Fuori dalle alleanze, anche nel Lazio dopo la colossale ipocrisia del Pd.

Un partito normale è (salvo catastrofi…) stabile nel suo orizzonte politico, nelle sue alleanze, nel suo “fare politica”al quotidiano, nella sua base sociale di riferimento. È un diesel, sostanzialmente prevedibile nei suoi obbiettivi e nella rotta necessaria per raggiungerli. Ora, i radicali (dopo i socialisti il più antico partito italiano; sicuramente il più longevo anche e soprattutto nei suoi massimi dirigenti) hanno avuto importanti occasioni per diventare normali. Nei tardi anni cinquanta, negli anni settanta e con la Rosa nel Pugno, potevano rappresentare la componente laica, liberale e libertaria di una sinistra a vocazione alternativa; al tempo del compromesso storico, il rifiuto dell’unanimismo e di un potenziale regime; con Tangentopoli, il coagulo dell’opposizione, alla seconda repubblica e ai suoi principi. Opportunità consistenti; ma che sono state, l’una dopo l’altra, lasciare cadere. Perché? Certo, questi vari progetti erano in sé ambiziosi; e avrebbero trovato, come di fatto avvenne, l’implacabile, che dico, la viscerale ostilità dei comunisti, ostilità che parte da Togliatti, e che, nel caso di Pannella, avrebbe ben presto acquisito connotati quasi razzisti. Ma questo non poteva certo costituire un elemento di freno ad un protagonismo di cui il dare, o rivelare, uno scandalo era elemento essenziale. A deviarne il corso è stato allora qualcos’altro. Appunto il rifiuto di essere un partito come gli altri; e nell’ottica e nel modo di operare.
L’ottica è, nel male ma anche nel bene, quella di una gruppo religioso protestante. Consapevole di operare in un universo irrimediabilmente segnato da una rovinosa decadenza (nel nostro caso, l’Italia della partitocrazia e dal consociativismo; certo ci si scontra, ma come i palermitani e i corleonesi; che si ammazzano a vicenda, ma sono ugualmente mafiosi). Come salvarlo? Alleandosi, stabilmente con parti di questo mondo? Ma si tratta di una pratica che non può essere perseguita a lungo; perché comporterebbe, con vantaggi via via sempre minori, il riassorbimento dei radicali nel “sistema”. Puntando su prospettive di rottura? Ma queste sono del tutto estranee alla cultura radicale, liberaldemocratica sino al midollo. Rendendo pubblico e accessibile a tutti il proprio messaggio?
Ma il sistema non lo consente e pratica verso i radicali e le loro voci la censura più totale, marginalizzando così un messaggio che, se potesse essere ascoltato, avrebbe un’eco maggioritaria.
E allora non rimane che la linea della provocazione e dello scandalo (nel senso pieno del termine). Ci si trasforma così in un fiume carsico che prorompe di tanto in tanto chiamando, senza pregiudiziali di sorta, partiti e persone, ad aderire ad una Causa o, parallelamente, a consentire ai radicali i mezzi e gli spazi per difenderla.
Dopo la morte per eutanasia della Rosa nel Pugno, l’unica linea rimasta in campo. Ma in un ambiente esterno, quello della seconda repubblica, divenuto sempre più ostile e inospitale nel corso del tempo. Perché chiuso nei recinti di un bipolarismo intollerante di qualsiasi “indisciplina”. Perché profondamente segnato dal giustizialismo. Perché sordo alle “cause” e ai dolori del mondo e degli individui in carne e ossa.
In un ambiente siffatto, i radicali potranno, al massimo, trovare accoglienza per le loro persone e per le loro strutture, ma non per le loro idee e per la cause che, di volta in volta, rappresentano. La recente vicenda della regione Lazio non è che la rappresentazione estrema e caricaturale di questo stato di cose.
All’inizio, la colossale ipocrisia del Pd e del suo gruppo dirigente locale. Si decide di non ricandidare gli uscenti, ma in omaggio ad un generico rinnovamento e non al fatto che questi erano stati oggettivamente coinvolti nelle pratiche che avevano prodotto il “caso Fiorito e affini”. E, con lo stesso pretesto, si scaricano gli esponenti radicali che a quell’andazzo allegro si erano opposti. Per inciso, agli esponenti Pd si aprono carriere parlamentari e di altro tipo mentre per i radicali c’è la definitiva cancellazione.
Seconda tappa, la richiesta d’asilo, tra l’altro tutta basata su rapporti personali con Storace; e senza uno straccio di motivazione e di proposta politica. In conclusione, il totale naufragio del tutto, con la copertura furbesca di difficoltà tecniche. Un campo di rovine. Che, personalmente, contempliamo con profonda tristezza. Perché, giratela come vi pare, segna la scomparsa dall’orizzonte politico in generale – e della sinistra in particolare – di una grande componente politica e culturale (incarnata, qualche tempo fa, nelle figure di Blair, Fortuna e Zapatero).
E allora bisognerà ripartire. Non sarà facile; soprattutto se si pensasse di poterlo fare da soli.

Gentile Benzoni, purtroppo da corleonesi e palemitani il nostro passò a capaci di tutto e buoni a niente. Enorme errore, come credere in Scalfaro e poi addirittura in Napolitano. E la Rosa sfiorì- Ma come dici, bisognerà ripartire