“Uscire dalla crisi non potrà significare ritornare sul sentiero che vi ci ha portato. Bisogna che questo lo capisca la società, che lo capiscano e lo spieghino soprattutto coloro che in essa hanno un ruolo di guida, come governanti, intellettuali, imprenditori, sindacalisti”

L’introduzione dell’euro ha rappresentato per il nostro paese una vera e propria ancora di salvezza, che ad oggi può ancora consentirci di risalire la china ed affrontare con residue speranze il cammino di riforme che non possono più essere disattese. Così come viceversa è accaduto durante l’intero corso della Seconda Repubblica. Sul piano istituzionale, il nostro bipolarismo ha collezionato infatti soltanto una serie interminabile di insuccessi, a partire dal tentativo miseramente fallito della Bicamerale, con il risultato, a distanza di circa venti anni, di mantenere e conservare gli assetti precostituiti del potere.
L’incapacità dei partiti di riformare il sistema-paese è stato il leit-motiv di tutti questi anni, salvo qualche eccezione tutto sommato di poco conto; fino a quando, nell’ottobre del 2011, il governo dell’UE ha deciso d’intervenire, recapitando ai vertici istituzionali del nostro paese una lettera con l’indicazione delle misure che, senza più alcun indugio, si riteneva dovessero essere adottate. Avendo ben chiaro che, “a partire dai fondamentali dell’economia, l’obiettivo – che non poteva e non può non essere a noi comune – è quello di creare, all’interno del nostro paese, le condizioni strutturali più favorevoli alla crescita”. A tal fine, è bene ribadirlo, necessitano “politiche di promozione e valorizzazione del capitale umano, efficientamento del mercato del lavoro, apertura dei mercati in chiave concorrenziale, sostegno all’imprenditorialità e all’innovazione, semplificazione normativa e amministrativa, modernizzazione della pubblica amministrazione, efficientamento e snellimento dell’amministrazione della giustizia, accelerazione della realizzazione delle infrastrutture ed edilizia, riforma dell’architettura costituzionale dello Stato”.
E tuttavia, dopo la parentesi di questi ultimi quindici mesi di governo nazionale, nell’ambito del positivo processo mondiale di globalizzazione, la necessità di garantire la sostenibilità e competitività dell’intero nostro sistema-paese si scontra ancora oggi con il rischio di abbandonare i contenuti e tornare al clima d’irresponsabilità che ha contraddistinto in gran parte l’azione dei governi della Seconda Repubblica, in particolare alla contrapposizione Berlusconi-anti Berlusconi, tralasciando così ancora una volta quello che invece necessariamente occorrerebbe fare per fermare il declino.
Ma, essendo possibile che accada, il nostro paese corre il rischio ancora più grave che anche la prossima transizione avvenga nel segno di una persistente e malcelata continuità, che così potremmo definire in termini di categoria storica, risalente addirittura ad ancor prima delle origini della nostra storia repubblicana. “Tutto cambia per restare tutto uguale a prima” è il messaggio amaro de Il Gattopardo, in cui Tomasi di Lampedusa narra le vicende della sua antica famiglia e in particolare la vita del suo bisnonno, il principe Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa, vissuto negli anni cruciali del Risorgimento. Ma, senza voler andare così indietro nel tempo, e con particolare riferimento alla Giornata della Memoria del 27 c.m., si consideri anche quanto accaduto a seguito dell’abbattimento del regime fascista, realizzato grazie all’intervento degli Alleati Anglo-Americani. A tale proposito, tutti abbiamo infatti il dovere di ricordare che con l’amnistia-Togliatti del 22 giugno 1946 fu suggellato il fallimento dell’epurazione, impresso un vero e proprio colpo di spugna ai crimini fascisti commessi e quindi consentito a molti di riprendere i posti di potere occupati nel corso del ventennio precedente. Qualcosa di simile a quello che, mutatis mutandis, è poi accaduto con la via giudiziaria di Tangentopoli nel 1994 ed il conseguente avvento della Seconda Repubblica. Qualcosa di simile a quello che, di recente, durante la crisi internazionale ancora in atto, è stato intrapreso dai potentati di turno, intenti a percorrere una possibile via d’uscita economico-finanziaria dalla crisi, una via d’uscita soltanto nazionale e solo in parte o per nulla agganciata ad una prospettiva comune dell’Unione Europea. Solo per fare un esempio, assurto alla ribalta in questi giorni di campagna elettorale, ma senz’altro dei più significativi, direi che Mps docet!
In un’intervista concessa a La Stampa del 6/4/2009, il compianto Tommaso Padoa-Schioppa, tra l’altro, ebbe a dire: “Nei passati 15 anni i motori della forte crescita erano due, gli Usa e l’Asia orientale: l’uno fondato sul superfluo e sul debito, l’altro sul risparmio e sull’accumulazione. Penso che il motore americano non potrà e non dovrà più esercitare la stessa spinta. Quel motore sovralimentato ha fuso. Uscire dalla crisi non potrà significare ritornare sul sentiero che vi ci ha portato. Bisogna che questo lo capisca la società, che lo capiscano e lo spieghino soprattutto coloro che in essa hanno un ruolo di guida, come governanti, intellettuali, imprenditori, sindacalisti”.

Lascia un commento