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L’invasione degli ultracorpi grillini

di Andrea Bitetto | 28 Aprile 2013

Se il grillismo non vuole ridurre se stesso ad una caricatura, se vuole in effetti contribuire al rinnovamento delle istituzioni rappresentative, impari ad autonomizzarsi dal potere tutelare della rete.

grillini_nell_occhio_del_ciclone_social_2752Pare che a Marcuse, instancabile predicatore, venne chiesto se le cose, dopo la vagheggiata rivoluzione, sarebbero andate meglio. “Su questo non esiste alcuna garanzia”, rispose uno dei padri culturali del ‘68, “la storia non è un istituto di assicurazioni”.

Chissà se Beppe Grillo, inventore, alimentatore ed agitatore della rivoluzione grillina, ovvero della web-democrazia, nutra maggiori aspettative sugli esiti della sua intrapresa politica.

Da quello che si è annusato nel primo desolante scorcio di questa legislatura, che ha visto il parlamento dividersi, al netto delle generosità del porcellum, in tre spicchi, sostanzialmente di pari misura: quello neo-grillino, quello ex-bersaniano e quello irriducibilmente berlsconiano, ci sia concesso dissentire.

Ci è capitato di familiarizzare con alcuni prototipi parlamentari pentastellati, e la sensazione è stata piuttosto desolante.Più che parlamentari, hanno le sembianze e le reazioni dei replicanti del film capolavoro di Don Siegel, L’invasione degli ultracorpi (1956), soggetti dalle fattezze umane ma privi di emozioni, di sentimenti. Apparenti strumenti in mano a forze ignote.

Per loro stessa confessione, i deputati grillini sono dispositivi umani connessi wireless alla rete: sono dei nunci, dei portavoce, a volte persino dei semplici barometri umani di quello che avviene, o viene detto, nella rete. Eseguono gli ordini impartiti dalla rete, sulla quale l’unica manutenzione consentita è quella del tecnico d’area Casaleggio e del santone Grillo.

Annunciati portatori della democrazia 2.0, sembrano in realtà tristi figure da reality show della democrazia.

Hanno dichiarato la fine della segretezza delle istituzioni, dei famigerati arcana imperii, tanto da ridurre un Bersani di legno, ed un più sciolto Enrico Letta, a consultazioni in streaming, con la webcam pronta a registrare, a futura memoria, tutto: parole, gesti, ammiccamenti, rossori, imbarazzi da dare in pasto al fantomatico sovrano, il popolo della rete, la sintesi del concetto di cittadinanza odierna, per cui o sei connesso ventiquattrore su ventiquattro via facebook o altro social newtwork o semplicemente non esisti, raggiunto dalla dichiarazione di morte civile.

Insomma, la webcam ed il video in streaming moderni surrogati del panopticon di Jeremy Bentham, il modello di carcere del futuro, in cui l’osservato è totalmente visto, senza mai vedere, l’osservatore vede tutto, senza mai esser visto. Appunto: la logica del carcere, non certo un’istituzione liberale e notoriamente non aperta.

Ad essere onesti, non ne siamo affatto meravigliati. Sono tredici anni che ci chiediamo come sia possibile che un pubblico di diversi milioni di telespettatori possa trovare gusto nell’assistere al Grande Fratello (in inglese, non a caso, Big brother significa dittatore), un programma in cui un manipolo di persone normali, troppo spesso: subnormali, si fa rinchiudere in un’abitazione per essere registrato e ripreso come una cavia da laboratorio, mentre conduce una frazione di esistenza finta, posticcia, con amicizie forzose, sentimenti, sfoghi e confidenze coatte. Un’esistenza da reality che di reale non ha nulla.

Ecco, il successo del grillismo è anche questo: aver preteso di trasportare la logica del reality, il suo format, nell’agone e nelle stanze del politico.

Ora, nessuno, e tantomeno chi scrive, è disposto a sostenere le ragioni della segretezza assoluta, consapevoli come siamo che “il detentore del potere conosce le intenzioni altrui, ma non lascia conoscere le proprie” (E. Canetti).

Ma la differenza tra la politica da reality e la politica reale esiste da prima del grillismo, e da prima ancora di Beppe Grillo.

