La cultura operaista è ancora viva e vegeta. Per questo prevale nel Paese un pregiudizio negativo per la libera impresa ed il mercato. La vicenda dell’Ilva ne è l’esempio più eclatante.

Sappiamo bene di cosa si tratta e non c’ è stato bisogno di vedere tutti quegli imprenditori recentemente impiccati alla trave della soffitta o al ramo, dove forse stendevano le pargolette mani, per capirlo; perché sicuramente la crisi ( banche ed Equitalia comprese) li ha messi in ginocchio ovvero in mutande, praticamente denudati, immiseriti e in più col senso di colpa per dover licenziare tanti altri onesti lavoratori, ma la loro vita almeno dalla fine degli anni Ottanta in poi non è stata quella che i rotocalchi di sinistra, i talkshow acculturati e i tanti radical opinion-makers da Niki Vendola a Dario Fo, Concita la rossa e san Don Gallo ci hanno voluto far credere. O meglio: se per un Briatore o un Dolce and Gabbana che sia ci sono state tante spumeggianti estati a bordo piscina in Sardegna e alle Eolie, trasferimenti in elicottero o yacht a seconda dell’umore e della compagnia, comunque sempre pagati con soldi loro meritatamente guadagnati, beh, per qualche migliaia di piccoli e medi business-men del centro-nord, costruttori, artigiani e persino semplici commercianti a conduzione familiare la vita non è stato certo uno spasso continuo.
Anzi, è stato un tormento continuo, mi verrebbe da dire una “lotta continua”, ma non per sfasciare le vetrine dei supermercati in nome dell’esproprio proletario come usava un tempo o per assaltare i cantieri della Tav come si fa oggi, bensì per lavorare e dar lavoro ad altri pur in un contesto asfissiante di leggi, leggine, lacciuoli, tasse, controtasse, anticipi dell’ Iva, burocrati ottusi e amministratori pubblici incapaci che chiamarlo “kafkiano” suonerebbe come un complimento.
La cultura operaista, di cui la Fiom rappresenta oggi l’ultimo baluardo, il fort Apache o la fortezza Bastiani, dipende da che prospettiva la si guardi, ha una storia antica che nasce su un assunto fondamentale del marxpensiero: gli imprenditori sono degli sfruttatori e gli operai degli sfruttati. Ebbene, fatto salvo per l’unico grande leader socialista di questo Paese di mentalità moderna e non anti-imprenditoriale, Bettino Craxi, è evidente che la politica economica della sinistra italiana sia stata sempre indirizzata al ridimensionamento della libera impresa e del mercato, per favorire invece le partecipazioni statali e, in ambito locale, tutto quel sottobosco gestito direttamente o indirettamente da Comuni e Regioni, di cui la sanità pubblica è il paradigma in assoluto, la terrificante icona. Di qui l’ abnorme crescita dell’ apparato burocratico-assistenziale e di quel sistema di leggi illiberali per cui, giusto per fare un esempio terra terra, per iniziare una qualsiasi attività in Italia occorrono mesi e soldi solo per le pratiche legali, negli USA un paio di settimane e una lettera con la quale si comunica orgogliosamente di essere già operativi.
Quello che proprio non si capisce, invece, è perché un certo Silvio Berlusconi che era entrato in politica con il preciso programma di abbassare le tasse e incentivare la piccola e media impresa, una volta poi che si è guadagnata la fiducia degli italiani e ha messo insieme la più vasta maggioranza parlamentare della seconda Repubblica, tutto abbia fatto fuorché una politica liberista degna di tale nome. Questo è il grande macigno che pesa e peserà per sempre sulle sue spalle, un macigno storico, ciclopico, e non le accuse della Boccassini e neppure le sentenze iperpoliticizzate di evasione fiscale.
Risultato: la cultura anti-impresa ha sempre avuto campo facile in Italia, per ovvie ragioni quando al governo c’erano i postcomunisti del Pd e per inspiegabili motivi (ma forse la spiegazione c’è e si chiama semplicemente incapacità) quando ha governato il centrodestra.
In fine, ma c’era da aspettarselo, questa stessa pericolosissima mentalità ha attecchito anche in alcune aree della magistratura vicine all’ ambientalismo e al giustizialismo radicali. Così, il giudice di Taranto Patrizia Todisco il 26 luglio dell’ anno scorso ha disposto il sequestro dell’intera area a caldo dello stabilimento siderurgico più grande d’ Europa, l’ Ilva, e successivamente ha fatto ricorso contro il decreto legge del governo Monti del 3 dicembre che permetteva alla fabbrica di continuare il suo lavoro, ma obbligava la proprietà a stanziare ingenti fondi per il recupero ambientale.
La guerra non certo fredda tra il Gip e i Riva, tuttora continua e si estende anche agli attuali amministratori nominati proprio per portare avanti il piano di risanamento e, soprattutto, per scongiurare la chiusura degli impianti con il disastro che ne deriverebbe sul piano dell’occupazione (si parla, tra operai e indotto, di circa 40.000 persone che rischiano il posto di lavoro). Qualche giorno fa, dunque, i due proprietari dell’ Ilva vengono iscritti nel registro degli indagati con l’accusa di aver sottratto fondi e viene messa sotto sequestro la finanziaria dell’ azienda, la Fire, provocando così le dimissioni dell’ attuale presidente, l’ ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, e di Enrico Bondi, amministratore delegato da poco nominato.
Ecco un altro bell’ esempio di mentalità anti-impresa, che rischia di affossare una delle poche realtà industriali di livello internazionale rimaste nel sud Italia; in quel sud dove la disoccupazione non è mai stata così drammaticamente elevata come di questi tempi.
Morale della favola: mentre il presidente Letta si sforza di far passare a Bruxelles come priorità europea il problema occupazionale e praticamente tutti i giorni il lavoro viene evocato come la manna dal cielo, a Taranto un giudice porta avanti la sua crociata contro l’ Ilva e, per salvare i tarantini dai fumi inquinanti, potrebbe condannarli a morir di fame o quantomeno ad emigrare, come d’altronde già facevano i loro nonni: in fondo, che volete che sia?

Lascia un commento