Il regista Alexandros Avranas, ci presenta una Grecia che non ha più nulla da perdere e lo fa attraverso una famiglia (ma la si può proprio definire tale?) che non ha veramente più niente da perdere.

E allora ti imbatti in una storia che ti ammutolisce , che ti impedisce di respirare in preda ad un malessere in crescendo, un disgusto e una incredulità che non ti abbandonano più per tutto il pomeriggio.
Ritmo lento per il film che ha sconvolto Venezia e, mentre sembra di assistere all’elaborazione del lutto da parte del nonno (?) , non ci vuole molto purtroppo, a capire i veri ruoli dei vari componenti di questa famiglia dove non si parla, non si comunica, ci si limita ad obbedire e la violenza del silenzio è oppressiva e senza speranza.
Il regista Alexandros Avranas, ci presenta una Grecia che non ha più nulla da perdere e lo fa attraverso una famiglia (ma la si può proprio definire tale?) che non ha veramente più niente da perdere. E lo fa proprio ambientando la sua storia in un paesaggio buio e sporco, in una Grecia che non ha niente a che fare con la Grecia felix piena di sole e di mare che tanto cinema ci ha regalato.
Buio e sporco il paesaggio come buia e sporca è la famiglia presa in esame. Inseriti in un condominio dignitoso genitori e figli vivono in una bella casa: un uomo amorevole e disponibile e sempre presente, una nonna un po’ troppo silenziosa, una madre cagionevole di salute, ma forse piena d’amore per i figli.
Il film si apre su una festicciola in famiglia: si festeggiano gli 11 anni di Angeliki. C’è la torta, ci sono le candeline, le foto, la piccola balla con il padre ( e colpisce già che non ci siano vicini, amici, compagni di scuola a questa festa), poi la macchina si ferma ad osservare la festeggiata che si avvicina al terrazzo, guarda in macchina, sorride, scavalca la balaustra e si getta nel vuoto.
Ad ogni scena, ad ogni inquadratura (macchina fissa, pochi movimenti circolari) il regista ci grida di stare attenti, di non lasciarsi distrarre dalla fotografia polverosa, ci chiede di non lasciarci distrarre, di capire le dinamiche dei personaggi, ci avverte che troppo spesso non c’è voglia di guardare la sofferenza, il dolore, il silenzio pesante che c’è nella casa accanto.
Da notare che nonostante il titolo nel film di violenza ce n’è pochissima se si pensa a quella carnale ma ce n’è a iosa per quel che riguarda quella morale.
Ci racconta una storia vissuta e ignorata da una società che non è più in grado di riconoscere la violenza subita in silenzio e, nella crisi di valori che accomuna tutta l’Europa, legata ma non determinata dalla crisi economica, preferisce manifestare la più completa indifferenza per il male e la sofferenza di chi ci vive accanto.
E quando finalmente in sala scroscia l’applauso liberatore perché la famiglia ha trovato, sempre troppo tardi la forza di ribellarsi, opporsi e sopprimere l’orco, il respiro dello spettatore resta ancora bloccato.
“Chiudi quella porta” dice la nonna alla figlia/rivale, madre e sorella dei propri figli e con queste parole, sulla famiglia riunita in salotto si chiude il film. Non c’è happy end e non poteva essere diversamente.

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