Da un lato si resuscita Forza Italia con la stessa allegria di un film sugli zombie, dall’altro la vacanza della politica produce il dibattito infinito sulle regole del congresso. E il problema prioritario del Pd non è più governare il paese, ma unicamente governare se stesso.

Siamo infatti passati dalla razionalità del buon governo degli Stati nazionali al totalitarismo finanziario degli eurotecnocrati e dei manager pubblici strapagati nel giro di qualche decennio: per i profani un tempo lunghissimo, ma in verità frutto di un’ accelerazione vertiginosa ancora in gran parte da interpretare e metabolizzare.
Il ritorno a Forza Italia ha il sapore nostalgico di un ritorno a casa (nostos per i Greci) laddove la casa non è più la reggia splendente e neppure è occupata dai Proci, ma è un cumulo di rovine, destinate solo a essere visitate da romantici viaggiatori nordici di fine Ottocento. Ed è proprio quest’ aria da romanticismo un pò funereo alla Heinrich Fussli che si intravede sul volto un tempo sorridente di Berlusconi e di quelli che gli stanno accanto (persino l’arguto e spiritoso Brunetta sembra diventato un grigio speaker della Rai anni sessanta quando concede interviste e annuncia l’ imminente Aventino dei deputati neo-forzisti).
Incapace di pensare il futuro, Berlusconi si rifugia nell’ idea che il passato possa ritornare tale e quale, grazie alla magia del nome antico che dovrebbe rievocare la forza, appunto, del movimento alle sue origini. Ma la parola che rimanda solo a se stessa, perde di significato, è come il Pdl che ha smarrito la sua vocazione liberale e ha trovato nell’abolizione dell’ Imu la sola ragion d’ essere.
In assenza di ogni prospettiva neo-rinascimentale e visione lungi-mirante, con la coscienza che la crisi è la condizione in cui l’ Europa dovrà permanere almeno fino all’alba di una nuova civiltà (lo so, viene in mente Spengler) e la metafora della luce in fondo al tunnell ormai fa ridere anche i bambini, vediamo i vecchi leader e i nuovi leader confondersi tra loro e gareggiare a chi meglio azzera ogni possibilità di senso e di riformismo.
Così, mentre da un lato si resuscita Forza Italia con la stessa allegria di un film sugli zombie, dall’altro la vacanza della politica produce il dibattito infinito sulle regole del congresso. E il problema prioritario del Pd non è più governare il paese, ma unicamente governare se stesso.
La scrittura delle regole diventa un gioco che si autoalimenta, completamente fine a se stesso, un puro gioco di potere che non ha altro risultato se non quello di dilatare i tempi e tenere a galla la nomenclatura, affinché nessuno possa elevarsi al di sopra della mediocrità.
I democrats allevano e nutrono i loro leader per poterli poi divorare e annientare. E’ successo così con Veltroni e Bersani, succederà sicuramente anche con Matteo Renzi. Se nel partito monocratico berlusconiano l’idea stessa di congresso suona come un impossibile ossimoro, nel Pd l’assemblea dei delegati non è virtù democratica praticata ma innanzitutto dispiegamento delle forze sul campo di battaglia. E come in tutte le guerre che si rispettino, i contendenti prima (non) si accordano sulle regole.
Da qualunque parte la si guardi, la politica italiana sembra condannata ad una paralisi dalla quale neppure il neonato, ma incapace di decidere, movimento di Grillo è riuscita finora a scuoterla. Se, come pare, si tornerà presto a votare, chissà quanti italiani troveranno la fiducia e l’ energia sufficiente per uscire di casa e recarsi ai seggi. Ma se la maggioranza diventerà davvero una silent majority, bisognerà finalmente interrogarsi sul significato della nostra democrazia e allora, anziché tornare nostalgicamente al passato o sprofondare nell’ assoluto presente, sarà meglio cominciare a pensare il futuro.

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