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Come ci cambia la crisi. Si torna al baratto misto

di Fabrizio Binacchi | 26 Maggio 2013

In Spagna, in Grecia ma anche in Italia nascono e proliferano i ristoranti del “piatto per un’ora di lavoro”.  Quantità ridotte, molte o solo offerte speciali, meno pesce e meno carne pregiata, molti pacchetti tre per due, 4 per 1. In attesa della luce in fondo al tunnel

barattoE la crisi ci cambia. Nuovi vecchi modi per pagare quello che una volta saldavano con monete e banconote. La crisi cambia modi e tempi del pagamento di prestazioni e servizi, di acquisti di beni più o meno durevoli. Si torna al baratto e a volte al baratto misto. Anche per l’essenziale bisogno di mangiare, di alimentarsi, di sopravvivere. In Spagna, in Grecia ma anche in Italia nascono e proliferano i ristoranti del “piatto per un’ora di lavoro”. Tradotto: vieni, ti siedi, mangi, prezzi non smodati, ed entri in un elenco di persone che prima o poi faranno una, due, tre ore di lavoro in un posto convenzionato che poi salderà il conto a sua volta. Che cosa non si fa per campà. Dicono gli organizzatori del nuovo servizio “un piatto per un’ora di lavoro” che in questo modo si salvano molte apparenze oltre a risolvere una sostanza. La sostanza è che in qualche modo mangi, ti nutri, ti alimenti senza ricorrere a sotterfugi o a prestazioni esclusivamente caritatevoli e in un ambiente che è proprio un ristorante. Quindi, veniamo alle apparenze, salvi la capra del palato e la panca dell’immagine. Certo è che questa crisi non ci da tregua ed è dal 2007 che si inerpica nei balconi e sui davanzali della nostra vita come un’edera lancinante e fastidiosa. Lo vedi al supermercato: tre, quattro, sette prodotti al massimo nel cestello al posto dei venti trenta di qualche anno fa. Lo vedi nella ressa attorno alle isole della cosiddetta convenienza: veri e propri incroci di scatole, pacchetti e scatolini ammassati tra gli scaffali dove puoi trovare shampoo e biscotti, pasta e vino, conserve e rotoli di qualsiasi carta a prezzi  che attirano rispetto a quelli di altra merce ben ordinata. Vedi le signore che invece di buttare dentro nel cestello o nel carrello quasi automaticamente un sacco di scatole e incartamenti, adesso scrutano, leggono, rileggono tornano indietro, scoprono un po’ più avanti una confezione più conveniente e cambiamo quella di prima che veniva dieci centesimi in più. La crisi ci cambia nell’approccio a qualsiasi impegno  di spesa. Che è cambiata radicalmente nella media. Quantità ridotte, molte o solo offerte speciali, meno pesce e meno carne pregiata, molti pacchetti tre per due, 4 per 1. In attesa della luce in fondo al tunnel, in attesa del cambio di marcia e della riscossa che non può che essere europea o meglio sovra continentale. Perché sotto la parola crisi c’è la parola paura, perché dietro la situazione di incertezza c’è la condizione di sfiducia per i troppi anni in cui si denuncia di essere in crisi passati a dire che si faceva qualcosa per superare la crisi ed invece sembra che la crisi superi gli stessi rimedi. Perché non era e non è una crisi come quella già viste ma è una trasformazione di sistema un drammatico rimescolamento di valori, pesi, generazioni, conflitti che solo un organismo sovra continentale poteva o potrebbe governare e gestire. Ma qui si entrerebbe in complicati argomenti di macro politica economica mondiale i cui vertici non sempre hanno dato univoche e chiare chiave di interpretazione. Basti pensar alle lotte tra le correnti degli economisti, alle diverse e contrapposte scuole di pensiero tra chi sostiene il primato dello sviluppo e quelli dell’austerità, tra tasse e libertà di impresa, senza contare che forse il cosiddetto equilibrio responsabile sarebbe stata una prova importante. Ad esempio: un punto in più di Iva farà arrivare più soldi al fisco o farà cadere di più i consumi? Attendiamo da qualche bocconiano una risposta comprensibile. Intanto molti sono costretti a barattare due ore di lavapiatti per un piatto di spaghetti.

Pubblicato in : CornerBlog

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

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