Senza doverci rifare ai suggerimenti del cardinal Mazarino, per il quale l’àncora di salvezza che permette al politico di non naufragare è il culto del segreto, sarebbe difficile pensare ad un Cavour intento a tessere la sua ragnatela diplomatica in vista della Guerra di Crimea, con alle costole un manipolo di paleogrillini, pronti magari ad infilarsi persino nelle camere, non certo del tutto istituzionali, frequentate da uno degli emissari del Conte, la conturbante seduttrice Virginia Oldoini, contessa di Castiglione!

Ma non è solo il mito, del tutto astratto ed assolutizzato, della trasparenza a colpire. Vi è da fare i conti con la nuova interpretazione del mandato elettorale di cui i grillini si fanno portatori.

Grosso modo il ragionamento è il seguente: grazie alla rete, oggi, è possibile essere immediatamente informati (e noi aggiungiamo: pure disinformati) su quel che accade. Quindi, possiamo istantaneamente farci un’opinione, e trasmetterla, sempre in tempo reale, a chi ci rappresenta: se questo processo è possibile tra cliente e professionista, ad esempio, perchè non replicarlo anche nelle scelte dei parlamentari? Non sono forse loro i rappresentanti del popolo?

Insomma, la web-democrazia come moderna democrazia diretta, il web come novella agorà. E grazie alla banda larga, aggiungiamo noi, la democrazia diretta diviene la democrazia istantanea.

Se lo strumento è così potente, e qui l’argomento dei web-democratici si chiude, non è più indispensabile mantenere il principio del divieto di mandato imperativo, secondo il quale l’eletto decide seguendo la propria coscienza e renderà conto agli elettori alla scadenza del mandato. Questa anticaglia oggi non è più difendibile. Il deputato 2.0 può essere informato, e comandato, in tempo reale. Il parlamentare ridotto al rango di nuncio, di semplice terminale del popolo della rete. Questa sarebbe la democrazia del futuro.

Ora, non siamo misoneisti al punto da rifiutare i benefici della rete, che è strumento senza eguali per la condivisione delle informazioni, per carità.

Ma diffidiamo, sia consentito, del web-deputato e, ancor di più, del web-cittadino.

Continuiamo a credere nella democrazia rappresentativa, non solo perchè questa, dai suoi albori, nel 1688-89 in Inghilterra, ad oggi ha saputo rinnovarsi ed ammodernarsi, ma anche perchè siamo consapevoli che la gestione della cosa pubblica è affare piuttosto complesso ed i cui risultati migliori non sono mai immediati e sono spesso contro-intuitivi.

Ma non solo. Diffidiamo ancor di più dell’uomo-massa, diffidiamo della sua presunzione d’esser perfetto, della sua comprovata incapacità di sospettare di sé. E della conseguente alacrità con la quale si prodiga a prender parte alla web-democrazia.

Che poi, a conti fatti, l’uomo-massa della web-democrazia è una sparuta minoranza ben organizzata, un’avanguardia informe, nemmeno legata da, non diciamo un’ideologia, ma, almeno, una modesta visione del mondo. E’ la democrazia del più veloce a cliccare, di chi ha più tempo da spendere a navigare da un sondaggio ad un altro.

La sostituzione del parlamentare con il nuncio del popolo della rete rischia di livellare la rappresentanza politica, non di migliorarla.

E non solo la livella, la semplifica oltre il lecitamente consentito, perchè ne irrigidisce la manifestazione: i parlamenti, sarebbe bene ricordarlo ai democratici da reality, sono i luoghi in cui le opinioni si formano, non dove semplicemente si manifestano, perchè a questo punto non servirebbero nemmeno le sedute parlamentari. E basterebbe ripassare la storia per comprendere la gravità dei precedenti.

Se il grillismo non vuole ridurre se stesso ad una caricatura, se vuole in effetti contribuire al rinnovamento delle istituzioni rappresentative, impari ad autonomizzarsi dal potere tutelare della rete, comprendendo, finalmente, che i tempi della democrazia non coincidono necessariamente con quelli della banda larga, e che le risposte che un deputato deve fornire sono ben più articolate e complesse di quelle di un sondaggio.

La democrazia dei sondaggi ci ha già condotti sul precipizio. E non vorremmo esser spinti giù inciampando su qualche mouse.

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