto il potere e avrebbe potuto farlo. Secondo perché tutto quello che di “malato” c’è nella vicenda Berlusconi, c’è anche di malato nella giustizia italiana nel suo insieme, e ne sono vittime decine di migliaia di persone, da quelle che formano l’esercito della scandalosa carcerazione preventiva a quelle che sono state rovinate (moralmente, economicamente, politicamente) dal solo avviso di garanzia passando per i martiri della esasperante lentezza dei processi. Il che non assolve, anzi, gli atti di malagiustizia perpetrati ai danni di Berlusconi, ma condanna senza appello lo stesso ex premier per non aver saputo riformare nell’interesse della collettività una delle più gravi storture nazionali, intento com’era a farsi (male, tra l’altro) gli affari suoi. Detto questo – che non è affatto un giudizio sul merito della condanna da cui discende la sua decadenza da parlamentare – non ha nulla né di commendevole né di ragionevole, sempre giudiziariamente parlando, l’idea che la sentenza arrivata al suo terzo grado di giudizio potesse in qualche modo non essere rispettata. La si può giudicare e commentare, ci mancherebbe altro, ma la si deve rispettare applicandola.

Passiamo ora a vedere le cose dal punto di vista politico. Anche qui, nulla che meriti citazioni storiche postume. Salvo che non si dedichi un capitolo alle bischerate. Berlusconi e i suoi (sempre meno numerosi) accoliti, facendo ancora una volta suonare il disco rotto della “litania del perseguitato”, si lamentano che il leader del secondo partito è stato estromesso dal Senato. Dimenticando che proprio lui e loro hanno sempre considerato il Parlamento il luogo di uno stanco rituale, estranei come sono alla logica del confronto politico. Dal canto suo la sinistra, dentro la quale l’anima giustizialista e manettara è, come nel caso della magistratura, minoritaria ma culturalmente leader, ha sempre coltivato la speranza di poter un giorno regolare i conti con l’avversario liquidandolo per via giudiziaria. Ora crede di esserci finalmente arrivata, e per giungere a questo risultato ha scelto di comportarsi in modo assurdo – come negare la possibilità di consultare la Corte Suprema sulla Severino o anteporre la decadenza per via parlamentare, per di più con voto palese, a quella imposta dalla magistratura – ma non si rende conto di non aver affatto raggiunto l’obiettivo. Anzi, per la verità qualcuno se n’è accorto: da Barenghi (con il nome de plume di Jena) che sulla Stampa si domanda “ma non gli avranno fatto un favore?”, alla Bindi, che ha parlato subito dopo il voto del Senato di “giornata politicamente infelice” e ha ricordato la lapalissiana ma ignorata verità che “per archiviare Berlusconi vanno vinte le elezioni”. Ma si tratta di eccezioni. Che confermano una regola di comportamento sbagliata. Alla quale non si è sottratto, anzi, Matteo Renzi. Il quale, se pensa di essere candidato come leader del centro-sinistra alle prossime elezioni per il solo fatto che Berlusconi non potrà fare altrettanto e di conseguenza vincerle, sbaglia due volte. Così come sbagliano coloro che pensano, viceversa, che il Cavaliere saprà approfittare della sua condizione di “vittima” sacrificata dal nemico sleale per tornare a vincere. Gli uni e gli altri, a sinistra come a destra non hanno ancora capito che la dinamica “berlusconismo-antiberlusconismo” non interessa più agli italiani, se non una sempre più piccola minoranza. E qui sta sia lo scarso significato politico che la pochezza delle conseguenze elettorali, del 27 novembre: a Berlusconi è sì stato fatto un favore – l’ennesimo – ma non avrà modo di avvantaggiarsene, nella stessa misura in cui non avranno alcun vantaggio i suoi antagonisti dal suo essere incandidabile. È un gioco a somma zero. Perché, come da tempo cerchiamo inutilmente di spiegare ai protagonisti di quel disastro che si chiama Seconda Repubblica, gli esami di riparazione sono inesorabilmente terminati.

L’unico che può – potenzialmente – trarre vantaggio da questo passaggio politico è il governo, ora che è passato da “larghe ma fragili intese” a “più strette ma (forse) meno instabili intese”. Esso è l’unica risorsa che abbiamo – ci piaccia o non ci piaccia – per traghettarci fuori dalle rovine di questo maledetto ventennio. Nella convinzione che andare alle elezioni senza che preventivamente si sia consumata fino in fondo la frantumazione delle forze politiche e delle alleanze che hanno caratterizzato questi anni, e su cui giustamente è caduta la condanna inappellabile della stragrande maggioranza degli italiani, significherebbe lasciare agli elettori il compito di “finire il lavoro” già iniziato con il castigo inflitto a Pd e Pdl nel febbraio scorso. Occorre tempo, perché si macinino gli assetti attuali – che pervicacemente tentano di resistere nonostante l’avvertimento delle ultime elezioni, nell’infondata speranza che ci sia un’altra chance – e perché nascano nuovi soggetti e nuove leadership. Senza le quali ci sarebbe spazio solo per l’astensionismo di massa e il populismo estremo. Certo, sarebbe meglio se questo tempo fosse riempito con maggiore acume e miglior risultato di quanto visto fin qui. Ma scorciatoie non ce ne sono.

Pubblicato in : Editoriale

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