L’equivoco mai risolto: Partito della Morale o Partito della Nazione?

Tutti ricordano il Berlinguer della questione morale, eletta da lui a discriminante tanto forte da eclissarne ogni altra, su di una linea che, a partire da Craxi, ha trovato in Berlusconi e nel berlusconismo i nemici contro i quali definire l’identità stessa del centro sinistra. Ma il Nostro è anche erede del Togliatti costante promotore dell’“unità tra le grandi forze popolari”. È colui che, nel corso degli anni settanta, lancia la proposta del compromesso storico, all’insegna di un partito che, naturalmente investito di una responsabilità nazionale si unisce ai suoi avversari per rispondere a delle emergenze (che, nel nostro sventurato Paese sembra che siano sempre presenti).
Inutile sottolineare che si tratta di approcci tra loro antitetici. Il primo presupponendo lo scontro frontale nei confronti di un nemico pregiudizialmente impresentabile, il secondo, invece, la collaborazione con il medesimo “per il bene del Paese”sotto la figlia di fico di governi “tecnici”, “di scopo” o “del presidente”. E altrettanto inutile aggiungere che, al dunque (come è accaduto, clamorosamente per l’elezione del presidente della repubblica), l’approccio dialogante risulta sempre politicamente fragile (perché Berlusconi è inaffidabile e fa “saltare il tavolo” – ai tempi della Bicamerale e nel 2012- e soprattutto perché, come nel caso del governo Monti, la sinistra è destinata sempre a pagare sino in fondo il prezzo della sua “assunzione di responsabilità”).
Ciò detto va però notato che le due linee hanno, almeno per quanto riguarda il Pd, diversi elementi in comune.
Il primo è il loro esito totalmente fallimentare. Il Pd non è riuscito né a debellare il Caimano per via giudiziaria o acquisendo al partito della virtù un consenso maggioritario. E men che meno è stato in grado di neutralizzarlo con l’abbraccio dialogante. Ma, quello che è peggio, ha dovuto fare ricorso, sull’uno e sull’altro percorso, ad una serie di “Papi esterni” che gli si sono progressivamente rivoltati contro lanciando, nel corso del tempo, opa sempre più ostili nei suoi confronti, sino a minacciare la sua stessa esistenza.
Stiamo parlando, ovviamente, del partito dei giudici, guardiano della sullodata virtù e naturalmente portato ad estendere le sue attenzioni alle pratiche più o meno discutibili dello stesso Pd. Come anche di una pubblica opinione che ha progressivamente esteso la sua condanna dell’“inciucio con il Caimano”alla logica della mediazione in quanto tale, sino ad arrivare alla contestazione del professionismo politico come sovrastruttura inutile se non dannosa (temi che saranno ripresi, con devastante efficacia da Grillo).
Ma stiamo parlando anche dell’Europa e dei Mercati, altri Papi esterni più volte invocati a sostegno nei confronti dell’anomalia berlusconiana, per diventare poi guardiani di un’esperienza di governo che, almeno (ma non solo) per il Pd è stata percepita come un immane disastro, anche perché lo stesso Pd, a differenza del Cavaliere (e in omaggio al suo ruolo “nazionale”) se ne è assunta la piena responsabilità.
Ma la tara potenzialmente mortale contenuta nella duplice eredità berlingueriana, è però un’altra. E consiste nel fatto che il volersi identificare, a targhe alterne, come Partito della Morale o Partito della Nazione, ha impedito al Pd di diventare quello che poteva benissimo diventare: un normale partito socialdemocratico. O, se la parola offende, un partito caratterizzato dalla difesa del mondo del lavoro e dell’uguaglianza e dalla rivendicazione del ruolo primario dello Stato e delle collettività nella costruzione di una società più giusta e solidale. Fantasmi del passato, vecchiume polveroso? Sarà, la sensazione è che dietro queste parole ci sia tutto un mondo che attendeva sostegno e partecipazione, e che è stato invece totalmente abbandonato.
Oggi, i nodi sono venuti tutti, e tutti insieme, al pettine. Non c’è più, o non c’è ancora, una posizione prestabilita su cui ripiegare (socialdemocratica o di altro tipo), e allora sostenitori dell’alternativa antiberlusconiana e della “responsabilità nazionale” sono arrivati allo scontro diretto senza possibilità di mediazione.
Uno scontro assolutamente deflagrante anche e soprattutto perché accompagnato dalla definitiva distruzione di uno dei pilastri dell’eredità comunista in generale e berlingueriana in particolare: la sacralità unitaria della classe dirigente.
Una sacralità che faceva tutt’uno con quella del Partito e della Politica, e che si è dissolta assieme a queste, lasciando dietro di sé una comunità politica fragile, incontrollabile e contendibile da parte di chiunque.
Previsioni negli esiti non ne facciamo, salvo a sperare che, tra le macerie spuntino le forze e le volontà per la “rivoluzione socialdemocratica” prossima ventura.

Mi pare che l’analisi sia assolutamente condivisibile, mi chiedo come mai i socialisti non abbiamo avuto, fin’ora, il coraggio, salvo casi isolati, di portare questa analisi e le sue conseguenze all’onor del mondo ….. Dove sono finiti tutti gli intellettuali socialisti …. hanno forse paura di essere crocifissi perchè ex craxiani???? Be’ è arrivato il momento il cattocomunismo è fallito!!!!!!
Sergio
Mettiamo in conto anche il buco nero generazionale causato dalla berlingueriana ” resistenza tradita “, che indusse un’intera generazione a ripiegarsi nelle passioni dei padri procurando quel vuoto dove poi si svilupparono le incongruenze della sinistra ben descritte nell’articolo.